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apr
28

Poetry di Lee Chang Dong | La perdita poetica dello sguardo

La donna protagonista del dramma poetry di Lee Chang Dong.La prima cosa che stupisce di questo film del regista sud coreano Lee Chang Dong (2011), è che non c’è tragedia. Questa è la caratterizzazione di uno sguardo, non tragico, tipicamente orientale, sulla vita. Questo film è l’intreccio di un doppio livello intorno a degli avvenimenti della vita, tutti avvenimenti a cui noi occidentali daremmo una connotazione di tragicità e, annodata ad essi, la poesia.

La protagonista è Mya, una donna anziana che vive sola con il nipote, la figlia vive lontano. E’ una donna che guarda il vivere con uno sguardo contemplativo: continua a guardare la vita restituendo uno sguardo che riflette ed in cui si riflette l’esser così delle cose, rivelando tutta l’affettività dell’incantarsi: la poesia negli occhi che, nel guardare ciò che accade, rimane, restituita a noi in quanto amore per ciò che si guarda e da cui, contemporaneamente si è guardati, l’immagine affettiva in cui si incontrano incanto ed esperienza.

Poetry di Lee Chang Dong | La perdita poetica dello sguardo

Il film inizia con dei bambini che giocano in riva ad un fiume. Il fiume trasporta il cadavere di una ragazza rivolto a testa in giù, posizione tipica di chi è annegato. Della giovane non vediamo il volto. Si scoprirà subito dopo che questa ragazza si è suicidata, perché un gruppo di coetanei, compagni di scuola, la violentava regolarmente da qualche mese. Uno dei ragazzi, è il nipote della protagonista del film, l’unico che il film mostra. La nonna viene informata di questo fatto, ma di fronte al tragico evento, non si precipita a chiedere spiegazioni al nipote, gli chiede se ha saputo della ragazza ed il ragazzo le risponde che la conosceva appena.

Continua a mangiare e guarda la televisione: non prende atto di ciò che la nonna gli sta chiedendo, fino al punto in cui Mya va al funerale della ragazza. All’entrata della chiesa c’è una fotografia in una piccola cornice, lei entra, non resiste alla messa, esce, porta via la fotografia e, in una fase successiva del film, la mette davanti al nipote che continua, nella sua indifferenza, a mangiare. Al contempo, c’è lo sguardo sulla vita della nonna e uno che non guarda la vita: quello del nipote.

Sembra precipitare tutto definitivamente, quando la donna scoprirà di  essere affetta da Alzheimer. In questa componente tragica c’è una certa leggerezza nell’incapacità, di tanto in tanto, di ricordarsi le parole più semplici: incapacità che la fa sorridere. Rimarrà con questa incapacità di trovare le parole. Questa, ha qualcosa di molto poetico, molto delicato: è una perdita di parole, verso una capacità di guardare, cercando parole per scrivere una poesia. Mya perde le parole, perde la memoria, ma desidera iscriversi ad un corso di poesia. Desidera scrivere una poesia. Questo è il profondo, affettivo contrasto che il film evidenzia.

Come fosse tornata a scuola, seduta al banco, sente dal maestro poeta che le poesie si scrivono imparando a guardare, guardare tutto ciò che gli occhi incontrano, partecipandolo. Alla fine del corso devono riuscire a scrivere una poesia: per fare ciò si deve prendere appunti su ciò che si vede. Lei immersa in una situazione terribile, ogni tanto prende il suo quaderno e scrive qualcosa di quello su cui i suoi occhi s’incantano, facendo esperienza dell’incanto nel tempo del suo vissuto, anche perché sa che se non lo scrive non lo ricorderà.

L’ultimo giorno di scuola il maestro entra, c’è un mazzo di fiori sulla cattedra, il foglio con la poesia che la donna ha composto ma lei non c’è, l’unica della classe ad avere portato a termine il compito assegnato. Il maestro legge la poesia: la telecamera si sposta ora su luoghi vuoti, in cui il nostro sguardo poeticamente si fa dolce lasciando trasportare la visione dalle parole della poesia che alla visione stessa vengono, delicatamente in trasparenza, a sovrapporsi.

Qui l’affettività poetica riluce. L’incontro mancato con questa ragazza ha trasformato completamente la sua vita e l’ultima cosa che la donna scrive è rivolta a lei. Ma, improvvisamente, al posto della voce della donna, subentra nella lettura fuori campo, la voce della ragazza, che legge ora lei i versi, direttamente in prima persona. La prima parte della poesia letta dalla donna, è il luogo dell’addio, la seconda letta dalla ragazza, pur mantenendo il riferimento all’addio, rivela che si perde qualcosa che si ha.

