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Azra Huskich | Tubismo
“Tubismo”
11 – 25 Maggio 2012
Opening: Venerdì, 11 Maggio 2012, dalle h. 18
Venerdì 11 maggio 2012 presso il Present Art Space di Firenze (via dei Serragli 56r/58r), alle ore 18, inaugura la mostra dal titolo Tubismo dell’artista croata Azra Huskich (Zagabria, 1970).
Espressione di un’arte energica e deflagrante, i dipinti di Azra Huskich si contraddistinguono per la forte matericità, per l’effetto tridimensionale e dinamico delle superfici, per la vibrazione e le luminescenze a cui le punte ravvicinate dei grumi di colore danno vita.
Trasferitasi in Italia in giovane età per approfondire i suoi studi sulla calligrafia e sulle tecniche pittoriche medievali, Azra si dedicherà presto alla pittura, individuando nel colore e nella materia l’espressione più pura della sua arte. Una rigorosa ricerca verso la semplificazione la porterà a dedicarsi dal 2005 a una tecnica pittorica di materia, da lei denominata “tubismo”, un’originale proposta artistica che consiste nell’applicazione del colore direttamente dal tubetto.
Come scrive di lei Fabio Bianchi: “Azra Huskich […] predilige la solidità da bassorilievo dell’olio fissato sulla tela direttamente dal tubetto ottenendo così composizioni caratterizzate da un’energica e collaborante teoria di punti su fondi neutri. Sommatoria ed accostamento di colpi di tubetto – tondeggianti, magnetici e filamentosi – generano così un originale ‘pointillisme’ sospeso fra traslazione mnemonica, dimensione fiabesca e contenuta astrazione”.
Present Art Space
Lun/Ven: H. 15.30 -19.30
via dei Serragli 56/58R, Firenze
Tel. +39 055 2645767
Email: staff@wepresentart.com
Web: www.wepresentart.com
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[Testi critici di Fabio Bianchi]
Azra Huskich
Ancora oggi, dopo animosi dibattiti ed eroiche tensioni concentrati soprattutto negli anni ’50 e ’60, molti artisti non solo italiani utilizzano solo ed esclusivamente la materia per caratterizzare le loro opere. Preme loro non tanto riprendere questioni ormai sorpassate o scovare una nuova tecnica per forza originale in tanto bailamme ma semplicemente esprimere il proprio mondo interiore senza costrizioni o infingimenti. In alcuni casi – retaggio espressionistico suggellato poi dal trionfo in parte di “Art Brut” e “Cobra” ma soprattutto dell’“Arte Povera” – artisti come Azra Huskich, prelevano addirittura il puro colore direttamente dal tubetto configurando così, senza mediazioni pratiche o gravose manipolazioni teoriche, un gesto pre-linguistico e pre-tecnico di valore assoluto. Da anni la pittrice Huskich nella sua originale proposta artistica – composizioni ad olio su tavola costituite da accostamenti seriali di grumi di colore usciti direttamente dal contenitore quindi tondeggianti e filamentosi – punta a destrutturare e ricomporre i soggetti secondo una consolidata cifra stilistica. Al contempo non rinuncia ad attualità ed estemporaneità che sempre caratterizzano gli artisti legati al periodo in cui vivono e che cercano, tra mille difficoltà e tra le immancabili incomprensioni di pubblico e critica, di cogliere innanzitutto le suggestioni dell’attimo fuggente ma anche del contesto di riferimento. Il particolare medium espressivo – nato non per casualità ma frutto di una lunga sperimentazione, di una rigorosa ricerca della semplificazione – rivela invero padronanza della tradizione per quanto riguarda soprattutto materiali e supporto. Ma anche per l’iconografia di fondo nel desiderio di interpretare i soggetti tipici di certo background storico e culturale secondo istanze moderne, non necessariamente problematiche, soltanto innovative nel senso però di un arricchimento visivo ma anche intellettivo. Infatti frammentazione e disgregazione del contenuto sono solo apparenza permanendo in ogni sua composizione l’essenza formale e figurativa anche