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Marco Lodola | Elettricismo

MARCO LODOLA – Elettricismo

a cura di Armanda Gori e Leonardo Marchi

Galleria Armanda Gori di Prato

Dal 2/12/2011 al 31/01/2012

«Sono l’unico artista italiano ad avere copiato i cinesi… ». A Prato, capitale cinese della Toscana, questa dichiarazione di Marco Lodola (nato a Dorno, Pavia) suona con una certa ironia.

Varcata la soglia della Galleria Armanda Gori, un odore di plastica e di gomma fresca ci assale, suscitando un fenomeno di memoria involontaria. Torna, inaspettata, l’immagine del bambino che succhia i propri cereali imbevuti di latte, mentre gioca con quelle figurine di plastica gialla, verde, blu o arancione regalate dalla Kellogg’s. Odore dell’infanzia, dei giocattoli nuovi a buon mercato.

In mostra, sagome colorate e illuminate dalle quali penzola un filo d’alimentazione nero. Rappresentano ballerini, ballerine, coppie d’innamorati abbracciati a cavallo d’una Vespa, numerose immagini dell’Italia di Celentano e dei suoi 24000 baci. Qualche stereotipo: non c’è una Pin Up mora, e in Italia non c’è un biondo (Italia, 3 light boxes cm. 190X105X12, 2011).

Nella galleria che si riempie, l’odore della plastica lascia campo a quello dei profumi di lusso e dei cosmetici; si sentono i primi commenti, si notano i primi paradossi: «Bellina questa – si tratta di una Ballerina di Lodola realizzata con ghirlanda di led – molto Natalizia», «Mi piacerebbe questa a casa, su un tavolino»; oppure, secondo l’assistente di Marco Lodola, Pierottavio Torchio, ex-elettricista in una ditta di produzione d’insegne pubblicitarie negli ani 80′: «Volendo, mal che vada, se non piace come opera, te, la accendi, e diventa una lampada». Ecco. Una lampada. Poetica, simpatica, ma una lampada. Elettricismo.

Si rivela allora interessante sentire Nicola Cecchelli, curatore del catalogo della mostra, riprendersi dopo avere pronunciato la parola «opera» per sostituirla con quella di «intervento» parlando di una «lampada» di Marco Lodola, e poi ancora ridere dopo averlo chiamato «Maestro». Lo stesso Maestro rilancia scherzando: «Sono l’unico artista italiano ad avere copiato i cinesi».

«Opera», «Maestro», vocaboli di altri tempi, di altre realtà, quando ancora il Pop tentava di sublimare l’oggetto popolare e gli archetipi dell’immaginario di massa in icone artistiche.

Marco Lodola rovescia la tendenza. Scarica la cifra ideale del paradigma artistico e riconduce l’oggetto d’arte alla sua primordiale essenza oggettuale. Nemmeno la spettacolarizzazione mondana delle sue realizzazioni riesce a snaturarne la fibra fondamentale, al punto che i commenti avveduti della cerchia profumata, anche loro, non sanno d’altro che di popolare plastica.

E poi? Che problema c’è? Perché volere a tutti i costi immettere nella lampada l’ombra di un genio?

 

Yan Blusseau

 

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PETE WHEELER | Paths Of The Destroyer

La Galleria Poggiali e Forconi di Firenze conferma con questo nuovo progetto la propria vocazione internazionale. Dopo l’egiziano Youssef Nabil, l’americana Patti Smith e il giovanissimo artista inglese Thomas Gillespie, la galleria inaugura, sabato 17 dicembre, la prima personale in Italia dell’artista Pete Wheeler, a cura di Lorenzo Bruni.

Dopo aver apprezzato una serie di lavori a Liste 2011 a Basilea, la galleria ha aperto il rapporto con il pittore neozelandese, che vive e lavora a Berlino. Da questo incontro è nata l’idea della mostra a Firenze, per la quale Wheeler ha realizzato appositamente un nuovo ciclo di opere, tutte caratterizzate da una stessa atmosfera evocatrice ma realizzate con differenti tecniche: 15 tele di grande formato in cui le scene figurative nascono dal conflitto di parti di luce e di nero e dipinti su tela in cui l’impatto del colore e la sua configurazione in parti astratte evoca paesaggi sognati e surreali. Inoltre saranno esposti disegni, un’installazione luminosa e, per la prima volta, delle opere scultoree, lavori legati ai simboli presenti in tutte le epoche anche se con funzioni diverse, come la forma del fulmine e quella del teschio.

Pete Wheeler utilizzava inizialmente nella sua pittura immagini conflittuali e aggressive, spesso tratte dalla propaganda politica e dai mass media esprimendo così la sua coscienza sociale in relazione alle varie situazioni politiche. Con il progetto di mostra alla Galleria Poggiali e Forconi la sua riflessione si amplia e si arricchisce di un aspetto ontologico e universale finora inespresso. Infatti, alla domanda del curatore Lorenzo Bruni «A chi si riferisce questo titolo? Che cosa sono i “Paths Of The Destroyer”?» Pete Wheeler risponde: «È una piccola parte di un più grande tutto, è un pluralismo che tu conosci (ride) o che devi conoscere in prima persona».