Alla fine del film si vede la ragazza che si avvicina alla ringhiera del ponte, e, anziché precipitare nel fiume, si volta, per la prima volta. Sembra che questo poetico film sia predisposto a dare un volto a chi non può esserci. Scrivere poesie non serve a nulla, ma nell’ariosa leggerezza del verso poetico, proprio l’amabilità dell’essere delle cose che nel poetico scrivere trova voce, può restituire poeticità allo sguardo, uno sguardo che si perde affettivamente, riscoprendo qualcosa che ha, se si predispone a farsi cullare - come un bambino – da ciò che vede: un vedere dagli occhi limpidi, una poetica amorevolezza.

Silvia Migliaccio

mar
11

Cityscapes | Un ricordo di Gabriele Basilico

Gabriele BasilicoC’è un piccolo film di un’autrice poco nota al grande pubblico. Una pellicola quasi auto-prodotta e pochissimo distribuita, intimista, affilata, algida, con tanti pregi e con qualche difetto, quel “Come l’Ombra“ di Marina Spada che si è affacciato in sala a malapena dopo una brillante apparizione alle Giornate degli Autori della Mostra del Cinema di Venezia edizione 2006. Questo piccolo film porta sullo schermo la capacità che la grande città ha di ingurgitare storie senza dar loro peso, di lasciarsi attraversare senza falsi scalfire, di nascondere, occultare, dimenticare soggetti, persone, umanità, cieca davanti alle istanze di chi la abita, e complice perfetta per chi vuole perdersi e farsi inghiottire senza lasciare traccia.

« Come vuole l’ombra staccarsi dal corpo,

come vuole la carne separarsi dall’anima,

così io adesso voglio essere scordata. »

MilanoCosì recita la poesia “A Molti” di Anna Achmatova che presta il titolo e l’ispirazione a Marina Spada, e la Milano che lei elegge a cornice della sua storia, con il suo grigiore severo e rigoroso, il suo scorrere frenetico e distratto, sembra essere alveo ideale per un progetto di occultamento e smarrimento di questo tipo. Ma il solo scenario da solo non basta, perché necessita di essere mediato attraverso l’occhio critico e consapevole di qualcuno che ben conosca queste dinamiche e queste ambientazioni.

I palazzi che ospitano i luoghi del potere economico, gli uffici, le case, gli auspici dei viandanti occasionali o degli immigrati carichi di speranza, sono qui avvolti da quel sentimento di alienazione urbana che suscitano gli scatti di uno dei più grandi documentaristi e testimoni fotografici del nostro tempo e della nostra storia recente, quel Gabriele Basilico che prematuramente ed in sordina è scomparso lo scorso 13 Febbraio.

Capace di catturare su pellicola la solitudine, lo sparsamente, la freddezza senza vita degli skyline, che siano quelli di una martoriata Beirut, o quelle, appunto, di una laboriosa e grigia Milano, Basilico ha attinto nel suo lungo ed intenso percorso alla sua formazione primaria d’architetto per sottomettere la multisensorialità degli edifici contemporanei alla bidimensionalità meditata  e riflessiva della pellicola fotografica, del suo banco ottico e del suo occhio d’artista.

Immagini taglienti quelle che escono dal suo obiettivo, schematiche, analitiche.

Il brulichio di questi grattacieli stipati d’umanità non si avverte neppure. Come in uno scenario post-atomico, come se l’Apocalisse avesse svuotato di senso quei luoghi che oramai abbiamo imparato, complice Auge’, a chiamare non-luoghi, e li avesse liberati dell’uomo che li ha attraversati, se non, in alcuni casi, occupati.

Gabriele Basilico - SkylineI palazzoni simbolo dell’industrializzazione diventano null’altro che forme geometriche infarcite di finestre riflettenti, che non lasciano che occhio umano o fotografico li penetri, ma che solo li contempli e li immortali in bianchi e neri fumosi. Si stagliano sullo sfondo di storie d’umanità, eppure dominano, rubano la scena, annientandole, anche quando l’implacabile obiettivo le schiaccia sormontandole e distorcendole in visioni aeree.

Ebbene Gabriele Basilico e’ stato anche l’ideatore e l’ispiratore della fotografia di quel piccolo film. Gli ha dato vita, un’ossatura su cui muoversi, dei binari su cui correre, una ragione per essere. Ed è solo una delle piccole cose a latere di una carriera tutta votata alla rappresentazione dell’uomo postmoderno attraverso i suoi spazi simbolici, che questo grande artista ha saputo creare.