se intimamente scomposta memore quasi del glorioso ‘pointillisme’ francese di fine ‘800. Ma tutto adesso viene riferito – anche se embrionalmente – alla tridimensionalità, proiettato cioè verso lo spazio quasi a recuperare una o più valenze organiche o naturalistiche. Huskich riesce però a tenersi equidistante sia dai ‘capricci’ di recente sempre più condannati da Vittorio Sgarbi sia dalle generiche sperimentazioni su cui ha, per esempio, ironizzato Francesco Bonami nel volume “Lo potevo fare anch’io”. Il suo approccio denota una volontà di emancipare la creazione e più ancora l’estetica – la pura estetica dell’opera – da qualsiasi condizionamento filosofico o psicologico o di altra disciplina permettendo così all’ispirazione di emergere limpida, propagarsi direttamente per raggiungere immediatamente il fruitore finale. La storia dell’arte futura o qualche critico più o meno sensibile a queste interessanti novità dirà se le intuizioni e la produzione di Huskich avranno successo o se, viceversa, saranno divertissement o erudizione. Azra – dimostrando fra l’altro molto intuito – ha definito la sua tecnica “Tubismo”, un neologismo senza dubbio azzeccato, chiaro nella finalità e nel messaggio, che potrebbe diventare più di una sperimentazione ed essere codificato come sistema. ( di Fabio Bianchi )
La materia è imprescindibile in qualsiasi creazione artistica,anche i Concettuali se ne accorsero nonostante criticassero il sistema. Nella pittura poi la materia,su qualunque supporto,è essenziale e nei vari movimenti ha avuto alterna fortuna. Esaltata da ‘Tachisme’,’Cobra’ ed ‘Art brut’negli anni ’50,venne poi consacrata dagli Informali e,viceversa,trascurata negli anni ’60 quando si privilegiava l’immagine o commerciale della ‘Pop art’ o raffinata della ‘Op art’. Dopo l’impasse della ‘Minimal art’riacquistò fra anni ’60 e ’70 prestigio con l’ ‘Arte povera’ che esaltò diversi residui oggettuali. Oggi,ad inizio di un nuovo millennio,molti artisti non ne hanno dimenticato l’importanza e, stante il predominio tecnologico,molti pittori non disdegnano un approccio ‘materico’. Come Azra Huskich, croata, da anni residente in Italia, che predilige la solidità da bassorilievo dell’olio fissato sulla tela direttamente dal tubetto ottenendo così composizioni caratterizzate da un’energica e collaborante teoria di punti su fondi neutri. Sommatoria ed accostamento di colpi di tubetto – tondeggianti, magnetici e filamentosi – generano così un originale ‘pointillisme’ sospeso fra traslazione mnemonica, dimensione fiabesca e contenuta astrazione. I soggetti delle sue tele – sempre e comunque ermetici, spesso criptici perciò tanto più suggestivi – nascono da gesti voluti, ripetuti, all’apparenza relativi invero preordinati ad un progetto modificabile sull’onda della variabile ispirazione. Huskich ha scelto un procedimento senza dubbio lento, probabilmente dispendioso per la quantità di materia necessaria ma anche coinvolgente perché permette di controllare l’equilibrio compositivo,valorizzare la bidimensionalità della superficie, procedere non gerarchicamente ma paratatticamente. Se svincolata da immagini, loghi o codici semantici la materia equipotenziale implica inusitate virtualità energiche ed evocative quasi fosse metafora o prolungamento di ricerche esistenzialiste. Inoltre la manipolazione diretta enfatizza per Huskich la sensazione di libertà tipica di qualsiasi espressione artistica, stimola parallelismi talora arditi ed impasti sapienti che dal fondo piatto istituiscono una dialettica fra pieno e vuoto, ricco e povero, smagliante ed omogeneo. La poetica perseguita da Huskich non ricerca effetti materici, all’artista preme sottolineare vitalità e forza della materia rilasciata dal tubetto che struttura il dipinto. Il colore può invece essere indifferente, avere solo funzione psicologica ed in alcune opere le scelte cromatiche sono casuali, secondarie rispetto alle dense concentrazioni Sinuose e solipsistiche le sue composizioni ondeggiano allora tra organicismo elementare, forme ameboidi e riconoscibili strutture geometriche nel tentativo di sintetizzare in piccolo la complessità del mondo non dimenticando le dimensione del tempo e della storia evidenti nei fondi antichizzati e nella sorvegliata sintassi. ( di Fabio Bianchi )
