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The Avengers
Iron Man, Thor, Hulk, Capitan America, La Vedova Nera e Occhio di Falco. Tutti insieme appassionatamente per salvare le sorti dell’umanità. Coordinati da Nick Fury, capo della S.H.I.E.L.D., agenzia di spionaggio governativo, combattono Loki, fratellastro del semi-dio Thor, impossessatosi del Tesseract, un cubo cosmico dall’inimmaginabile potenza e capace di creare un varco dimensionale per l’invasione aliena.
La trama di “The Avengers” è tutta qui. Ma in fondo nessuno si è mai messo a guardare questo genere di film per la loro trama.
La forza dei Vendicatori infatti sta in altro. Il regista Joss Whedon, papà di “Buffy” e “Angel”, ha creato un meraviglioso “giocattolone” per Nerd, capace però di appassionare anche i non-addicted Marvel grazie alla sapiente mescolanza di azione e ironia.
Questi supereroi divertono ma non solo, perché la geniale penna di Whedon riesce anche a concedere agli spettatori uno spunto di riflessione sul mondo in cui viviamo.
Nonostante l’eccessiva lunghezza, sicuramente dovuta al fatto di doversi destreggiare con così tanti protagonisti, il film mantiene l’equilibrio. Nessun protagonista viene lasciato da parte: a tutti sono concessi un arco narrativo completo e anche le relazioni tra i vari personaggi non sono lasciate al caso ma sono spiegate e alimentate per tutta la durata dell’opera grazie ad un adeguato approfondimento psicologico.
Le scene d’azione sono bene confezionate e nonostante il montaggio serrato le immagini rimangono nitide e i movimenti dei supereroi sono visibili; le dinamiche di combattimento infatti non vengono sacrificate e son sempre chiare, cosa che non avviene in altri film del genere. Se nella prima parte infatti troviamo la presentazione dei personaggi, nella seconda si da il via all’azione pura in un’enorme battaglia.
In grande spolvero tutti gli interpreti da Chris Evans a Mark Ruffalo, che per la prima volta dà le sembianze al Dottor Bruce Banner/Hulk, da Scarlett Johansson a Samuel L. Jackson. Spicca fra tutti però l’istrionica rappresentazione del miliardario, playboy, genio e filantropo Tony Stark, interpretato da Robert Downey Jr.
Francesca Versienti
Maternity Blues
“Non tutte le donne nascono madri”
Madri assassine. Fin dall’antica Grecia, l’uomo si è interrogato sull’infanticidio, il gesto più terribile e devastante che una donna possa fare. Di Medee ce ne sono state sempre tante e nell’era moderna, quella della psicoanalisi e della ragione, l’uccisione del sangue del proprio sangue è stata spiegata con l’acutizzarsi di una sindrome, quella post partum o “maternity blues”.
Negli ultimi anni, la pornografia dell’orrore ha portato alla ribalta delle cronache plastici, cosiddetti esperti e perizie. Ci si è concentrati crudelmente sui delitti tralasciando le cause. La sindrome di Medea non può e non deve essere brutalmente spiegata come insanità. Dietro c’è molto di più. C’è la solitudine di donne lasciate sole dalla famiglia, ma anche e soprattutto da una società che dà per scontato che tutte le femmine vogliano diventare madri e lo sappiano fare per natura. C’è la stanchezza fisica e la dimensione psicologica di insicurezza, fragilità e inadeguatezza. Ed è proprio questo che il film di Fabrizio Cattani cerca di proporre.
Clara, Eloisa, Vincenza e Rina, insieme a tutte le altre ospiti dell’ospedale psichiatrico giudiziario di Castiglione dello Stivere, non vengono giudicate, non vengono assolte. Vengono ascoltate. Il film infatti non si concede al patetico o al lacrimoso. La macchina da presa restituisce quasi “chirurgicamente” le immagini di queste donne che tentano loro stesse di capire, a volte di giustificare, a volte di dimenticare, il più atroce dei delitti. Gli infanticidi non sono mai messi in mostra, si intuiscono, si scorgono appena. Non c’è nessuna volontà di ostentazione e tutto scorre con misura e sobrietà. L’opera infatti, si basa sul racconto, sulle parole e sui dialoghi e, in questo, il film denuncia la sua chiara provenienza teatrale, la piéce “From Medea” di Grazia Verasani, che insieme al regista firma la sceneggiatura.
