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nov
08

La Guerra è finita! | Storie dell’Italia che ce l’ha fatta

Asti, Palazzo Mazzetti – Palazzo Alfieri – Palazzo Ottolenghi, fino al 3 novembre 2013

Dalla mostra 'La Rinascita. Storie dell'Italia che ce l'ha fatta'. Un capo dello stilista Giovan Battista Giorgini

Interrompiamo le trasmissioni per annunciare che la Guerra è Finita! Ripetiamo: la Guerra è finita!”. Essere catapultato a metà del secolo scorso, all’indomani della fine del conflitto mondiale, in un’Italia fiduciosa, piena di speranza e di intraprendenza:
ecco la sensazione che ha provato chi ha potuto visitare la mostra“La rinascita. Storie dell’Italia che ce l’ha fatta” ospitata dalla città di Asti. Il percorso artistico-culturale ha illustrato, in ogni sfumatura, la vita dell’Italia del Dopoguerra, “quell’Italia” che ha avuto le idee, le capacità, la creatività e la forza per uscire dalla profonda crisi post-bellica. L’esposizione ha preso forma all’interno di tre differenti poli, tre palazzi storici del centro città, e ha ripercorso gli anni dal 1945 al 1970, riproponendo le tappe di quella fioritura che è coincisa con il “boom economico” del Belpaese. Il Comitato Scientifico, coordinato da Davide Rampello, ha affrontato in maniera trasversale lo studio delle aree protagoniste di questa rivoluzione, creando un dinamico intreccio tra i simboli della “Rinascita” italiana. Un racconto fatto di oggetti, di moda, di design, di immagini, cinema, parole, televisione e di dati Istat, che testimoniano concretamente ogni cambiamento avvenuto nel territorio.

Dalla mostra 'La Rinascita. Storie dell'Italia che ce l'ha fatta'. Allestimento presso Palazzo OttolenghiA Palazzo Mazzetti, museo civico di Asti, le macchine da scrivere Olivetti, l’aroma del caffè Bialetti, lo pneumatico Pirelli, gli abiti Valentino e le eleganti calzature Ferragamo hanno dialogato con i lavori artistici di Manzoni, De Chirico e Fontana, nonché con le opere di grafica pubblicitaria firmate Armando Testa. Un’ala di Palazzo Alfieri ha custodito invece gli splendidi arazzi dell’Arazzeria Scassa, capaci di interpretare l’arte del XX secolo attraverso l’antica tessitura dell’alto liccio. Una grande parete allestita ha permesso di leggere direttamente dalle prime pagine delle più importanti testate giornalistiche i momenti cruciali, storici e politici, del dopoguerra. Poi, l’ultima sala, come una grande scatola nera, ha riproposto la nuova produzione televisiva, come ad esempio le più note pubblicità che hanno segnato l’epoca del primo consumismo.

Dalla mostra 'La Rinascita. Storie dell'Italia che ce l'ha fatta'. Azienda ALESSI, servizio Bombè,1955.Infine, a Palazzo Ottolenghi, la musica jazz e il boogie, la poetica di Paolo Conte, insieme a tutte le suggestioni di chi, nell’astigiano, la guerra è stato costretto a viverla, hanno saputo trascinare lo spettatore dritto al cuore di quegli anni. Porte sovrapposte, metaforicamente aperte verso il futuro, raccontavano infine attraverso diverse testimonianze quella nuova Italia piena di speranza, di voglia e di ricerca del cambiamento: cambiamento che si è materializzato attraverso l’allestimento di un’area verde. Qui tre innaffiatoi attendevano di esser riempiti con i sogni e le idee di chi non solo osserva una mostra, ma vive un’esperienza sospesa tra passato, presente e futuro.

Da quei tempi è trascorso mezzo secolo, ma essi rappresentano un pezzo della nostra storia che ancora oggi ci può dire qualcosa, ricordandoci quello che siamo stati e quali talenti abbiamo saputo mettere in gioco, per poter guardare, con un po’ più di fiducia, al domani.

Valeria Giaran

ott
04

Alain Guiraudie | Lo sconosciuto del lago

Alain Guiraudie - Lo sconosciuto del lagoLo sconosciuto del lago di Alain Guiraudie presentato in anteprima a Firenze nello storico cinema Spazio Uno di Via del Sole, che riapre i suoi battenti per la nuova stagione con un rinnovato impianto digitale.