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Biografia:
Azra Huskich nata a Zagabria (Croazia) ,08.10.1970. L’adolescenza la trascorre tra gli studi ed attività agonistica di Taekwon do , ottenendo ottimi resultati (cintura nera 1°DAN e 2 volte campionessa nazionale).Non ancora 20-enne si trasferisce in Italia ed inizia occuparsi di calligrafia , ha studiato la calligrafia con il Prof.U. Fenocchio presso la Nuova Accademia delle Belle Arti e con alcuni dei più importanti maestri calligrafi contemporanei, tra cui Michael Sull ex calligrafo della Casa Bianca. Ha seguito corsi sia all’estero che in Italia, continuando tutt’oggi a condurre ricerche personali sulle scritture storiche e sulle tecniche pittoriche medioevali delle miniature. Sempre più affascinata dai colori e dalla espressione artistica, si avvicina alla pittura e nel 2005 inventa una nuova tecnica , che successivamente chiamerà TUBISMO. Il Tubismo è una tecnica pittorica di materia che consiste nel uso del colore direttamente dal tubetto formando le diverse forme a punta ravvicinate , per poi comporre diversi disegni.
Negli anni successivi l’artista perfeziona il TUBISMO , arrivando a creare le sue prime opere.
Mostra alla Galleria Spadarina di Piacenza -15/01/2010
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Mostra Collettiva alla Galleria Spadarina di Pc - 12/06/2010
Premio della Critica Concorso Nazionale Spadarina - 27/06/2010
1°Biennale Internazionale di Lecce - 23/10/2010
Fiera di Carrara Giorni d’Arte - 09/04/2011
Mostra personale Present Contemporary Art (Firenze) – 11/05/2012
La sua creatività è in continua crescita ed è sempre più apprezzata.
LIVE! – L’ARTE INCONTRA IL ROCK | A cura di Luca Beatrice e Marco Bazzini | Centro per l’Arte Contemporanea Luigi Pecci | Prato | Dal 21 Maggio al 7 Agosto 2011
Alias: l’Arte ai tempi del Rock. E il Rock a tempo d’artista. Un viaggio nella memoria acustica e visiva collettiva attraverso le immagini che hanno segnato un’epoca…
Finalmente qualcosa di vivo. Finalmente un evento accessibile a tutti. La mostra del Centro per l’Arte Contemporanea Luigi Pecci realizza a pieno le sue intenzioni programmatiche: ricostruire un parallelo tra l’arte e il percorso tracciato dal Rock con tutte le sue manifestazioni espressive (a partire, in primis, dall’atto della performance) ma non solo. La componente vitale e la carica eversiva dell’exhibition danno luogo a loro volta a un nuovo LIVE, poiché si tratta di una mostra vissuta e molto sentita (300 persone al giorno finora con apertura serale).
Anzitutto viene presentata una grande varietà di elementi: dalle installazioni ai video, sino ai ‘cimeli d’epoca’ come chitarre, vinili e ovviamente dipinti, che si snodano in un percorso temporale, attraverso le sale, che va dal 1969 (anno di Woodstock e dello scioglimento dei Beatles) sino agli anni 0 (segnati indissolubilmente dalla morte del Re del Pop Jacko); in secondo luogo, si tratta di un tentativo riuscito di fotografare una fetta di storia dove l’universo visivo popolare si è fuso inconsapevolmente con le manifestazioni artistiche più avanguardistiche che si sono affacciate sul panorama culturale di questi quarant’anni raccontati per immagini. Il file rouge dell’esibizione trova la sua concretizzazione in una narrazione sintetica ma precisa, tramite la quale lo spettatore è condotto in un percorso di rivisitazione delle proprie memorie musicali e, al contempo, scopre intrecci artistici che arricchiscono ulteriormente l’esperienza provata.
