giu
19

The Dark Knight – Un Irresponsabile sacrificio?

Tutto si oscura e subito ti ritrovi in una banca, c’è una rapina in corso, dei clown armati portano a termine il loro piano mentre in una sequenza prestabilita si ammazzano uno dopo l’altro, gavottano tra di loro sul mandante di questo colpo, dicono che deve essere un pazzo per rubare i soldi della mafia, un bus di linea sfonda ed entra nella banca, sono rimasti in due, vi si caricano i soldi sopra, un ultimo sparo, è rimasto un solo clown, si toglie la maschera, è Heath Ledger, è il Joker, è “A Dark Knight”.

Subito, sin dalla prima scena in cui l’attore australiano palesa la sua vera maschera, siamo invasi da una sottile ma già avvertibile nostalgia verso chi non potrà più indossare i panni che furono già del Grande Nicholson. Questa nostalgia cresce man mano che la personalità del Joker si fa largo tra le inquietudini di chi presidia la dimensione del bene, cresce insieme all’ammirazione verso chi si trascina dietro il fardello della follia , dell’anarchia, verso chi scientemente perpetua la violenza per abbattere l’ordine costituito.

Il grande Jack ci aveva avvertiti: “Attenti al Joker!” e l lui che così magistralmente l’aveva consegnato allo schermo nel 1989 sotto la regia di un giovane Tim Burton che lanciava lì la sua vittoriosa scalata ad Hollywood. Attenti al Joker, alla sua personalità malata. La psiche votata a Thanatos che genera solo dolore e morbosità. Lo diceva soprattutto a Heath Ledger,che cominciava a sentirsi minacciato da una maschera talmente potente da costringerlo a ricorrere ai calmanti per riuscire a dormire qualche ora. Nicholson lo sapeva bene, e probabilmente l’unico errore di Nolan è stato quello di non avvalersi della sua consulenza.

E Questo non solo perchè lo avesse già interpretato ma anche perchè Nicholson per sua natura è sicuramente assai più affine alla figura del Joker, sa come entrarci, ma cosa più importante sa come uscirne. La magnifica interpretazione di Heath Ledger mi sa tanto di sacrificio, di un irresponsabile sacrificio, schiacciato dal peso di un personaggio che ha finito per possedere chi aveva giurato di volerlo fare suo. Il Joker, appunto, la nemesi del vigilante-batman per antonomasia. Stavolta sembra aver perso il sorriso: appare più simile ad un serial killer che al buffone armato di gas esilarante. Dopotutto nella sua prima apparizione il Joker è un killer maniaco, e Nolan recupera questa visione.

Batman è un alienato, il Joker con la sua maschera è la pura follia (fredda e distruttiva) che si manifesta con un istinto omicida primigenio e immotivato . Non c’è speranza né di cambiamento né di redenzione: Nolan vuole che questo sia ben chiaro in una realtà dura che non fa sconti dove vige la legge del più forte. La legge della strada appunto, ma anche quella di Wall street e della deregulation neo-liberista più esasperata. Il Joker è un anarco-nichilista punk che si muove istintivamente e che sbatte il muso contro il vigilante/titano (forse solo un po’ meno anarchico), che si muove però nel perseguire un ideale di giustizia più utopico che realizzabile. Sono le due facce della stessa medaglia e questo Nolan ce lo rende in maniera sublime.

Le responsabilità di Batman non sono poche, la volontà di perseguire il sogno della vendetta prima verso i responsabili dell’assassinio dei propri genitori poi verso la criminalità tutta è una sfida troppo allettante per i geni del male. Batman, parla sempre meno perché il peso delle sue scelte influirà sempre di più sulla vita dei suoi concittadini, perché l’unico vero amore è quello che non si potrà mai concretizzare.

Per quasi due ore e mezza Batman arranca dietro il Joker. A contempo sia Dent sia Gordon sembrano più determinati di lui nel contrastare il male. Per sua stessa ammissione, Batman sembra inutile e superfluo a Gotham, se non addirittura dannoso. In talune scene si ha come la sensazione che l’Uomo Pipistrello sia anche abbastanza deludente come supereroe, ma alla fine sarà lui a primeggiare, l’unico capace di contenere l’orda anarchica scatenata dal Joker. Gordon, per quanto mosso da valide motivazioni, verrà, infatti, trafitto nel suo punto debole: l’arroganza. Il pensare di aver escogitato un piano infallibile per sconfiggere il crimine sarà la sua rovina.

