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Sara Bencini, quando l’Oltrarno diventa un caso.
A volte funziona così. Funziona cioè quando meno te lo aspetti. E quando meno te lo aspetti, spuntano quadri che ti catturano. Sa di arte che si vuole nascondere, quasi per pudore, il lavoro di Sara Bencini, che è nata sì a Montevarchi da pittorica famiglia (a partire da nonno Natale, il macchiolo della «tribù», fino a allo zio Ennio e al padre Gianfranco) ma che è fiorentina acquisita. Talmente fiorentina da far diventare il suo atelier al 76 rosso di Borgo San Iacopo una specie di tappa forzata per l’intellighenzia d’Oltrarno.
Dipinge, si diceva, quasi per caso. Perché se la sua vita, quella materiale, è improntata a redigere oggetti ribelli (pure per marchi sacri come Luois Vuitton), quella spirituale è fatta di casualità e di voglia. Ma quando Sara Bencini ne ha di voglia realizza dipinti e disegni che lasciano stupefatti. È la forza della linea a colpire, una linea che sferza la realtà del corpo e lo conclude in un reale sghembo. Reale quotidiano, quello che si azzuffa con i sogni e traspare negli acquerelli che sembrano ex voto. È Egon Schieler, lo slabbrato della tavolozza, che sembra ammiccare l’artista.
C’è molta sensualità nelle sue opere. Soprattutto: c’è molto anni Venti, la Firenze degli anni Venti, che arriva di tre quarti. A guardare i suoi lavori, viene a mente l’opera di Dino Campana ma anche la goliardia più pura degli avanguardisti che alle Giubbe Rosse piazzavano idee e sberleffi. E poi: malinconia. Che è una malinconia che diventa un filo conduttore nel corpo segnato da pennellate quasi diafane oppure cariche di cromatura.
Sì, c’è solo da osservare, quella culla di cultura popolare e vagamente bohemien, in cui arte e vita si intrecciano in maniera inscindibile, per trovarsi appieno nei lavori della Bencini. I suoi corpi sono appollaiati nelle tele, gli occhi dei suoi personaggi hanno un’età che sembra venire meno a ogni sguardo. Ne consegue una pittura libera e istintiva. O così verrebbe voglia di dire, se non fosse per quella assoluta concentrazione che la pittrice mette nei particolari. Perché, si sa, la geografia delle emozioni ha una carta ben precisa che va rispettata. E Sara Bencini è una cartografa così, che si mostra al pubblico quando meno te lo aspetti.
Simone Innocenti
Rossella Fumasoni | Alla pittura piacciono le torte
Alla pittura piacciono le torte. Alla pittura piacciono le storie, gli accadimenti. In queste tele di Rossella Fumasoni, figurine femminili di ginnaste, yogini, contorsioniste e ballerine, solitarie, in equilibrio, colte nel culmine della tensione dell’esercizio o nel rilassamento, fanno la sentinella in cima a torte di nozze, di compleanno o di festa, galleggiando sospese nel nero pesto della pittura.”>Intime nude e impersonali, le donne sulle torte, sono suggeritrici di un significato che slitta di continuo, enigmatico oniricoide e poetico, dove alla pittura si mescola e si sovrappone la scrittura. Rimandano a date importanti e personali, a ricorrenze, sembrano venir fuori dai sogni o dal territorio indefinito del dormiveglia. Le figure di Rossella Fumasoni non sono allegoriche, sono convenzionali come lettere dell’alfabeto, attingono alla banalità della raffigurazione per vocazione ed evocazione, per arrivare rapide e leggere allo spettatore, sono un invito a scrutare nel fondo nero pece della tela, dove le frasi, le parole si mescolano alla pittura. E’ lì, infatti, che si gioca tutto. La torta con le sue cake tops solitarie, è ciò che emerge, è la storia che Rossella Fumasoni ci racconta in questa mostra. In mostra 3 opere, tecnica mista su tela, di grandi dimensioni dal titolo rispettivamente: Buio di cioccolata Vaniglia se Posso Zucchero amaro.
Rossella Fumasoni vive e lavora a Roma.