Allora si va da Andy Warhol (Pittsburgh, Pennsylvania 1928 – New York City, N.Y. 1987), che alla musica ha fortemente legato il proprio nome, a Jean-Michel Basquiat (New York City, N.Y. 1960 – 1988) connesso alla regina Madonna, da Keith Haring (Reading, Pennsylvania 1958 – New York City, N.Y. 1990) a Damien Hirst (Bristol, Gran Bretagna 1965), proseguendo in un viaggio accompagnato da una colonna sonora che contiene gli interventi di Patti Smith, Pink Floyd, Bob Marley e così, senza accorgercene, i due piani si sono già mischiati e hanno dato vita a una fetta indelebile di Storia.
Artefice della diffusione su scala planetaria della fama di tutti questi protagonisti è anche la Tv che, con l’emittente televisiva MTV, dà vita a una forma nuova di consumo musicale: il videoclip s’impone come concentrato d’impulsi audiovisivi, spesso dalla firma autografa di grandi video artisti, e l’estetica contemporanea muta a seconda delle offerte proposte dal tubo catodico.
Infine, una riflessione intelligente si ricollega al discorso della smaterializzazione del reale, connessa ai mezzi di comunicazione: se i Gorillaz esistono pur essendo frutto di animazione digitale, allora anche Micheal Jackson potrà smettere le vesti terrene e continuare a manifestarsi nella sua essenza virtuale, quella di bianco.
Diana Di Nuzzo
Gira la testa, a cura di Olaf Metzel | Olaf Metzel, stai zitto quando parli | Galleria Gentili | Dal 21.05 al 30.06.2011 | Prato
GIRA LA TESTA – A cura di Olaf Metzel
“Gira la testa” come invito a prestare uno sguardo più attento agli oggetti o alle situazioni del quotidiano che, con l’intervento straniante operato dagli artisti, acquistano valenze nuove. Questa la chiave di lettura della nuova collettiva alla Galleria Gentili.
Viene presentata accanto alla personale di Olaf Metzel, una collettiva, curata dallo stesso artista, con opere di dieci autori differenti sia per provenienza geografica che per tecniche e tematiche affrontate, ma accomunati dall’essere tutti ex studenti di Metzel all’Accademia di Belle Arti di Monaco. Le due mostre entrano in rapporto dialogico anche per la capacità di rileggere e manipolare oggetti e situazioni quotidiane creando nuove implicazioni e rimandi in ambito sociale.
Si inizia con BussiBussi del duetto ZeytmitRosa, composto da Rosanna Schumacher (München, Germania 1980) e Johanna Zey (Hermannstadt, Romania 1981), un video in cui per 45 minuti le due artiste ripetono fino all’esasperazione il comune rituale di saluto del bacio a sinistra, bacio a destra. La reiterazione del gesto rende i movimenti meccanici, annullando così il valore e il senso stesso del saluto. Leonie Felle (Lindenberg im Allgäu, Germania 1979) utilizza la Polaroid per realizzare centinaia di autoritratti; fotografandosi nelle più variegate situazioni, ingloba nelle immagini persone differenti così da estendere la dimensione individuale tipica del ritratto a quella sociale. Il lavoro di Mitra Wakil (Kabul, Afganistan 1975) discute sui simboli e sul multiculturalismo, cercando di “riflettere sulle cose che ho vissuto e di portarle a una forma raggiungibile e accessibile anche agli altri”, condensa nelle matriosche russe i tratti tipici del burqa islamico. Connessa all’idea di territorio nazionale è l’opera di Beate Engl (Regen, Germania 1973) dal titolo Einer fur alle (Uno per tutti) del 2008, composta da un gagliardetto rosso che a intervalli di tempo inizia a girare nel secchio nel quale è posto provocando un rumore simile a quello di una macchina o di una parata militare. Costringendo lo spettatore ad arretrare fino al bordo della sala, la bandiera conquista il suo spazio e definisce il proprio confine d’azione.