Le singole opere riflettono sul modo in cui la società reagisce ai simboli comuni del serbatoio della memoria collettiva, su come li ri-attualizza e su come lo ha fatto in passato, in modo da evidenziare la conflittualità tra i “massimi sistemi” e le singole “esperienze personali” su cui si basa, da sempre, la conoscenza del mondo da parte dell’uomo. Questa presa di coscienza viene affrontata dall’artista insieme alla volontà di interrogarsi sulle modalità narrative a disposizione oggi del soggetto: cosa raccontare e soprattutto a chi. Nello stesso tempo l’artista affronta la funzione della pittura in questa “società immateriale” della comunicazione globalizzata.

Pete Wheeler è nato a Geraldine, in Nuova Zelanda, nel 1978 e ha vissuto a Dunedin tra la fine degli anni Novanta e i primi anni Duemila. Nel 2000 si laurea al Politecnico di Otago in Belle Arti. Dopo la laurea ha avuto oltre 15 mostre personali in Nuova Zelanda, Australia, Stati Uniti e Europa. Nel 2011 ha presentato una personale alla galleria Peres Project di Berlino e ha esposto a Basilea a Liste.

Informazioni:  Paths Of The Destroyer, Pete Wheeler, Galleria Poggiali e Forconi, 17 dicembre 2011 – 17 marzo 2012, Via della Scala, 35/A, Project Room Via Benedetta, 3 /rosso 50123 Firenze. orari: martedì – sabato 10 -13 / 15.30-19 – domenica e lunedì chiuso. T. 055.287748 F. 055.2729406. Ingresso libero. Catalogo disponibile in galleria www.poggialieforconi.it

 

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POVERI RICCHI | Arte Povera italiana e dintorni

Spazio 88 inaugura mercoledì 14 dicembre Poveri Ricchi, una mostra che ripercorre l’esperienza dell’Arte Povera sul filo della memoria e dell’emozione. Senza intenti di filologica ricostruzione, Laura Maggi, Patrizia Zoratti ed Enrico Mascelloni, rispettivamente ideatrici e curatore della rassegna, compongono una pagina che restituisce il senso del movimento artistico fondato da Germano Celant insieme al sapore di un’epoca cruciale, gli anni a cavallo del ’68 e il decennio dei ’70. A riportarci indietro nel tempo una scelta selezione di venti opere e la musica di un vecchio jukebox a disposizione dei visitatori.

Tocca senza dubbio all’Arte Povera il ruolo di protagonista della stagione espositiva 2011-2012. I numeri dell’evento Arte Povera 2011 fanno rumore: otto tra musei e istituzioni culturali sparsi tra Torino, Milano, Bergamo, Bologna, Roma, Napoli e Bari espongono in simultanea oltre trecento opere su una superficie totale di 15000 metri quadrati. E mentre l’ambiziosa operazione istituzionale consegna alla dignità ma anche alla rigidità della storicizzazione il movimento dell’arte che volle soprattutto essere fluida, aperta ed elastica, il frastagliato universo delle gallerie e delle associazioni culturali private non cessa di dire la sua sull’argomento, anche in polemica con lo storico fondatore del gruppo, Germano Celant.

La persistente carica di passionalità attorno all’arte che divise l’opinione pubblica italiana è facilmente spiegata dalla relativa giovinezza dell’urticante movimento, costituitosi nel 1967 e, dunque, in un passato recente e ancora vivo nel ricordo di molti. Anche nella memoria degli organizzatori di Poveri Ricchi. Per rendersene conto basta chiedere a Laura Maggi di raccontare l’episodio della sua conversione all’arte contemporanea: una giovane antiquaria folgorata sulla via di Damasco dall’incontro con le scandalose installazioni di Jannis Kounellis. Una con un passato così ha maturato opinioni ben precise sull’argomento Arte Povera e potrebbe sostenerle in contraddittorio con chiunque. Così se Celant si affanna a fissare paletti e consegna l’elenco ufficiale degli artisti del gruppo, nella mostra sui Poveri Ricchi troveremo in aggiunta anche Mario Ceroli e Sergio Lombardo, inseriti per via della forte consonanza linguistica con i magnifici tredici del catalogo celantiano.

Anche il titolo un po’ irridente della mostra testimonia una affettuosa familiarità verso quel tipo di estetica e gli artisti che la praticarono ma, dietro all’ironia, tanti sono i richiami agli elementi rappresentativi dell’identità e della storia del gruppo.

