Posts Tagged ‘galleria gentili’

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Palomar – Renato Leotta

La galleria Gentili di Prato ospiterà la mostra “Palomar” di Renato Leotta dal 11.05 al 29.06.2012 Orari Apertura: da martedi al sabato, dalle 14:00 alle 19:00 from tuesday to saturday from 14:00 to 19:00 info@galleriagentili.it t +39 0574 606986 f +39 0574 443704 via del Carmine 11, Prato 59100

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Ignacio Uriarte. Sequential Drawings

Ignacio Uriarte

Sequential Drawings

3 Marzo-28 Aprile 2012
Galleria Gentili, Prato

Un’enciclopedia di “atti mancati” quella che Ignacio Uriarte porta in scena nella sua prima personale a Prato, un vero e proprio inventario di inciampi della coscienza delle giornate in ufficio.

Per Freud aveva un nome, psicopatologia della vita quotidiana, ovvero una routine – lavorativa e non – dalla quale possono scaturire azioni sintomatiche casuali, atti mancati, intoppi e dimenticanze che disvelano un qualcosa di più profondo. Ed è qui che si è insinuato Ignacio Uriarte (Krefeld, Germania, 1972), un’indagine la sua, alle origini di questo processo, di una condizione impiegatizia alienante, dove però il materiale psichico incompiutamente represso e respinto nella coscienza, non è stato tuttavia completamente derubato della capacità di esprimersi.
Scarabocchi, sequenze numeriche alogiche, fogli di carta accartocciati, elastici monocolore, la gamma degli strumenti e delle tecniche utilizzate dall’artista riflettono una tendenza riduzionistica, figlia della serialità del terziario, un settore grigio ed abitudinario. Ripetitività gestuale dei segni lasciati su un blocco notes, righe, grovigli di inchiostro blu che riempiono il vuoto creato da un’occupazione sempre uguale a se stessa, emblema dello scarto che esiste tra valore del lavoro umano e mera riproducibilità tecnica.
Dodici opere, quelle esposte, dodici spunti di riflessione gettati sulle pareti bianche di questa galleria, ex fabbrica tessile, in cui si riesce ancora a sentire l’eco dei telai, dei gesti meccanici della tessitura, ora rievocati nelle installazioni di Uriarte. Installazioni di carta stropicciata, come Scrambled and unscrambled (2011-2012), assemblata in un grande mosaico parietale, connotato di una certa carica eversiva e di resistenza alla monotonia del lavoro. E ancora, Rubber Band Circle (2012), una scultura “ a terra” fatta di migliaia di elastici rossi, un percorso labirintico di curve, in cui piccoli oggetti spariscono come entità distinte, al pari di un impiegato, fagocitato dal “sistema”.
Luce e leggerezza accompagnano la mostra, dando allo spettatore la possibilità di respirare nonostante l’apnea di questi Sequential Drawings, piccoli capolavori del quotidiano capaci di risvegliare in chi li guarda la voglia del cambiamento, il desiderio di rompere una maglia della catena e riuscire ad andare “al di là”… al di là della scrivania, del telefono, al di là della penna poggiata su di un’agenda, al di là di una routine, quella lavorativa, troppo spesso apatica, priva di creatività e fantasia.

Eleonora Ciambellotti

feb
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IGNACIO URIARTE | SEQUENTIAL DRAWINGS

IGNACIO URIARTE

SEQUENTIAL DRAWINGS

Galleria Gentili, Prato

dal 3 marzo al 28 aprile 2012

Inaugurazione 3 marzo, ore 18:00

 

In occasione della prima mostra personale di Ignacio Uriarte, Galleria Gentili presenta la nuova serie di lavori Sequential Drawings in cui l’artista prosegue la propria indagine sui metodi di produzione del settore terziario, le forme della routine lavorativa e le possibilità della loro rappresentazione artistica.