Prodotto da Les films du Losange, la storica casa di produzione fondata nel 1962 da Eric Rohmer, il film che si è aggiudicato il premio per la Miglior Regia nella sezione Un Certain Regard durante l’ultimo Festival di Cannes, racconta la storia di tre uomini sullo sfondo di un lago circondato da un bosco, teatro delle numerose avventure occasionali dei suoi frequentatori.

Frank giovane disoccupato molto attraente, vero e proprio abituè del lago, fa la conoscenza di Henri un uomo più maturo, timido e corpulento col quale da subito entra sintonia. Henri non è omosessuale, anche se confida a Frank di avere avuto in passato una breve storia con un ragazzo; ha rotto da poco con la sua fidanzata e frequenta il luogo solo per indugiare nei ricordi e nella malinconia. Durante un pomeriggio d’estate Frank ha un’avventura con un uomo conosciuto poche ore prima e del quale non sa neanche il nome, trattenendosi con lui nel bosco fino al tramonto. Tornando da solo in spiaggia per riprendere i vestiti è involontariamente testimone di un omicidio: un affascinante ragazzo bruno col quale ha scambiato qualche parola quella mattina e da cui si è sentito subito fortemente attratto, sta affogando il suo amante nel lago. Frank incapace di smettere di osservare la scena vede l’omicida nuotare verso la riva, rivestirsi e allontanarsi senza fretta.

Alain Guiraudie - Lo sconosciuto del lago. Still da filmNessuna colonna sonora, nessun dettaglio sulla vita dei protagonisti lontana dal lago e nessun tipo di filtro nel raccontare lo scorrere del tempo in un luogo frequentato da soli uomini in cerca di avventure nel film di Guiraudie, che compie un’attenta riflessione sull’amicizia, l’amore, il sesso e la solitudine.

Ambientando una storia con confini di spazio invalicabili, che vanno dalle rive del lago al parcheggio delle auto, Lo sconosciuto del lagorompe molti tabù sulla messa in scena del rapporto sessuale in un film di genere non erotico. Il soft-porno di molte pellicole con pretese di trasgressione è superato in favore di un’autenticità che meraviglia, ma non sconcerta, forse perché relegata ad un set naturale e così primitivo. Gli uomini si amano e guardano gli altri amarsi con la facilità con cui conversano o prendono il sole senza vestiti e lo fanno senza ostentazione e rivendicazione, ma con naturalezza, talvolta con passione o con sola ingordigia.

Alain Guiraudie - Lo sconosciuto del lago - Still da filmL’attrazione che l’omicida Michel esercita su Frank va oltre il desiderio di un rapporto occasionale, implicando una fascinazione verso un uomo che sembra non avere nessuna difficoltà o scrupolo a disfarsi di un ex amante. La parola “superficialità” riferita alle avventure consumate dai frequentatori del lago e alla loro apparente non curanza dopo il ritrovamento del cadavere, è pronunciata solo alla fine dal commissario incaricato delle indagini.  In contrapposizione a questa facilità c’è la profondità del legame che si crea tra Frank ed Henri il quale confessa all’amico “Mi piace stare con te, quando ti vedo arrivare mi batte il cuore, ma non ti desidero.” “Perché cenare o dormire insieme? Finiremo con l’annoiarci.” è invece la fredda constatazione di Michel.

Alain Guiraudie ha incontrato il pubblico dello Spazio Uno alla fine della proiezione: “L’essenza della mia storia sta nella solitudine e nel come viene affrontata da Frank. Volevo fare un film che parlasse di amore, di sesso e di passione e questo set naturale mi sembrava perfetto: un contesto chiuso ma in realtà molto aperto. La storia non è semplice ma lo è il modo in cui ho tentato di raccontarla: in questo mi ha aiutato il tener nascosta la vita dei personaggi quando non sono al lago, così da creare uno scenario quasi mitologico, una specie di teatro in cui prende vita questa tragedia.”

Margherita Chiti di Teodora Film che distribuisce il film in Italia: “Lo sconosciuto del lago ci è piaciuto molto, anche al di là della sua tematica. Nel volerlo far conoscere al pubblico italiano abbiamo voluto compiere una vera e propria operazione militante e cinefila.”

 

Caterina Liverani

apr
28

Poetry di Lee Chang Dong | La perdita poetica dello sguardo

La donna protagonista del dramma poetry di Lee Chang Dong.La prima cosa che stupisce di questo film del regista sud coreano Lee Chang Dong (2011), è che non c’è tragedia. Questa è la caratterizzazione di uno sguardo, non tragico, tipicamente orientale, sulla vita. Questo film è l’intreccio di un doppio livello intorno a degli avvenimenti della vita, tutti avvenimenti a cui noi occidentali daremmo una connotazione di tragicità e, annodata ad essi, la poesia.