Marco Schuler (Bühl / Baden, Germania 1972) crea con un telone da camion un oggetto da parete, che una volta girato mostra stampata una Lamborghini che brucia. La riflessione sulla natura dell’oggetto se relitto o simbolo, riguarda in parte anche l’opera di Franka Kaßner (Oschatz, Germania 1976) che presenta una palma totalmente nera, una natura morta che sembra acquistare la forma artificiale di un attaccapanni. Tim Wolff (Elisabethstadt, Romania 1976) si dedica alla vita notturna di Istanbul realizzando un video in cui le immagini vengono montate a ritmo stesso della musica: Muzik siti del 2010 è allo stesso tempo un video clip e un video collage e sembra partecipare con la sua stessa forma della realtà sociale che documenta. Gli ultimi lavori in mostra lavorano sulla manipolazione dell’oggetto quotidiano, come Alexander Laner (München, Germania 1974) che trasforma una bicicletta da corsa, applicandogli un dispositivo alla catena in modo da far suonare un disco della Traviata. L’artista annulla la natura di prodotto seriale e funzionale propria degli oggetti industriali, facendoli acquistare una dimensione onirica e suggestiva. Parallelamente Micheal Schrattenthaler (Kufstein, Austria 1971) manomette una semplice tazza da caffè, posta sopra una pila di libri d’arte, in modo che si muovi all’indietro segnando lo scorrere dei secondi. Gli oggetti quotidiani suggeriscono nuove associazioni come in Swoosh (2011) di Nick Bötticher (München, Germania 1974) in cui il gancio dell’attaccapanni acquista l’evidenza di un noto logo.
STAI ZITTO QUANDO PARLI – Olaf Metzel
Fogli di giornali accartocciati, come prima di essere buttati, diventano delle robuste lastre di alluminio. Immagini sospese tra finzione e realtà, portano lo spettatore a interrogarsi sulla loro potenzialità illusoria. Queste alcune delle opere di Olaf Metzel in mostra alla Galleria Gentili…
Nelle ampie sale della Galleria Gentili sono presentati alcuni degli ultimi lavori di Olaf Metzel (Berlin, 1952), celebre scultore dell’attuale scena artistica tedesca.
Già dalla fine degli anni ’80 con il molto discusso 13.4.1981, lavoro incentrato sulle contestazioni seguite alla notizia della misteriosa morte di Sigurd Debus, membro della Banda Baader-Meinhof, era evidente l’interesse dell’autore per l’aspetto sociale, per il rapporto dialettico tra individuo e comunità, per il potere di manipolazione esercitato dai media sulla società. Tratti distintivi del lavoro dell’artista che si rinnovano anche nei suoi ultimi lavori, come Gio Ponti (2010), 53(2011), Ferie d’Agosto (2011), Grazie (2011), Copertina (2010), dove la riflessione sulla natura dei media, nello specifico della stampa, diventa elemento fondante dell’opera. Testi e immagini tratti da giornali, riviste, opuscoli o manifesti sono stampati su entrambi i lati di grandi lastre di alluminio, poi deformate e piegate, dando l’impressione della carta di giornale appallottolata. In questo modo Metzel discute la natura effimera delle notizie, la frenesia del flusso d’informazione, per cui “niente è più vecchio del giornale di ieri”. D’altro canto il processo di straniamento che attribuisce al foglio della rivista la resistenza dell’alluminio sposta la riflessione sugli effetti dell’informazioni, sull’influenza e sul peso che questi esercitano a livello sociale, la cui durata in tale caso è ben più consistente.