Attraverso l’utilizzo di strumenti e metodi propri del lavoro d’ufficio, l’artista rileva l’estetica dei minimi episodi creativi nella pratica di un impiegato -come l’estemporaneità di uno scarabocchio su quaderno o il puro plasticismo di fogli accartocciati- connotandole quasi di una carica eversiva e di resistenza alla monotonia del lavoro quotidiano.

Da un punto di vista formale i suoi lavori richiamano l’arte concettuale e minimalista degli anni ’70. Ponendo l’accento sulla serialità di produzione e l’alienazione del lavoratore, Uriarte individua una coincidenza tra la terziarizzazione del sistema capitalista di epoca postfordista e la perdita di preminenza materiale dell’oggetto artistico negli stessi anni. Anche la stretta gamma di strumenti e tecniche utilizzate, come il ricorso ai soli quattro colori “primari” commerciali di una penna Bic, riflette questa tendenza riduzionista.

L’intensa manualità presente nei lavori in mostra, come nella serie dei disegni su carta From pen to pencil, agisce da una lato come riproposizione della ripetitività gestuale, quasi per fornire allo spettatore una traccia visiva del processo alienato del lavoro e dall’altro segna uno scarto tra il valore del lavoro umano e la mera riproducibilità tecnica.

Ignacio Uriarte è nato a Krefeld, Germania, nel 1972. Dopo gli studi di economia aziendale ha lavorato per grandi multina­zionali in Germania, Spagna e Messico. Dal 1998 al 2001 ha studiato arti audiovisive a Guadalajara, in Messico, lasciando il suo lavoro amministrativo nel 2003 per dedicarsi a tempo pieno alla ricerca artistica. Tra i musei che hanno ospitato sue recenti mostre personali il CGAC di Santiago de Compostela (2007), il Musac di Leon (2008), il Centro Huarte de Arte Con­temporáneo a Pamplona (2008) e la Sala Rekalde di Bilbao (2011). Suoi lavori sono stati acquisiti nelle collezioni La Caixa di Barcellona, Musac di Leon, la Collezione Jumex di Città del Messico e il Frac Piemonte di Torino. Dal 2007 vive e lavora a Berlino.

Durante l’inagurazione Ignacio Uriarte presenterà anche il suo ultimo libro d’artista 360° , Ed. Automatic Books.

 

 

 

 

set
18

HEIMO ZOBERNIG | Galleria Gentili | Prato | Dal 8.10 al 17.12.2011

I più recenti lavori rappresentano una nuova generazione della pittura di Heimo Zobernig. Sulla base dei monocromi degli ultimi anni ha realizzato una serie di dipinti che interessano il linguaggio. Riflettendo la percezione dello spettatore, l’artista dimostra come la parola scritta influenzi la nostra visione. I termini utilizzati seguono diversi concetti: il doppio, gli opposti e giochi di parole che riflettono sia gli stessi materiali artistici (la pittura) sia contenuti non inerenti all’arte. Ciò che hanno in comune è che le parole descrivono qualcosa di effettivamente visibile o non visibile (anche la fittizia descrizione del colore “ beige, ocra, oro” è un’illusione). Segni appena percettibili a prima vista emergono dallo sfondo monocromo come una filigrana, aggiungendo un nuovo orizzonte di significato. Immersi nella contemplazione potrebbero evocare un “concetto-suono” che ci circonda.

Artista tra i più interessanti della scena internazionale, Heimo Zobernig ( Mauthen, AT, 1958) esordisce alla metà degli anni Ottanta.

Tra le partecipazioni e mostre personali più rilevanti ricordiamo: Aperto 1988, Biennale di Venezia, Biennale di Istanbul (1992); Documenta IX, Kassel (1992) e Documenta X, Kassel (1997), Münster Skulptur Projekte, Münster (1997), “Platea dell’Umanità” – Biennale di Venezia (2001), MUMOK, Museum Moderner Kunst Stiftung Ludwig, Vienna, (2002); Heimo Zobernig, Pestorius Sweeney House, Brisbane, Australia (2005); Heimo Zobernig, MAK, Vienna, Austria, (2008); CAPC, Musée d’art contemporain, Bordeaux (2009); The Drama of Display, Österreichische Friedrich und Lillian Kiesler Privatstiftung, Vienna (2010); Essl Museum, Klosterneuburg,Vienna (2011).

