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Dov’è la città? Where is the city? | A cura di Lorenzo Bruni | Sun Studio 74 Rosso | dal 30.04 al 20.06.2011 | Firenze
La città, la vita e l’interazione tra un luogo e i suoi abitanti: punti di vista multiculturali che si svelano attraverso epifanie urbane o, più propriamente, umane.
Sei artisti si confrontano e rendono la mostra un palcoscenico e, come attori, rappresentano una pièce del quotidiano scandita dal ritmo dei giorni e dal battito cardiaco di ciascuno, per mettere in scena la città come non luogo immanente nel mondo, sempre diversa e sempre uguale, pronta a dare e ricevere, a lasciare tracce indelebili della sua presenza, a essere teatro d’incontro tra vite.
In City lights (2011), le monete raccolte da Kevin Van Braak (Warnseveld, Olanda 1975) per le strade di diverse città nel mondo, si riconoscono la testimonianza del passaggio dell’artista e, insieme, le tracce della vita sociale dell’uomo. Come Van Braak, anche Lapo Binazzi (U.F.O.) (Firenze, 1943), con la suggestiva performance della notte bianca del 30 aprile Giro dell’unità d’Italia (2011), ha scelto di rilevare i simboli e i mezzi che possono manifestare il senso di appartenenza dell’uomo alla comunità e creare spunti di riflessione su di essi.
Ingrid Hora (Bolzano, 1976) con l’installazione fotografica Just a little air which is (2007-2011) ha coinvolto i luoghi di socializzazione e formazione della città con collaborazione della comunità cinese ed esprimendo con le sue opere il senso di appartenenza, di aggregazione e di gruppo.
Fabio Cresci (Marcignana, Firenze 1955) con la multiforme installazione I due stampi (2011) ha indagato piuttosto il tema della perfezione e dell’imperfezione umana, della cooperazione e del lavoro, attraverso un profondo processo d’ideazione maturato grazie alla collaborazione di allievi di ogni nazionalità dell’Accademia di Belle Arti e della LABA di Firenze.
Tassilo Letzel (München, Germania 1979) e Robert Pettena (Penbury, Inghilterra 1970) hanno invece riportato la forza della natura all’interno dei loro distinti percorsi artistici, particolarmente suggestivi e coinvolgenti. Tra le opere proposte, corre l’obbligo ricordare in particolare per Pettena la sorprendente Jungle Junction (2011), che accoglie i visitatori creando uno spazio nuovo e insospettabile al di là delle barriere architettoniche erette dall’uomo; mentre Letzel, dal canto suo, orchestra il Concerto per tre piante (2011) lasciando al rumore del vento e alle piante stesse, silenziose presenze della vita cittadina, il compito di comporre una sinfonia multisensoriale.
E dunque, dov’è la città? Nella considerazione dell’altro da sé che modifica e dà un valore nuovo alle nostre azioni, nella memoria collettiva che costituisce la cultura di un popolo e ci rende tutti uguali e diversi allo stesso tempo, nella sensazione profonda di non essere soli che ci permette di trasformare ogni nostro singolo atto in un’opera d’arte, imperfetta forse, ma proprio per questo profondamente umana.
Serena Bedini
Paolo Grassino | Dio non è in me | Galleria Alessandro Bagnai | Dal 30.04 al 30.05.2011 | Firenze
Appaiono gli dei e le loro sedi tranquille, che né i venti sconvolgono né le nuvole di pioggia bagnano… ma un cielo senza nubi sempre ricopre e sorride generosamente di una luce diffusa… (Traduzione dal De Rerum Natura, Lucrezio, III, 1-30)
Realizzati in alluminio verniciato, risultato di una fusione a cera persa, i tre cervi di Paolo Grassino (Torino, 1967), inquietanti al primo sguardo, si rivelano dopo poco incomprensibilmente buoni.
Eleganti e sintetici, come tre danzatori immobili, già in scena nel momento che coincide con la luce dell’inizio che rende possibile la visione delle cose. La loro presenza trasforma potentemente lo spazio che li ospita. Protagonisti indiscussi i volti, silenziosamente eloquenti, di un’umanità sconcertante.

Paolo Grassino, Dio non è in me, fusione in alluminio patinato, dimensioni variabili, 2006. Courtesy Galleria Alessandro Bagnai, Firenze.
Come accade davanti a quegli umani, sconosciuti, ma di cui s’intuisce l’essenza e si è quasi sicuri che l’impressione corrisponda a Verità, i cervi di Grassino, neri, mutilati, trafitti, dai tratti enigmatici, sono gentili e rassicuranti. Guardano oltre, verso un indecifrabile altrove di cui non c’è dato conoscere il nome. Guardano positivi all’orizzonte, incarnando uno stato vitale che potrebbe essere descritto prendendo in prestito dei sostantivi: speranza, lungimiranza, coscienza.