Nonostante la materia scottante e difficile, il regista regala allo spettatore un’ottica diversa in cui la donna è riposizionata al centro come essere umano: donne colpevoli e innocenti nello stesso tempo.
Di grande impatto l’emozionante prova di Andrea Osvart nei panni della protagonista così come del resto del cast femminile: un gruppo affiatato, giustamente unito, capace di ritratti veri, approfonditi e onesti su cui spicca Monica Birandeanu. Buona anche l’interpretazione di Daniele Pecci, alle prese con un padre ferito che riconoscendo i suoi errori tenta di riallacciare i rapporti con la moglie.
Francesca Versienti
The Rum Diary – Cronache di una passione
Hunter S. Thompson è l’inventore del “giornalismo gonzo”, nel quale l’autore, pur cercando dirimanere oggettivo, di solito si sofferma di più sullo stile, descrivendo sensazioni, sentimenti eumori, che sui fatti. “The Rum Diary” è il film tratto dal suo omonimo romanzo fino a poco fainedito, ritrovato da Johnny Depp, amico intimo del giornalista. L’attore ha voluto fortemente larealizzazione di questo film, tanto che ne è anche divenuto il produttore. Anche “Paura e delirio a Las Vegas”, sempre con Depp, era un film tratto da un romanzo di Thompson, ma se vi aspettate di trovarci la stessa inquietante intensità e geniale follia, rimarrete delusi. Quello che manca al film infatti è proprio l’incisività. La struttura narrativa del film è debole nonostante l’ambientazione mozzafiato, la fotografia che privilegia la luce naturale, alcune scene particolarmente riuscite e divertenti, la convincente prova di Depp che abbandona le solite eccessive smorfie e mossette per uno stile di recitazione basato sulla mimica facciale e la gestualità e la bravura del resto del cast. Forse la scelta di affidare la regia a Bruce Robinson, lontano dalla macchina da presa da ben vent’anni, non è stata troppo azzeccata.Lo stile del regista infatti risulta troppo classico mentre l’andamento risulta eccessivamentelento e discontinuo. Il racconto si perde in una serie di sottotrame che non riescono a supportare adeguatamente la storia del protagonista. Paul Kemp, giornalista di talento ma troppo dedito all’alcool, arriva a Porto Rico nel 1960. Assunto dal disastrato giornale locale si ritroverà però coinvolto dall’imprenditore Senderson, che lo assolda per sponsorizzare il cambiamento dell’isola da paradiso incontaminato a oasi capitalistica per bianchi. Dopo l’iniziale riluttanza, Kemp sceglie il “bene” e scopre il suo personale stile giornalistico. È proprio la seconda parte però a risentire di un calo di scrittura. Se l’inizio infatti è costruito bene e racconta con un certa dose di assurdità e ironia le vicende alcoliche e bizzarre del protagonista e dei suoi nuovi amici, la seconda parte invece si concentra troppo su una visione iconica, idealistica e rassicurante di Kemp lasciando da parte la genesi del un nuovo metodo giornalistico. Un’opera che poteva essere dirompente, in realtà non lascia un segno veramente significativo, priva di forza e di dolente amarezza. Un peccato soprattutto per lo sforzo profuso daDepp, che dà forse il meglio di sé rispetto alle performance degli ultimi anni.
Francesca Versienti
Quasi amici
Ci scusiamo per il ritardo. Non volevamo aspettare che questo film diventasse un fenomeno di portata internazionale prima di parlarne, ma è andata così.
Comunque sia proprio il fatto che questa commedia francese scritta e firmata dal duo Eric Toledano e Olivier Nakache rimane fissa nelle prime 5 posizioni della classifica del box office italiano da più di un mese e mezzo ci dà l’opportunità di spiegare il perché di questo successo.