Perché Basilico è stato, soprattutto, il più grande fotografo di visioni metropolitane e architettoniche che il nostro Paese, disattento, ingrato e poco incline alle giuste commemorazioni ricordi. O meglio, che dovrebbe debitamente ed orgogliosamente ricordare.

Gabriella Cerbai

mar
09

Il figlio dell’altra | Incontro con Lorraine Levy

Il figlio dell'altraJoseph ha 18, anni vive a Tel Aviv con i suoi genitori e sogna di diventare un musicista. Orith, sua madre, medico di origine francese scopre dal referto della visita per la leva militare che il gruppo sanguigno di Joseph non corrisponde a quello suo e del marito e con delle indagini più approfondite viene a sapere che la sera che ha partorito nel 1991, nel caos di un ospedale sotto i bombardamenti, il suo bambino è stato scambiato con quello di un’altra. È così che Joseph e Yacine, cresciuto nei territori della Cisgiordania, si incontrano, e con loro due famiglie e due realtà apparentemente inconciliabili. Ma i legami della vita talvolta sono molto più forti delle fratture di una guerra e un equilibrio nuovo e delicato forse è possibile per le famiglie dei due ragazzi.

Semplice e diretto Il figlio dell’altra della regista e sceneggiatrice francese Lorraine Lévy, un intreccio familiare girato tra Israele e Palestina senza nessun tipo di ricostruzione e che ha il merito di raccontare la realtà ma senza alcuna retorica . “Con la mia troupe abbiamo documentato la vera vita ma voglio precisare che non è un film politico poiché io non sono una regista politica, ci tengo a che i sentimenti siano i veri protagonisti” ha spiegato la regista intervenuta all’anteprima fiorentina del suo ultimo film al cinema Portico di Firenze “È la prima volta che presento un film in Italia e ringrazio molto la distribuzione Teodora che me lo ha permesso.”

Lorraine Lévy dopo la proiezione ha risposto alle domande del pubblico:

Come sono andate le riprese in un paese che vive una situazione così difficile?

La troupe era formata da operatori musulmani, ebrei e cristiani, abbiamo lavorato insieme in grande armonia, anzi si sono instaurate amicizie tra persone con background differenti: la nostra truccatrice era israeliana e aveva 2 figli ventenni che al momento delle riprese si trovavano entrambi sulla striscia di Gaza, poi c’era uno degli operatori, palestinese, con un figlio nella stessa situazione. I due all’inizio delle riprese erano molto diffidenti l’una con l’altro, si salutavano freddamente. Alla fine del lavoro è stato bello vederli fare colazione insieme e scambiarsi le foto dei figli, condividendo le proprie paure.

A proposito della scena in cui Joseph si trova per la prima volta a cena con la sua famiglia ritrovata e canta una canzone, che significato ha?

Il canto intonato da Joseph è tipico del folklore palestinese. Ho preferito non tradurlo e non aggiungere dei sottotitoli perché volevo che il pubblico lo capisse col cuore anziché che con la testa.

Ci sono stati dei problemi dovuti alla difficile convivenza fra i due popoli durante le riprese?

C’è stato un problema durante le riprese di una delle scene girate di notte, quella in cui Alon cammina lungo il muro per andare a prendere suo figlio Joseph dall’altra parte del confine. Mentre giravamo dei ragazzi palestinesi sono saliti sul muro e hanno cominciato a lanciarci dei sassi, allora sono intervenuti dei loro conterranei della troupe che hanno spiegato che stavamo girando un film di produzione francese e così hanno smesso. Dopo un po’ però è arrivata la polizia israeliana a cui abbiamo ripetuto quello che era accaduto. Episodi come questo ti danno la misura della separazione che esiste tra questi due popoli. Noi stavamo girando un film ma ne stavamo vivendo un altro.

Come mai l’idea di utilizzare l’espediente dello scambio dei neonati?

Non è una mia idea e certamente non è molto originale, ma ho cercato di calare questa situazione, che è un po’ una farsa, nella realtà israeliano-palestinese per creare una commedia umana.

Quanto è importante la figura della donna all’interno del suo film?

La donna è colei che dona la vita e che insatura con i figli un legame che va oltre la politica e la religione, forse questo è un espediente che può sembrare banale, ma è la realtà.

Perché ambientare il film proprio in Israele?

Io sono francese, ma sono anche ebrea perciò quello che accade in Israele mi tocca moltissimo.

Caterina Liverani

feb
23

Intervista a Paolo Benvenuti

Il-bacio-di-GiudaSarà Paolo Benvenuti, come alcuni profetizzano, l’uomo di un solo film? O, invece, è nato un regista disposto a preferire la traversata del deserto alle varie compromissioni del consumismo?”