La protagonista è Mya, una donna anziana che vive sola con il nipote, la figlia vive lontano. E’ una donna che guarda il vivere con uno sguardo contemplativo: continua a guardare la vita restituendo uno sguardo che riflette ed in cui si riflette l’esser così delle cose, rivelando tutta l’affettività dell’incantarsi: la poesia negli occhi che, nel guardare ciò che accade, rimane, restituita a noi in quanto amore per ciò che si guarda e da cui, contemporaneamente si è guardati, l’immagine affettiva in cui si incontrano incanto ed esperienza.

Poetry di Lee Chang Dong | La perdita poetica dello sguardo

Il film inizia con dei bambini che giocano in riva ad un fiume. Il fiume trasporta il cadavere di una ragazza rivolto a testa in giù, posizione tipica di chi è annegato. Della giovane non vediamo il volto. Si scoprirà subito dopo che questa ragazza si è suicidata, perché un gruppo di coetanei, compagni di scuola, la violentava regolarmente da qualche mese. Uno dei ragazzi, è il nipote della protagonista del film, l’unico che il film mostra. La nonna viene informata di questo fatto, ma di fronte al tragico evento, non si precipita a chiedere spiegazioni al nipote, gli chiede se ha saputo della ragazza ed il ragazzo le risponde che la conosceva appena.

Continua a mangiare e guarda la televisione: non prende atto di ciò che la nonna gli sta chiedendo, fino al punto in cui Mya va al funerale della ragazza. All’entrata della chiesa c’è una fotografia in una piccola cornice, lei entra, non resiste alla messa, esce, porta via la fotografia e, in una fase successiva del film, la mette davanti al nipote che continua, nella sua indifferenza, a mangiare. Al contempo, c’è lo sguardo sulla vita della nonna e uno che non guarda la vita: quello del nipote.

Sembra precipitare tutto definitivamente, quando la donna scoprirà di  essere affetta da Alzheimer. In questa componente tragica c’è una certa leggerezza nell’incapacità, di tanto in tanto, di ricordarsi le parole più semplici: incapacità che la fa sorridere. Rimarrà con questa incapacità di trovare le parole. Questa, ha qualcosa di molto poetico, molto delicato: è una perdita di parole, verso una capacità di guardare, cercando parole per scrivere una poesia. Mya perde le parole, perde la memoria, ma desidera iscriversi ad un corso di poesia. Desidera scrivere una poesia. Questo è il profondo, affettivo contrasto che il film evidenzia.

Come fosse tornata a scuola, seduta al banco, sente dal maestro poeta che le poesie si scrivono imparando a guardare, guardare tutto ciò che gli occhi incontrano, partecipandolo. Alla fine del corso devono riuscire a scrivere una poesia: per fare ciò si deve prendere appunti su ciò che si vede. Lei immersa in una situazione terribile, ogni tanto prende il suo quaderno e scrive qualcosa di quello su cui i suoi occhi s’incantano, facendo esperienza dell’incanto nel tempo del suo vissuto, anche perché sa che se non lo scrive non lo ricorderà.

L’ultimo giorno di scuola il maestro entra, c’è un mazzo di fiori sulla cattedra, il foglio con la poesia che la donna ha composto ma lei non c’è, l’unica della classe ad avere portato a termine il compito assegnato. Il maestro legge la poesia: la telecamera si sposta ora su luoghi vuoti, in cui il nostro sguardo poeticamente si fa dolce lasciando trasportare la visione dalle parole della poesia che alla visione stessa vengono, delicatamente in trasparenza, a sovrapporsi.

Qui l’affettività poetica riluce. L’incontro mancato con questa ragazza ha trasformato completamente la sua vita e l’ultima cosa che la donna scrive è rivolta a lei. Ma, improvvisamente, al posto della voce della donna, subentra nella lettura fuori campo, la voce della ragazza, che legge ora lei i versi, direttamente in prima persona. La prima parte della poesia letta dalla donna, è il luogo dell’addio, la seconda letta dalla ragazza, pur mantenendo il riferimento all’addio, rivela che si perde qualcosa che si ha.