Con l’inaugurazione della mostra Heimo Zobernig, l’8 ottobre 2011, Galleria Gentili aderisce alla 7ª Giornata del Contemporaneo, promossa da AMACI (Associazione dei Musei d’ Arte Contemporanea Italiani).

Informazioni: inaugurazione 8 ottobre 2011 ore 18:00, Galleria Gentili, via del Carmine 11 Prato 59100, www.galleriagentili.it

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Gira la testa, a cura di Olaf Metzel | Olaf Metzel, stai zitto quando parli | Galleria Gentili | Dal 21.05 al 30.06.2011 | Prato

GIRA LA TESTA – A cura di Olaf Metzel

Gira la testa” come invito a prestare uno sguardo più attento agli oggetti o alle situazioni del quotidiano che, con l’intervento straniante operato dagli artisti, acquistano valenze nuove. Questa la chiave di lettura della nuova collettiva alla Galleria Gentili.

Viene presentata accanto alla personale di Olaf Metzel, una collettiva, curata dallo stesso artista, con opere di dieci autori differenti sia per provenienza geografica che per tecniche e tematiche affrontate, ma accomunati dall’essere tutti ex studenti di Metzel all’Accademia di Belle Arti di Monaco. Le due mostre entrano in rapporto dialogico anche per la capacità di rileggere e manipolare oggetti e situazioni quotidiane creando nuove implicazioni e rimandi in ambito sociale.

Si inizia con BussiBussi del duetto ZeytmitRosa, composto da Rosanna Schumacher (München, Germania 1980) e Johanna Zey (Hermannstadt, Romania 1981), un video in cui per 45 minuti le due artiste ripetono fino all’esasperazione il comune rituale di saluto del bacio a sinistra, bacio a destra. La reiterazione del gesto rende i movimenti meccanici, annullando così il valore e il senso stesso del saluto. Leonie Felle (Lindenberg im Allgäu, Germania 1979) utilizza la Polaroid per realizzare centinaia di autoritratti; fotografandosi nelle più variegate situazioni, ingloba nelle immagini persone differenti così da estendere la dimensione individuale tipica del ritratto a quella sociale. Il lavoro di Mitra Wakil (Kabul, Afganistan 1975) discute sui simboli e sul multiculturalismo, cercando di “riflettere sulle cose che ho vissuto e di portarle a una forma raggiungibile e accessibile anche agli altri”, condensa nelle matriosche russe i tratti tipici del burqa islamico. Connessa all’idea di territorio nazionale è l’opera di Beate Engl (Regen, Germania 1973) dal titolo Einer fur alle (Uno per tutti) del 2008, composta da un gagliardetto rosso che a intervalli di tempo inizia a girare nel secchio nel quale è posto provocando un rumore simile a quello di una macchina o di una parata militare. Costringendo lo spettatore ad arretrare fino al bordo della sala, la bandiera conquista il suo spazio e definisce il proprio confine d’azione.

Marco Schuler (Bühl / Baden, Germania 1972) crea con un telone da camion un oggetto da parete, che una volta girato mostra stampata una Lamborghini che brucia. La riflessione sulla natura dell’oggetto se relitto o simbolo, riguarda in parte anche l’opera di Franka Kaßner (Oschatz, Germania 1976) che presenta una palma totalmente nera, una natura morta che sembra acquistare la forma artificiale di un attaccapanni. Tim Wolff (Elisabethstadt, Romania 1976) si dedica alla vita notturna di Istanbul realizzando un video in cui le immagini vengono montate a ritmo stesso della musica: Muzik siti del 2010 è allo stesso tempo un video clip e un video collage e sembra partecipare con la sua stessa forma della realtà sociale che documenta. Gli ultimi lavori in mostra lavorano sulla manipolazione dell’oggetto quotidiano, come Alexander Laner (München, Germania 1974) che trasforma una bicicletta da corsa, applicandogli un dispositivo alla catena in modo da far suonare un disco della Traviata. L’artista annulla la natura di prodotto seriale e funzionale propria degli oggetti industriali, facendoli acquistare una dimensione onirica e suggestiva. Parallelamente Micheal Schrattenthaler (Kufstein, Austria 1971) manomette una semplice tazza da caffè, posta sopra una pila di libri d’arte, in modo che si muovi all’indietro segnando lo scorrere dei secondi. Gli oggetti quotidiani suggeriscono nuove associazioni come in Swoosh (2011) di Nick Bötticher (München, Germania 1974) in cui il gancio dell’attaccapanni acquista l’evidenza di un noto logo.