Fonte: http://www.galleriabagnai.it/exibition-detail/it/125/
Simultanea – Spazi D’Arte | Pelle

SIMULTANEA - SPAZI D’ARTE (via San Zanobi 45 rosso, Firenze)
Dal 25 Febbraio al 13 Marzo 2012 Vernissage ore 18
Pelle. Involucro della realtà, superficie delle cose, artificio della pittura che inganna l’occhio e sfida la fotografia in una gara tesa a catturare anche il più piccolo dettaglio. Più reale del reale, più vera del vero, l’immagine così dipinta sorprende e impressiona non tanto per il contenuto, quanto per la straordinaria perizia tecnica e la capacità descrittiva che ricordano la nitidezza propria della fotografia. Dal realismo fotografico dei Precisionisti americani negli anni Venti all’Iperrealismo statunitense che, tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio dei Settanta, ha rivoluzionato i rapporti tra pittura e fotografia – emblematica in tal senso la frase di Gerard Richter “la pittura è uno strumento ausiliare per una fotografia realizzata con i mezzi della pittura” – questo modo di rappresentare la realtà non per descriverla semplicemente ma per superarla, esercita un fascino irresistibile sullo spettatore, generando in lui quel senso di spaesamento che nasce di fronte a ciò che stentiamo a non credere reale per quanto risultato di un “diabolico” effetto illusionistico. Pittura in bilico tra verità e finzione, verosimile a tal punto da produrre l’effetto di un’allucinazione; pittura che è corpo da “toccare”, ma è soprattutto pelle nelle cui pieghe si nasconde l’inganno di una visione che, spinta oltre il termine ultimo della realtà, diventa supervisiva e surreale. Non c’è limite all’artificio pittorico come non c’è limite alla pazienza dell’artista che spende tempo e fatica per riprodurre, in modo quasi maniacale, ciò che lo scatto fotografico immortala in un attimo. Ma è proprio questa la magia di una pittura che ci invita ad un “consumo” percettivo dell’opera ancor prima che psicologico, e che ci ricorda che l’artista non è un semplice “registratore meccanico d’immagini” ma è un individuo capace di cogliere le strutture significanti della realtà visibile. Sono questi i concetti che ispirano Pelle – in programma dal 25 febbraio al 13 marzo presso Simultanea Spazi d’Arte - una mostra che conferma l’incredibile e incrollabile forza persuasiva della “sola” pittura contro e nonostante l’incalzare di modelli comunicativi che, nell’era della virtualità, ridisegnano la percezione del tempo, dello spazio e del modo stesso di fare arte.
I dieci artisti presenti in mostra - Sandro Becucci, Simonetta Fontani, Ersilia Leonini, Franca Lorito, Giuseppe Mallìa, Claudia Manenti, Simonetta Occhipinti, Anna Pasinato, Sabrina Taddei, Paolo Terdich – hanno in comune una notevole perizia tecnica e una straordinaria capacità descrittiva che è tale da sfociare, specie in alcuni casi, in un vero e proprio illusionismo ottico. Il punto di partenza è per tutti la realtà, fedelmente ritratta con attenzione alla visione d’insieme e al singolo dettaglio, o filtrata attraverso lo scatto fotografico. Nel primo caso l’immagine richiama il criterio della verosimiglianza che prevede una scrupolosa rappresentazione del soggetto e un’attenzione alla resa della “pelle” della realtà, che non sfugge però alla soggettività dell’interpretazione artistica. Pittura realista e per così dire “tattile”, ma che non cerca nell’artificialità della visione il suo fine ultimo. Diverso il caso degli artisti il cui procedimento pittorico ha origine nella fotografia intesa non come punto d’arrivo ma soglia da superare per proporre un’immagine della realtà più vera del vero. Figure ed oggetti sono messi a fuoco con estremo realismo, al punto tale che l’occhio di chi guarda sembra smarrirsi di fronte all’impossibilità di distinguere la verità dalla finzione.
Per info contattare:
Daniela Pronestì danielapronesti@hotmail.com - 331 3045329
Roberta Fiorini rob.fior5@yahoo.it – 340 8972273
RENATA BOERO – Cromogrammi
Partiture cromatiche che individuano il segno di una musica alchemica, che oltrepassa il naturalistico, varcando la soglia della pura forma in sé.

La rivelazione del colore che si concretizza nella materia, si trasforma in espressione diretta di emozioni ancestrali. “Cromogrammi”, la mostra curata da Marilena Pasquali e Sara Meloni, risulta fin dal primo sguardo un’indagine retrospettiva, che la Galleria Open Art di Prato ha voluto dedicare alla genesi dell’arte di Renata Boero (Genova, 1936). Il fulcro dell’esposizione sono gli anni ’70, periodo in cui compaiono i primi Cromogrammi, considerati oggi, la fine struttura grammaticale, attorno a cui si snoda lo studio di Renata Boero. Concrezioni di colore vegetale disegnano i quadri dell’artista e corteggiano, seduttivi, i sensi dello spettatore, invitato ad un’osservazione emotiva ed immediata.