“Quasi amici” sembra una meravigliosa favola ma in realtà è ispirato ad una storia vera. Il racconto dell’amicizia tra Philippe (Francois Cluzet), ricco tetraplegico costretto su una sedia a rotelle e bisognoso di assistenza continua, e Driss (Omar Sy), giovane ex galeotto di colore proveniente dalle banlieue parigine, è ben congegnato e gioca sui contrasti. Quando il disabile infatti sceglie proprio il disadattato e poco qualificato Driss come suo aiutante personale si innesca nello spettatore il meccanismo della risata involontaria e verace. L’elemento perturbante del giovane in una vita scialba e piena di regole e paletti com’è quella di Philippe, trascina con se una serie di scene divertenti, gag e battute, forse già viste, ma che mantengono tutta la loro forza ed efficacia grazie alla straordinaria bravura dei due protagonisti. Due esistenze così diverse si uniscono nella gioia di vivere, nella spensieratezza e nel divertimento senza freno, dando vita ad una “quasi” amicizia fuori dal comune dove le difficoltà dell’uno diventano la forza dell’altro.
Ma sono i dialoghi la vera fonte di umorismo di quest’opera. E in questo caso si tratta di quell’ironia sottile basata non sulla situazione divertente ma sul gioco della verità di una condizione difficile e permanente come quella della disabilità. L’argomento non era certo dei più semplici ma “Quasi amici” ci regala dei veri momenti di esilarante comicità. Senza mai esagerare, senza mai eccedere, senza mai essere volgare, o peggio, banale, la scrittura ribalta il punto di vista sull’handicap facendo capire quanto il mondo dei “sani” abbia una visione distorta e auto compiaciuta su questo tema.
Convince anche la scelta registica di non attuare il solito schema della commedia classica ma di buttare lo spettatore subito in medias res. È chiaro quindi che i film francesi ultimamente riescono a fare di più e meglio quello in cui purtroppo i nostri latitano: usare la forza e la dirompenza della commedia per parlare di argomenti seri, difficili e delicati. “Quasi amici” in questo è perfetto. Un film da vedere, rivedere, rivedere e ancora rivedere.
Francesca Versienti
The Woman in black
Harry Potter è tornato? No, ma quasi. Il ritorno al cinema di Daniel Radcliff infatti non ha ottenuto l’effetto desiderato dal giovane attore inglese. L’intento, dopo anni passati ad interpretare il famoso maghetto, era proprio quello di far dimenticare l’ingombrante personaggio creato dalla Rowling ma sembra che non ci sia riuscito.
In “The Woman in black”, film a cavallo tra l’horror e il thriller gotico prodotto dalla rediviva casa di produzione Hammer, Radcliff interpreta il ruolo di un vedovo e padre di un figlio di 4 anni. Il ruolo è sicuramente insolito per l’attore, che effettivamente risulta ancora troppo immaturo artisticamente e precoce fisicamente per una parte del genere. L’ambientazione inoltre, cupa e sinistra, non aiuta sicuramente l’angelico volto di Radcliff ad allontanarsi dal cliché potteriano.
L’incompiutezza del film però non è solo colpa del protagonista e questo va detto chiaramente. L’opera firmata da James Watkins appare da subito spenta e senza verve. Rifacendosi alla tradizione degli horror classici purtroppo il ritmo risulta eccessivamente rallentato e il montaggio non aiuta a ravvivare l’andamento; la sensazione persistente e fastidiosa è quella del “già visto”.
Nonostante la messa in scena visiva sia ottima e ricca di dettagli da scoprire, la noia, tranne nell’ultima mezz’ora, regna sovrana. La storia, ispirata all’omonimo romanzo di Susan Hill, è quella dell’avvocato Arthur Kipps mandato dal suo studio legale in uno sperduto villaggio nella brughiera inglese a sbrigare le pratiche per vendere una tetra e isolata casa situata in una palude. Nonostante la diffidenza e la scontrosità con cui viene accolto dagli abitanti del luogo, Kipps decide di portare a termine il lavoro affidatogli venendo così a contatto con il terribile fantasma della “donna in nero”, ritenuta responsabile della morte di molti fanciulli del paese. Pochi i colpi di scena: fin da subito lo spettatore capisce in che direzione verterà la narrazione. Pochi i momenti horror e anche quelli lasciano insoddisfatti gli appassionati del genere.
Niente urla o occhi tappati in questo film, niente sangue e poco spavento. Una film deludente e a tratti insignificante. Di certo non entrerà di diritto nella grande storia del cinema horror.
Francesca Versienti