Tullio Kezich

Quel critico cinematografico si pose il dubbio nel 1988 dopo aver visto “Il Bacio di Giuda” che sentenziava il tradimento di Giuda e l’ uccisione di Cristo come salvezza per tutta l’ umanità. Allora quel film fu boicottato dal Vaticano e da tutti i suoi organi. Tre anni fa (2009) è stato ritrovato il Vangelo Apocrifo di Giuda Iscariota. Paolo Benvenuti è stato chiamato dalla CEI per ripresentare il film nelle stanze addette di Città del Vaticano, perché quel suo primo film arrivava alle stesse conclusioni del Vangelo Apocrifo del Cainita.

Tommaso Capecchi : In che modo coniughi il contenuto della storia e il linguaggio cinematografico nei tuoi film?

Gostanza da LibbianoPaolo Benvenuti : Ogni storia è per me una scoperta. E la scoperta sta appunto nella “forma” con la quale ogni storia si esprime. Io sono un ricercatore che, scoprendo punti di vista inediti, lavora affinché questi diventino patrimonio collettivo. Faccio dei film per far conoscere al pubblico le mie scoperte. Mi sento come un archeologo che scopre una tomba etrusca e la rende visitabile.

T.C. : Da dove proviene la bellezza delle tue immagini?

P.B. : Dall’angolazione da cui osservo ciò che filmo. Osservare una cosa da una certa angolazione significa anche mostrarla da quel determinato punto di vista ed assumersi la responsabilità di quella posizione rispetto a ciò che si sta filmando. È fondamentale perché diventa la propria posizione morale, ideologica, culturale ed estetica di fronte al mondo. E per poter fare quello che faccio senza alcun vincolo ho accettato il mio destino di emarginato. Ma mi capita spesso di incontrare registi di successo che confessano di invidiare questa mia libertà.

T.C. : Cosa ti spinge a fare film come i tuoi (Il bacio di Giuda e Segreti di Stato, in particolare)?

P.B. : La mia ricerca è la conservazione, la rivisitazione della memoria, la difesa di coloro che, nella storia, non hanno avuto il diritto di affermare la propria verità, il proprio punto di vista: Giuda Escariota e Salvatore Giuliano in questo sono simili. Gli uomini non sono dei mostri. La mostruosità sta nell’apparato di potere. Gli uomini sono delle vittime. Sempre. Anche quando sono dei carnefici.

Puccini e la fanciullaT.C. : Che impegni ha un regista nei confronti del pubblico?

P.B. : Un impegno morale. Con il pubblico io non mi stanco mai di ripetere che il cinema non è la realtà, ma è una sua rappresentazione. Oggi, purtroppo, la confusione tra realtà e rappresentazione è totale. Inoltre, quando posso, spiego loro che non faccio film verità, non credo nemmeno alla verità. Sono solo curioso e credo al valore dell’interpretazione oltre che all’intelligenza delle persone, costantemente sottovalutata dai produttori, dai registi, dai politici e dagli operatori culturali.

T.C. : Cosa pensi della produzione del Cinema Italiano oggi?

P.B. : Tolto pochi rari esempi, tutto il peggio possibile.

C’è molta differenza fra la legge e la giustizia e, per quanto vorrebbero farci credere, l’ uomo ama di più la seconda. Così come esiste differenza fra il dare ed il rubare; sappiamo tutti che solo la prima opzione porterà alla realizzazione di noi stessi. Sui due livelli, cosa abbia scelto Paolo Benvenuti, è noto al milite.

 Tommaso Capecchi

feb
16

Fausto Bertasa – Pietro Finelli | DUO.4

Credits: Andrea Ruggeri di Studio Ass.to NonamephotoLa pittura non è mai stata così contemporanea”.

A dircelo è Pietro Finelli mentre ci accompagna a conoscere le sue opere, esposte in duo con Fausto Bertasa, a Otto Luogo dell’Arte, in via Maggio. Fino al 5 marzo sarà possibile scoprire il dialogo tra i due artisti che si confrontano muro muro con lo stesso linguaggio, quello della pittura, con modalità culturali simili e con risultati estremamente diversi.

Essere contemporanei significa entrare e uscire contemporaneamente da uno stato, da un’ebbrezza, da una storia – prosegue Finelli, classe ’57, che vive e lavora prevalentemente a Milano- L’essere con-tempo o fuori-tempo produce, insieme, una disposizione di spirito, uno stato di contemporaneità non contemporanea.”