I quadri sembrano il risultato di una magica metamorfosi dalla solidità di puri tòcchi cromatici a fluide evanescenze bidimensionali, fuse con il supporto cartaceo (o tessile) in unica tensione. Campo di forze che si risolve nel battesimo di una nuova entità, in cui stranamente è il colore che genera la forma, dove la vista determina il tatto e l’olfatto, evocando e mai spiegando universi conosciuti, inspiegabili alla descrizione razionale, ma comprensibili solo attraverso la dimensione del sentire archetipico. Forza e delicatezza dell’espressione delineano i significati del subconscio che, invece, ad un livello più superficiale appaiono soltanto materia. Materia complessa questa, evoluzione concettuale firmata Renata Boero, che unisce in sé, segno e significante, forma e colore, in una percezione che risulta assolutamente naturale, scevra dalle categorie qualitative del giudizio e diretta ad esprimere senza rappresentare il-fuori-da-sé.
Il critico Paolo Fossati interpreta il procedimento creativo dell’artista, caratteristico “per il costante travaso da un aspetto istintuale, sensoriale, ad un livello meditativo, contemplativo, come suggeriscono le suddivisioni della tela in sezioni quadrate o rettangolari dove i colori si dispongono in una griglia di kleeiana memoria”.Le “sindoni vegetali” della Boero risultano tutt’altro che opere autoreferenziali, meglio definibili come “l’epifenomeno” di uno studio, fatto di lunghe attese, affinché il suono-colore trovi il proprio timbro, sino a costruire una frase musicale, un’intensa improvvisazione jazzistica intorno al binomio “colore-natura” e “memoria-rappresentazione”.
Renata Boero, artista di fama mondiale, con “Cromogrammi” torna a Prato, dopo una parentesi argentina, durata due anni, per condurci all’inizio della sua ricerca artistica.
Ilaria D’Adamio
Alinari, quando l’enigma diventa paesaggio
Luca Alinari è un uomo magnetico. E ne è più che consapevole. Al di là della sua pittura, bellissima e quasi rarefatta, quello che lascia riflettere è proprio la sua naturale inclinazione al fascino. Fiorentino algido, 65 anni, spiega di avere «una carriera lunga 45 anni. E sa funziona, no? Il passato è sempre troppo». Il pittore abita sulle colline di Bagno a Ripoli, in una zona volutamente impervia e piena di poesia. Ed è uno che lavora in maniera costante e decisa: «Dopo la mostra a Città di Castello — spiega — sto preparando un vernissage alla Rocca di Montalcino». Non proprorrà i suoi celeberrimi volti, che lo hanno reso famoso in tutta Italia e fatto apprezzare in mezzo mondo. Ma darà spazio al «paesaggio toscano».
Per uno come lui — che a volta lavora sulla rarefazione, a volte sulla concentrazione — la sfida sembra quasi divertirlo. Del resto è proprio la sua esistenza artistica che sembra una sfida vera e proprio: riflessione intelligente sulla pop art, scelte iconografiche raffinate ed estrose, rielaborazione dell’illustrazione per l’infanzia, divertissement della comunicazione pubblicitaria, lavoro su materiali.
La mano leggera e controllata è un dono che coltiva con estrema pervicacia, come dimostrano i suoi quaderni pieni zeppi di disegni. «È come fare le scale per un pianista: bisogna sempre tenersi in pratica», sostiene.
Un percorso pazzesco, il suo. I suoi primi riferimenti stilistici, sempre se uno si documenta sul suo passato, ricorrono alla corrente «Neodada». Per questo motivo usa le utilizza le tecniche più diverse: disegno con uso di colori fluorescenti, decalcomania, collage, trasposizioni fotografiche. Il successo non tarda ad arrivare: nella seconda metà degli anni ’70 inizia a diffondersi il suo nome tra critici e pubblico e viene invitato ad ordinare sue personali in varie Gallerie d’Arte italiane, finchè, nel 1982, viene invitato alla Biennale di Venezia, dove avviene la sua consacrazione a livello internazionale.
«Il quadro è come un’enigma che ti porti dentro», sostiene questo uomo che vive in un atelier molto razionale, quasi sparatano (verrebbe voglia di dire). È in questo antro di casa sua che si diverte a capovolgere e a sovvertire gli stilemi dell’arte. Lo fa nel nome della bellezza e della poesia. E lo fa con risultati che, ogni volta, sorprendono.
Simone Innocenti