Inoltre vengono presentate tre fotografie di grande formato eseguite tra la fine degli anni ’80 e l’inizio del decennio successivo. Immagini come Strand (Pferd) e Strand (Kicker) entrambe del 1993, cariche di un’atmosfera surreale, appaiono sospese come se fossero dei filmstill estrapolati dal loro contesto di riferimento. Questi lavori inducono lo spettatore a interrogarsi sull’immagine e sulla sua storia, riflettendo anche sulla fotografia come mezzo di documentazione o al contrario come strumento di creazione della realtà. In Universal Studios, Hollywood del 1986 il gioco tra finzione e realtà, documentazione e illusione diventa più chiaro, svelandosi attraverso la presentazione degli artifici di un set cinematografico.
Nelle installazioni continua il lavoro dell’autore su luoghi e oggetti dalla forte valenza sociale, come in Ichhasseschule (io odio la scuola) del 2010 dove seggiole, lavagne e banchi di scuola sono disposti disordinatamente nello spazio, stravolti e scarabocchiati, lasciando allo spettatore l’interrogativo se simili situazioni producano nuovi punti d’inizio o dimostrino solo frustrazione e devastazione. In sintonia con il titolo della mostra, Metzel attraverso un approccio provocatorio e destabilizzante ripensa agli oggetti e agli spazi quotidiani in modo da suggerire nuove visioni e discorsi sociali.
Stefania Basso
CESARE REGGIANI | Incanto senza tempo | Immaginaria Arti Visive Gallery | dal 21.05 al 22.06.2011 | Firenze
Là tout n’est qu’ ordre et …, Luxe, calme et caetera Incanto (?) senza tempo di Cesare Reggiani
Difficile non pensare immediatamente, guardando le opere di Cesare Reggiani (Faenza, Ravenna 1949), alle atmosfere dei quadri metafisici dove strutture e luci aprono la porta su mondi irreali, o meglio, intimamente ideali.
L’insieme delle opere si struttura intorno a figure animali spesso solitarie immerse in paesaggi dove dialogano forme architettoniche monumentali, rigorosamente bianche, perfettamente geometriche, ed elementi naturali come pini mediterranei, cipressi, monoliti distribuiti intorno a larghi e stabili specchi d’acqua. Non si tratta però, nelle opere di Reggiani, di riproporre la classica antitesi tra natura, intesa come selvaggia, e cultura, anzi, il mondo naturale è rappresentato attraverso il filtro della ragione, come un’entità razionalmente elaborata. In questo senso, nelle opere di Cesare Reggiani il dominio naturale e quello artificiale si confondono tanto da sembrare nati e plasmati dallo e nello stesso primordiale limo, secondo la stessa e primordiale idea. In altri termini, la cifra naturalistica e quella architettonica delle rappresentazioni di Reggiani sembrano sorte in un unico momento cosmico costituendo due parti inscindibili di un tutto unito e simbiotico (come in Arcipelago degli Aironi, 2010). Paesaggi puramente mentali, dunque, impermeabili alla corruzione, che lasciano affiorare l’idea di una bellezza intellettiva e razionale la cui essenza, nell’insieme dei dipinti, è simbolicamente rappresentata dalla natura fredda e riflessiva dello specchio d’acqua.
Nello stesso tempo, le figure animali che dispone Reggiani nei suoi paesaggi mentali, controbilanciano l’estetica della fredda purezza intellettiva introducendovi una componente animata quasi romantica. Sono essi, in effetti, spesso rappresentati nella contemplazione di questa ideale e monumentale natura, citando l’attitudine del Viaggiatore (1818) di Caspar David Friedrich, evocando la parte introspettiva e malinconica della riflessione.