Alla fine del film si vede la ragazza che si avvicina alla ringhiera del ponte, e, anziché precipitare nel fiume, si volta, per la prima volta. Sembra che questo poetico film sia predisposto a dare un volto a chi non può esserci. Scrivere poesie non serve a nulla, ma nell’ariosa leggerezza del verso poetico, proprio l’amabilità dell’essere delle cose che nel poetico scrivere trova voce, può restituire poeticità allo sguardo, uno sguardo che si perde affettivamente, riscoprendo qualcosa che ha, se si predispone a farsi cullare - come un bambino – da ciò che vede: un vedere dagli occhi limpidi, una poetica amorevolezza.

Silvia Migliaccio

mar
11

Cityscapes | Un ricordo di Gabriele Basilico

Gabriele BasilicoC’è un piccolo film di un’autrice poco nota al grande pubblico. Una pellicola quasi auto-prodotta e pochissimo distribuita, intimista, affilata, algida, con tanti pregi e con qualche difetto, quel “Come l’Ombra“ di Marina Spada che si è affacciato in sala a malapena dopo una brillante apparizione alle Giornate degli Autori della Mostra del Cinema di Venezia edizione 2006. Questo piccolo film porta sullo schermo la capacità che la grande città ha di ingurgitare storie senza dar loro peso, di lasciarsi attraversare senza falsi scalfire, di nascondere, occultare, dimenticare soggetti, persone, umanità, cieca davanti alle istanze di chi la abita, e complice perfetta per chi vuole perdersi e farsi inghiottire senza lasciare traccia.

« Come vuole l’ombra staccarsi dal corpo,

come vuole la carne separarsi dall’anima,

così io adesso voglio essere scordata. »

MilanoCosì recita la poesia “A Molti” di Anna Achmatova che presta il titolo e l’ispirazione a Marina Spada, e la Milano che lei elegge a cornice della sua storia, con il suo grigiore severo e rigoroso, il suo scorrere frenetico e distratto, sembra essere alveo ideale per un progetto di occultamento e smarrimento di questo tipo. Ma il solo scenario da solo non basta, perché necessita di essere mediato attraverso l’occhio critico e consapevole di qualcuno che ben conosca queste dinamiche e queste ambientazioni.

I palazzi che ospitano i luoghi del potere economico, gli uffici, le case, gli auspici dei viandanti occasionali o degli immigrati carichi di speranza, sono qui avvolti da quel sentimento di alienazione urbana che suscitano gli scatti di uno dei più grandi documentaristi e testimoni fotografici del nostro tempo e della nostra storia recente, quel Gabriele Basilico che prematuramente ed in sordina è scomparso lo scorso 13 Febbraio.

Capace di catturare su pellicola la solitudine, lo sparsamente, la freddezza senza vita degli skyline, che siano quelli di una martoriata Beirut, o quelle, appunto, di una laboriosa e grigia Milano, Basilico ha attinto nel suo lungo ed intenso percorso alla sua formazione primaria d’architetto per sottomettere la multisensorialità degli edifici contemporanei alla bidimensionalità meditata  e riflessiva della pellicola fotografica, del suo banco ottico e del suo occhio d’artista.

Immagini taglienti quelle che escono dal suo obiettivo, schematiche, analitiche.

Il brulichio di questi grattacieli stipati d’umanità non si avverte neppure. Come in uno scenario post-atomico, come se l’Apocalisse avesse svuotato di senso quei luoghi che oramai abbiamo imparato, complice Auge’, a chiamare non-luoghi, e li avesse liberati dell’uomo che li ha attraversati, se non, in alcuni casi, occupati.

Gabriele Basilico - SkylineI palazzoni simbolo dell’industrializzazione diventano null’altro che forme geometriche infarcite di finestre riflettenti, che non lasciano che occhio umano o fotografico li penetri, ma che solo li contempli e li immortali in bianchi e neri fumosi. Si stagliano sullo sfondo di storie d’umanità, eppure dominano, rubano la scena, annientandole, anche quando l’implacabile obiettivo le schiaccia sormontandole e distorcendole in visioni aeree.

Ebbene Gabriele Basilico e’ stato anche l’ideatore e l’ispiratore della fotografia di quel piccolo film. Gli ha dato vita, un’ossatura su cui muoversi, dei binari su cui correre, una ragione per essere. Ed è solo una delle piccole cose a latere di una carriera tutta votata alla rappresentazione dell’uomo postmoderno attraverso i suoi spazi simbolici, che questo grande artista ha saputo creare.