Poveri di fatto oltre che di nome al momento dell’esordio, il successo arrivò relativamente presto per i ragazzi di Celant, abilissimo nell’imporre i suoi pupilli a livello internazionale. La ricchezza alla quale fa riferimento il nome della mostra è però anche quella di un’esteticità debordante. Per rendersene conto sarà sufficiente un’occhiata d’insieme alle opere esposte: gli umili materiali utilizzati per realizzarle danno vita ad un insieme sontuoso ed elegante, di un gusto molto italiano che forse è la chiave per comprendere il successo dell’Arte Povera sul mercato straniero.

Celant ha sempre sostenuto che quel nome semplice e folgorante, Arte Povera, si era affacciato da solo, con la massima naturalezza: “ I pop erano arrivati da noi attraverso Sperone e stavano arrivando i minimal. Tra il 66 e il 67 sentii che stava succedendo qualcosa di nuovo nell’arte, che non era né il minimal né il pop…Vedevo gli artisti che mi interessavano usare materiali come il carbone, le fascine di legno, i giornali e mi venne in mente il termine povera”. Un termine in effetti perfetto per evidenziare le caratteristiche comuni di artisti impegnati in ricerche tra loro anche assai diverse e condotte in piena autonomia. Una visita alla mostra di Spazio 88 sarà sufficiente per comprendere come quegli artisti per niente simili siano stati però tutti poveri nel preferire all’utilizzo dei materiali e delle tecniche dell’arte tradizionale materiali antiartistici: scarti industriali, plastiche, materie umili ed oggetti del lavoro e della vita quotidiana, elementi della natura come l’acqua, la terra, il ghiaccio. Tutto era ammesso, perché il punto centrale della questione non era la scelta dei materiali ma l’enfatizzazione del gesto creativo. L’Arte Povera sottolineava la possibilità di creare con qualsiasi mezzo, o addirittura con nessuno. Una possibilità da cui discendeva la sua valenza politica di arte replicabile anche in situazioni di assoluta povertà e quindi esportabile ad ogni latitudine.
Era d’altronde povera anche in quanto arte interessata a raccontare la povertà in una dichiarazione di impegno politico in linea con i tempi e che Enrico Mascelloni legge, nel testo in catalogo, soprattutto come brillante espediente estetico.
Era povera per l’estrazione sociale dei suoi protagonisti, tutti figli di operai o impiegati.
Ed era povera per via della sua tensione all’azzeramento di tutte le stratificazioni culturali e sociali legate alla società patriarcale.

Nelle venti opere scelte da Spazio 88 per raccontare, per sensazioni ed emozioni, un fenomeno artistico probabilmente privo di paragoni nella storia dell’arte italiana del dopoguerra non vi è però solo dissacrazione. C’è anche molta poesia e la capacità di tenere sempre desta l’attenzione dello spettatore.
E’ difficile sottrarsi alla magia di tre Quadri Specchianti di Michelangelo Pistoletto, opere mai uguali a se stesse, in continuo divenire mentre tendono lusinghieri agguati ai visitatori nel tentativo di indurli a transitare dall’altra parte del vetro. Pochi oggetti sanno essere più lirici di una imponente Stella su cuoio di Gilberto Zorio. Ed è pura poesia il modo sempre diverso in cui Pier Paolo Calzolari, presente con quattro grandi dipinti, si confronta con la precarietà di materiali effimeri. Oltre a loro Pino Pascali, Giuseppe Penone, Jannis Kounellis, Mario Ceroli, Sergio Lombardo e un grande arazzo di Alighiero Boetti, un artista capace di vedere oltre il suo tempo. I suoi lavori afghani appaiono, a posteriori, delle sorprendenti premonizioni di ciò che il mondo sarebbe diventato nel terzo millennio.

Informazioni:  SPAZIO 88, POVERI RICCHI Arte Povera italiana e dintorni, a cura di Enrico Mascelloni. Inaugurazione mercoledì 14 dicembre dalle ore 18.00. Jukebox cocktail. Esposizione: 14 dicembre 2011 – 20 gennaio 2012 Spazio 88 – Via dei Cappellari, 88 – 00186 Roma. Dal martedì al sabato 10.00-13.00 16.00-20.00 lunedì, domenica e festivi chiuso Tel. +39 06 68805846 www.spazio88.it.

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Marcello Scarselli – L’essenza della forma


“L’essenza della forma” di Marcello Scarselli. Sabato 10 dicembre ore 18. Associazione Culturale “La Ruga”. Ponte a Egola, Pisa.

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MARCO LODOLA | Elettricismo

La galleria Armanda Gori Arte di Prato è lieta d’invitarvi all’inaugurazione di Elettricismo, esposizione personale di Marco Lodola, Venerdì 02 dicembre alle ore 21:15. Il catalogo sarà disponibile gratuitamente in galleria dal giorno dell’inaugurazione.

Informazioni: Elettricismo, Marco Lodola, galleria Armanda Gori Arte di Prato, Viale della Repubblica, 66, 59100 Prato PO. Orari d’Apertura: Lun – Ven: 15.30 – 19.00 o su appuntamento. Dal 2 dicembre al 31 gennaio. www.armandagoriarte.com