Guardarli innesca la riflessione delle riflessioni: sulla condizione esistenziale dell’essere. Un pensare assorto che divora lo spazio circostante e disorienta lo spettatore. De rerum natura. E nonostante il nero su bianco e la memoria del primo istante al cospetto dell’installazione in galleria, un profondo senso di pace prende piacevolmente il sopravvento.
Senza dubbio forte l’impatto scenografico, ma l’eco che l’installazione produce è ancora più potente. Un piacere inconscio che ha che fare con la dimensione del divino.
La metamorfosi è perpetuamente in divenire perché è così che, prima di tutto, la Natura si manifesta. Sembra che i tre cervi rechino nelle loro sembianze un messaggio che riguarda il presente assoluto e il futuribile, ovvero la Vita…
Antonella Digilio
HANS SCHABUS | Mamma Mia | BASE / Progetti per l’arte | dal 18.04 al 05.05.2011 | Firenze
L’artista austriaco si confronta con il peculiare contesto architettonico della galleria fiorentina, presentando un lavoro tripartito, volto a sviluppare molteplici riflessioni sulle modalità “altre” di fruizione degli oggetti e degli spazi…
L’intervento proposto da Hans Schabus (Watschig, Austria, 1970) per BASE si qualifica come un’opera site specific volta ad ampliare il senso comunemente attribuito all’espressione Mamma mia, attraverso un’indagine che non è costituita soltanto dalla relazione formale tra l’opera e il suo contenitore, ma che si carica anche di valenze connesse al contesto ambientale e sociologico e alle modalità di relazione e esperienza.
Come in altre opere dell’artista austriaco, lo slittamento di senso posto alla base dell’operazione è centrale nell’attribuzione di significato agli oggetti e alle pratiche presentate. Sia nelle monumentali installazioni sia, come in questo caso, nei minimi interventi, l’artista opera una modifica sostanziale non solo della percezione dello spazio, ma anche delle modalità di rapportarsi a oggetti propri del quotidiano, che conduce lo spettatore a interrogarsi sull’effettivo senso dell’esperienza vissuta, in relazione anche al più ampio contesto in cui questa si trova a essere esperita.
Per lo spazio della galleria fiorentina Schabus mostra un triplice intervento costituito da un lavoro “personale”, uno “scultoreo” e uno “spaziale”. Il primo è una lettera in cui l’artista cerca di presentarsi attraverso poche semplici frasi, un compito assegnatogli da un’insegnante di italiano e successivamente da questa ricorretto: viene qui inserita una dimensione autobiografica che, allo stesso tempo, si riconnette ad una più ampia, connessa al tessuto sociale in cui viene presentata. Il secondo lavoro è una zampa di mammuth in vetroresina, continuazione della serie Klub Europa presentata Biennale di Berlino del 2010: una riflessione articolata sul concetto di storia e della sua spettacolarizzazione. La presenza surreale del frammento dell’animale riproposto negli spazi di BASE sembra amplificata dalla possibilità di “abitarlo”, di costruire cioè una relazione del tutto inusuale con l’opera esposta. Il terzo intervento è una maniglia applicata su una delle pareti della galleria, un elemento svuotato di qualsiasi funzionalità e reso pertanto ambiguo. Anche in questo caso, come usualmente nelle sue opere, Schabus è interessato a riconsiderare il ruolo degli oggetti, degli elementi architettonici e dello spazio, ribaltando le regole della normale fruizione dettate dal vivere quotidiano.
Tre oggetti che cercano di tessere la trama, non tanto per un racconto, quanto per un’esperienza destabilizzata dello spazio in cui sono inseriti, in virtù della relazione peculiare che s’instaura sia tra le diverse opere sia tra queste e l’ambiente espositivo, che viene pertanto riconfigurato in senso non spaziale, ma propriamente semantico.
Elena Magini
MICHAEL FLIRI | 0O°°°oo°0Oo°O0 | Centro per L’Arte Contemporanea Luigi Pecci | Prato
Peccato che si sia conclusa solo lo scorso 30 di aprile l’esposizione dell’inedito video di Micheal Fliri nella Project Room del Centro per l’arte contemporanea Luigi Pecci di Prato…
comunque tranquilli, i.ovo ne offre un doveroso resoconto…
Una storia come tante, un inizio che si apre con l’ingresso di un personaggio, gesti lenti e quotidiani; improvvisamente un varco: oltrepassarlo o tornare indietro? Infine la scelta, una tra le due possibili, che conclude perfettamente, in una manciata di minuti, questo video-racconto costruito solo su movimenti rallentati e accompagnato dal suono cupo, ossessivo di un ossigenatore in funzione.