Si assiste, forse, a un connubio paradossale tra l’animato e l’inanimato, tra l’eterno e il fugace (presente nei quadri dove aironi, ibis e altri uccelli passano attraverso lo stabile paesaggio come in Ibis scarlatti, 2011), tra “il transitorio, il fuggitivo”, la metà dell’arte e la sua altra metà “l’eterno e l’immutabile” come spiega Paola Facchina citando Baudelaire nel catalogo della mostra. Forse.
Eppure, la natura “illustrativa” delle figure animali, una certa freddezza nella resa d’insieme, la retorica e ripetitiva presenza dell’ Arche de la Défense nonché una sensazione di “déjà-vu”, possono rendere difficile il pieno apprezzamento delle opere di Cesare Reggiani.
Yan Blusseau
CHI CI SALVERA’ DAI MESSIA? | Protagonisti dell’arte africana contemporanea | A cura di Enrico Mascelloni | Sangallo Art Station | dal 25.05 al 31.07.2011 | Firenze
Il Messia, il Salvatore… Ma da chi o da cosa dobbiamo essere salvati? Ce lo siamo chiesti abbastanza? Folle di presunti messia ci vorticano intorno ogni giorno promettendo di salvarci dalla paura, dalla crisi economica, dalla noia. Ma quale paura? Quale crisi? Salvateci, piuttosto, dai voi stessi.
Di messia ve ne sono di due tipi: quelli che, a torto o a ragione, si ritengono tali ma peccano di immodestia, che consapevoli del loro ruolo guida troppo spesso ne vengono condizionati; poi ci sono quelli che si ‘ritrovano’ messia, che inconsapevolmente dispensano doni e, come magici pifferai, si lasciano seguire da stuoli di silenziosi seguaci.
In Chi ci salverà dai Messia un gruppo di artisti africani affronta con tecniche e metodi narrativi differenti attualità, tabù, miti, riti sacri e demoniaci senza formalismi e senza troppe metafore.
Ad accogliere il visitatore sono le buffe figure dagli spessi contorni e dai vivaci colori dell’artista tanzaniano Georges Lilanga (Masai, Tanzania 1934 – Dar Es Salama, Tanzania 2005). Le sue tele, completamente riempite da forme incastrate, abbracciate, “scatenate” in danze tribali, l’hanno visto spesso paragonato a Keith Haring. In effetti Haring potrebbe aver conosciuto l’arte di Lilanga in una mostra a New York nel 1977. Ma, a differenza del più noto graffitista pop d’Occidente, Lilanga e la sua arte restano profondamente radicati alla cultura tradizionale africana. “I miei personaggi – spiega – appartengono all’universo della stregoneria, vivono le storie che mi sono state raccontate dagli stregoni durante la mia infanzia”.
Un altro “mostro sacro” dell’arte africana è Seni Camara (Bignonia, Casamance 1945), scultrice senegalese le cui opere, così profondamente connesse al patrimonio culturale e spirituale della sua regione, hanno indotto i ribelli della guerriglia separatista ad irrompere nel suo studio e a distruggere tutte le sculture presenti in quanto “capaci di svelare i segreti della Casamance”. Le sue opere appaiono compatte ma misteriose, evidentemente collegate a una visione del mondo e della vita che non appartiene a noi, “gente d’Occidente”.
Così anche le semidivinità di Cyprien Tokoudagba (Abomey, Benin 1939), rese tridimensionali dai netti chiaro-scuri stagliati su tele bianche, e la minuziosa cronaca pittorica di Lonaa (Nairobi, Kenia 1977), in cui scene di vita quotidiana metropolitana, tra degrado e sguaiata vitalità, sono invase dalle insegne e le scritte cittadine, mostrano tradizione e realtà di una terra che non teme di svelarsi. Una terra i cui messia sono tali in quanto grandi personalità indipendenti, instancabili pendolari, che sul vivace e diretto passaggio dalla realtà all’arte hanno fondato la loro vincente esistenza. Il vigore della loro personalità è un semplice dato di fatto, radicato in loro come nelle tradizioni, nella cultura e nella spiritualità della loro terra.
Costanza Focardi