STAI ZITTO QUANDO PARLI –  Olaf Metzel

Fogli di giornali accartocciati, come prima di essere buttati, diventano delle robuste lastre di alluminio. Immagini sospese tra finzione e realtà, portano lo spettatore a interrogarsi sulla loro potenzialità illusoria. Queste alcune delle opere di Olaf Metzel in mostra alla Galleria Gentili…


Nelle ampie sale della Galleria Gentili sono presentati alcuni degli ultimi lavori di Olaf Metzel (Berlin, 1952), celebre scultore dell’attuale scena artistica tedesca.

Già dalla fine degli anni ’80 con il molto discusso 13.4.1981, lavoro incentrato sulle contestazioni seguite alla notizia della misteriosa morte di Sigurd Debus, membro della Banda Baader-Meinhof, era evidente l’interesse dell’autore per l’aspetto sociale, per il rapporto dialettico tra individuo e comunità, per il potere di manipolazione esercitato dai media sulla società. Tratti distintivi del lavoro dell’artista che si rinnovano anche nei suoi ultimi lavori, come Gio Ponti (2010), 53(2011), Ferie d’Agosto (2011), Grazie (2011), Copertina (2010), dove la riflessione sulla natura dei media, nello specifico della stampa, diventa elemento fondante dell’opera. Testi e immagini tratti da giornali, riviste, opuscoli o manifesti sono stampati su entrambi i lati di grandi lastre di alluminio, poi deformate e piegate, dando l’impressione della carta di giornale appallottolata. In questo modo Metzel discute la natura effimera delle notizie, la frenesia del flusso d’informazione, per cui “niente è più vecchio del giornale di ieri”. D’altro canto il processo di straniamento che attribuisce al foglio della rivista la resistenza dell’alluminio sposta la riflessione sugli effetti dell’informazioni, sull’influenza e sul peso che questi esercitano a livello sociale, la cui durata in tale caso è ben più consistente.

Inoltre vengono presentate tre fotografie di grande formato eseguite tra la fine degli anni ’80 e l’inizio del decennio successivo. Immagini come Strand (Pferd) e Strand (Kicker) entrambe del 1993, cariche di un’atmosfera surreale, appaiono sospese come se fossero dei filmstill estrapolati dal loro contesto di riferimento. Questi lavori inducono lo spettatore a interrogarsi sull’immagine e sulla sua storia, riflettendo anche sulla fotografia come mezzo di documentazione o al contrario come strumento di creazione della realtà. In Universal Studios, Hollywood del 1986 il gioco tra finzione e realtà, documentazione e illusione diventa più chiaro, svelandosi attraverso la presentazione degli artifici di un set cinematografico.

Nelle installazioni continua il lavoro dell’autore su luoghi e oggetti dalla forte valenza sociale, come in Ichhasseschule (io odio la scuola) del 2010 dove seggiole, lavagne e banchi di scuola sono disposti disordinatamente nello spazio, stravolti e scarabocchiati, lasciando allo spettatore l’interrogativo se simili situazioni producano nuovi punti d’inizio o dimostrino solo frustrazione e devastazione. In sintonia con il titolo della mostra, Metzel attraverso un approccio provocatorio e destabilizzante ripensa agli oggetti e agli spazi quotidiani in modo da suggerire nuove visioni e discorsi sociali.

Stefania Basso