Segno particolare? La scena è ambientata sul fondale di una grande vasca colma d’acqua e il personaggio in questione è l’artista stesso, con tanto di boccaglio, tuta e bombola di ossigeno intento a sondare, capovolto a testa in giù e aiutato da un lungo corrimano per vincere la pressione dell’acqua, una surreale impalcatura che ricostruisce pochi ed essenziali dettagli strutturali di un’abitazione invisibile.
Si ha come l’impressione di rivivere un frame della geniale sceneggiatura di Lars Von Trier: una Dogville annegata, sprofondata nel blu di un artificiale lago silenzioso, in cui un uomo si muove con la dovuta lentezza generata dall’attrito con l’acqua e dalla resistenza alla sua spinta verso l’alto, aprendo porte, attraversando corridoi, salendo scale e incontrando, quasi al termine del suo percorso, una finestra spalancata sopra la propria testa; un’apertura che conduce dritto alla superficie, un confine fisico e al tempo stesso simbolico tra i due mondi, quello marino e quello di una realtà “altra”che si profila al suo limite, ma anche quello tra le proprie certezze e l’ignoto; una soglia, quindi, che inevitabilmente si traduce in una possibilità di scelta.
Rispetto a quanto potrebbe aspettarsi chi ben conosce il lavoro di ricerca di Michael Fliri (Silandro, Bolzano 1978), autentico talento nel panorama della giovane arte internazionale, questa volta rimarrà inaspettatamente stupito da una regia meno istintiva e mordace, volta piuttosto ad una visione introspettiva e poetica in cui lo spettatore viene gradualmente coinvolto nel contesto narrato fino alla condivisione estrema della tensione possibilistica del finale.
0O°°°oo°0Oo°O0 (2010), che riproduce in forma grafica il suono amplificato del respiratore, è il titolo onomatopeico di questo intenso compendio di pura liricità, scandito dalla metrica equilibrata di movimenti, luci e vibrazioni ovattate, capaci di descrivere, con una pennellata monocromatica, un mondo rovesciato che saprà irretire tutta la vostra attenzione in un crescendo di attesa e tensione, disciolto, solo alla fine, in un distensivo epilogo aperto ad un’intima lettura personale.
Linda Giusti
Tarik Berber | Anatomia di un lupo – rapidi ingranaggi delle fantasie erotiche | Aria Art Gallery | dal 21 aprile al 04 giugno 2011 | Firenze
“Così, Berber ingrandisce la donna: è lei l’origine del mondo, della vita, l’estasi e il peccato originale. Eva, così come appare ad Adamo: un’epifania di sensi” (Giambaccio 2011)
Si racconta che gli uomini vengono da Marte e le donne da Venere. Che un giorno di molto tempo fa, guardando nei loro telescopi, i marziani scoprirono le venusiane. Questo bastò a risvegliare i loro sentimenti fino a quel momento sconosciuti. S’innamorarono e in tutta fretta inventarono i viaggi spaziali. Pensatrici estatiche, dee incarnate, allusive madonne, le Venusiane di Tarik Berber (Banja Luka, Bosnia 1980) sono Bellezza. E la Bellezza salverà il mondo. Disse Dostoevskij.
Pure insorgenze di Senso, le donne di Berber, carnose ed eteree, impure e caste, pudicamente sensuali, si mostrano morbidamente, senza offrirsi. Sembra che abbiano accettato con cordiale compiaciuta ma non troppa modestia di essere ritratte, ma qualcosa in men che non si dica le porterà in un qualche remoto Altrove. Dove non sarà più possibile sostare al cospetto della loro bellezza. Una bellezza che reca in nuce più che l’erotismo il pensiero dell’erotico.
Chissà da dove vengono e dove sono dirette. Chissà chi sono, chi non sono state e chi vorrebbero diventare. Con quel quid aggiunto che distingue i talentuosi dai geni, Berber le ha rese apparentemente immobili con le sue generose pennellate, le ha intrappolate di luci oniriche e vestite di colori, le fa respirare d’immensità. Il genio di Berber ha trasformato la nominazione della loro comune essenza in opere. Un incantesimo magistrale. Epiphany. Apparizioni. Divinamente armoniche nelle forme, profumate come Natura ha voluto, alludendo all’Origine del tutto, ne sono eleganti silenziose custodi.
Forse metafore. Forse fatte della stessa materia dei sogni…
Antonella Digilio