Perché Basilico è stato, soprattutto, il più grande fotografo di visioni metropolitane e architettoniche che il nostro Paese, disattento, ingrato e poco incline alle giuste commemorazioni ricordi. O meglio, che dovrebbe debitamente ed orgogliosamente ricordare.

Gabriella Cerbai

mar
09

Il figlio dell’altra | Incontro con Lorraine Levy

Il figlio dell'altraJoseph ha 18, anni vive a Tel Aviv con i suoi genitori e sogna di diventare un musicista. Orith, sua madre, medico di origine francese scopre dal referto della visita per la leva militare che il gruppo sanguigno di Joseph non corrisponde a quello suo e del marito e con delle indagini più approfondite viene a sapere che la sera che ha partorito nel 1991, nel caos di un ospedale sotto i bombardamenti, il suo bambino è stato scambiato con quello di un’altra. È così che Joseph e Yacine, cresciuto nei territori della Cisgiordania, si incontrano, e con loro due famiglie e due realtà apparentemente inconciliabili. Ma i legami della vita talvolta sono molto più forti delle fratture di una guerra e un equilibrio nuovo e delicato forse è possibile per le famiglie dei due ragazzi.

Semplice e diretto Il figlio dell’altra della regista e sceneggiatrice francese Lorraine Lévy, un intreccio familiare girato tra Israele e Palestina senza nessun tipo di ricostruzione e che ha il merito di raccontare la realtà ma senza alcuna retorica . “Con la mia troupe abbiamo documentato la vera vita ma voglio precisare che non è un film politico poiché io non sono una regista politica, ci tengo a che i sentimenti siano i veri protagonisti” ha spiegato la regista intervenuta all’anteprima fiorentina del suo ultimo film al cinema Portico di Firenze “È la prima volta che presento un film in Italia e ringrazio molto la distribuzione Teodora che me lo ha permesso.”

Lorraine Lévy dopo la proiezione ha risposto alle domande del pubblico:

Come sono andate le riprese in un paese che vive una situazione così difficile?

La troupe era formata da operatori musulmani, ebrei e cristiani, abbiamo lavorato insieme in grande armonia, anzi si sono instaurate amicizie tra persone con background differenti: la nostra truccatrice era israeliana e aveva 2 figli ventenni che al momento delle riprese si trovavano entrambi sulla striscia di Gaza, poi c’era uno degli operatori, palestinese, con un figlio nella stessa situazione. I due all’inizio delle riprese erano molto diffidenti l’una con l’altro, si salutavano freddamente. Alla fine del lavoro è stato bello vederli fare colazione insieme e scambiarsi le foto dei figli, condividendo le proprie paure.

A proposito della scena in cui Joseph si trova per la prima volta a cena con la sua famiglia ritrovata e canta una canzone, che significato ha?

Il canto intonato da Joseph è tipico del folklore palestinese. Ho preferito non tradurlo e non aggiungere dei sottotitoli perché volevo che il pubblico lo capisse col cuore anziché che con la testa.

Ci sono stati dei problemi dovuti alla difficile convivenza fra i due popoli durante le riprese?

C’è stato un problema durante le riprese di una delle scene girate di notte, quella in cui Alon cammina lungo il muro per andare a prendere suo figlio Joseph dall’altra parte del confine. Mentre giravamo dei ragazzi palestinesi sono saliti sul muro e hanno cominciato a lanciarci dei sassi, allora sono intervenuti dei loro conterranei della troupe che hanno spiegato che stavamo girando un film di produzione francese e così hanno smesso. Dopo un po’ però è arrivata la polizia israeliana a cui abbiamo ripetuto quello che era accaduto. Episodi come questo ti danno la misura della separazione che esiste tra questi due popoli. Noi stavamo girando un film ma ne stavamo vivendo un altro.

Come mai l’idea di utilizzare l’espediente dello scambio dei neonati?

Non è una mia idea e certamente non è molto originale, ma ho cercato di calare questa situazione, che è un po’ una farsa, nella realtà israeliano-palestinese per creare una commedia umana.

Quanto è importante la figura della donna all’interno del suo film?

La donna è colei che dona la vita e che insatura con i figli un legame che va oltre la politica e la religione, forse questo è un espediente che può sembrare banale, ma è la realtà.

Perché ambientare il film proprio in Israele?

Io sono francese, ma sono anche ebrea perciò quello che accade in Israele mi tocca moltissimo.

Caterina Liverani