E’ così che la pittura di Finelli ci introduce nello spazio del cinema immaginato, quello dei ricordi, soprattutto noir, ma solo per liberare un pensiero che rimanda alla scatola, piccola piccola, dove abbiamo sepolto la nostra capacità di introspezione: un momento di assoluta modernità che però, attraverso il rigore delle tecniche, l’uso di colori quanto più neutri, di un raffinato tratto pittorico riesce a dialogare con i maestri del passato (Finelli non nasconde il suo amore per l’arte di Raffaello, ad esempio).

Il cinema è il suo soggetto, uno sguardo in sequenza su i film noir degli anni Quaranta e Cinquanta. Quello che interessa del “noir” è quell’articolazione che approfondisce il rapporto tra visione e cecità, luce e oscurità.

Credits: Andrea Ruggeri di Studio Ass.to NonamephotoBertasa invece, fin dalle sue prime esperienze artistiche, si è sempre più occupato di astrazione con un’attenzione a quello che spesso ha definito “fattore lettering”: i suoi quadri ci richiamano agli occhi e alla mente le grafiche pubblicitarie, usano gli stilemi del marketing aziendale nel quale siamo quotidianamente immersi, restituendoci il codice visivo della nostra epoca. I logo sono i simboli del nostro linguaggio contemporaneo abbreviato, sintetizzato in short messages.

Figurale e verbale si fondono poi con gli oggetti del nostro quotidiano ovvero i tasti della tastiera nel nostro pc, il mouse pad, gettoni e tessere telefoniche. Il discorso visivo di Fausto Bertasa crea molteplici assonanze culturali e rielaborando segni, stimoli e immagini, è un rebus capace di suscitare in chi lo guarda una voglia irrefrenabile di decifrare e di ideare a sua volta strategie creative di difesa per arginare l’alluvione di informazioni.

La dialettica, nello stesso spazio, tra i due artisti si sente forte per l’attitudine alla pittura come strumento culturale di partecipazione al nostro tempo riportando anche la pittura nello spazio dell’arte contemporanea.

Cesare Prandelli, Olivia Toscani Rucellai, Fausto Bertasa e Pietro Finelli. Credits: Andrea Ruggeri di Studio Ass.to NonamephotoNoir e cool painting per una ricerca artistica che si accompagna ad una colta e rigorosa riflessione sulle attuali tecniche della comunicazione e sugli statuti dell’immagine, che vi sono implicati. In entrambi gli artisti tale speculazione non assume un carattere meramente propedeutico all’esercizio della pratica artistica, ma si realizza nel suo farsi direttamente immagine pittorica. Un’immagine pittorica che, in entrambi gli artisti, si dimostra particolarmente attenta al “che cosa” viene mostrato.

Isabella Mancini

Fausto Bertasa Pietro Finelli | Duo.4 | Galleria Otto luogo dell’arte

Via Maggio 13 rosso, Firenze

Tel. +39 055 288977

info@ottoluogodellarte.it

ingresso gratuito

orario 10-13/15.30-19.30

chiuso domenica e lunedì mattina

Pietro Finelli (1957), artista e curatore, vive e lavora a Milano. Ha esposto il suo lavoro in gallerie, musei e istituzioni internazionali, fra le quali: Gallery MC in New York, Il Ponte Contemporanea Roma, Galleria Pack Milano, Museo Castel Nuovo Napoli, Musée d’Art Moderne et Contemporain (Mamco) Geneva, Fundation F.J. Klemm Buenos Aires, Galerie Jacques Cerami Charleroi, VELAN Centro per l’arte Contemporanea di Torino.

Fausto Bertasa (1953), artista, vive e lavora a Bergamo.

2001: New York, “Mouse Pad” Egizio’s Project;

2002: a Bellinzona, “Fe-male” CACT – Centro d’Arte Contemporanea Ticino (a cura di Mario Casanova e MarcoTagliaferro);

2005: a Bergamo, “Quadrato per la ricerca” GAMeC (a cura di Nadia Ghisalberti, Donato Losa, Attilio Pizzigoni,cat.);

2006: a Varese, “Fair trade organization” Duetart Gallery;

2007: a Milano, “ctm” Camelot; a Milano, “Happy Birthday Careof 1987-2007” c/o Careof – Fabbrica del vapore; a Settimo Torinese “Profumo di cacao” Cioccolato come arte” Casa dell’arte e dell’architettura “La Giardiniera” (Cat. a cura di Marisa Vescovo);

2008: a Bergamo “Antologia” Jade Art Gallery (a cura di Sara Mazzocchi, cat.); a Roma “Experimenta” Collezione Farnesina – Ministero degli Affari Esteri (a cura di Maurizio Calvesi, Lorenzo Canova, Marco Meneguzzo, Marisa Vescovo, Cat.)