Non c’è convinzione, non c’è principio che Joker non sia apparentemente in grado di scardinare. Con Harvey Dent, poi, la storia si tinge di colori ancora più cupi: uomo capace di sacrificare ogni cosa per i valori in cui crede, sprofonda in una crisi irreversibile dopo aver perso anche il suo ultimo punto di riferimento. Il caos più totale. Il caos dilaga. Nessuno può arginarlo, nessuno può immunizzarsi alla forza disgregatrice che tutto travolge, la battaglia è interiore e l’unico che può vincerla è Batman, è lui, è il Cavaliere Oscuro.

Di Massimo Tonietti

mag
27

Parnassus e l'immaginario

Parnassus (Christopher Plummer), capo della compagnia teatrale “The Imaginarium”, è lo schiavo perfetto: un vecchio saggio disposto a tutto pur di coltivare l’ebbrezza del gioco. Il Diavolo (Tom Waits) altro non è che l’azzardo, abile seduttore capace di sgretolare l’immaginario umano, corroso dal piacere del rischio e dal libero arbitrio: croce e delizia dell’umana natura. I due si sfidano a suon di scommesse mettendo sul piatto il corpo e l’anima ribelle della giovane Valentina (Lily Cole), figlia dello stesso Parnassus.

Entrato nel girone infernale degli scommettitori, esseri la cui fantasia viene del tutto azzerata dal gioco, Parnassus è condannato, senza troppi successi, al più classico dei contrappassi di dantesca memoria: dar forma all’immaginazione umana tramite uno specchio magico, evidente richiamo all’opera di Carroll, in grado di proiettare le persone in mondi onirici di allucinata fantasia. Ma ecco che le budella dello spettatore cominciano a contorcersi all’apparire di un’ombra proiettata sulle acque del Tamigi: è il corpo impiccato di Tony (Heath Ledger), che fa così la sua macabra apparizione. Lo sfortunato attore ci offre un’interpretazione di straordinario livello: imbarazzante la naturalezza della sua mimica facciale e dei movimenti del corpo, avvolto in un elegante smoking bianco.

Il Joker inscenato da Gilliam aiuterà Parnassus e la sua banda di guitti itineranti a conquistare le 5 anime richieste dal Diavolo per l’ennesima scommessa. Il film è il risultato del genio indiscusso di Terry Gilliam, regista visionario in grado di superare egregiamente la prova più ardua della sua carriera: la morte reale dell’attore Heath Ledger, sostituito in corso d’opera dallo scialbo trio Deep-Law-Farrell, quest’ultimo vertice di un triangolo comunque incolore. In una sublime alternanza di tonalità fredde e calde, lo spettatore viene condotto per mano fra le strade di una Londra quanto mai cupa ed il mondo onirico oltre lo specchio incantato. In questa incredibile pellicola, Gilliam mette in scena l’essenza della natura umana costantemente in bilico tra la libertà del sogno e l’opprimente realtà minata da tentazioni e scelte obbligate.

Di Marcello Accanto

mag
27

Stanley Kubrick e l’Odissea incompresa

Era il 1968 quando un gruppo di circa 200 persone, fra critici e produttori, decise di abbandonare anzitempo la sala cinematografica. Davanti ai loro occhi scorreva il fluido magmatico plasmato dalle sapienti mani di Stanley Kubrick. Gli stomaci ingordi presenti alla prima di 2001: Odissea nello Spazio non riuscirono a digerire la suadente rivoluzione: vomitevole fiasco fu lo sprezzante verdetto. La critica americana Pauline Kael si espresse in questi termini: “Un film assolutamente privo di immaginazione”, “roba di terza categoria”, “il più grosso film amatoriale di ogni tempo”. Stava accadendo l’impensabile.

Per la prima volta nella storia del cinema, il film lasciava posto all’opera d’arte: banchetto visivo per occhi innamorati, incontro di suoni e vitali battiti cardiaci. La pellicola, impressionata dal folle genio di una mente incompresa, abbandonava gli ormeggi sicuri della tradizione per  raggiungere l’indecifrabile ignoto: vita e morte, dominino e sottomissione, intelligenza e stupidità, umana coscienza e fredda tecnica, istinto animale e ragione calcolatrice, decrepita vecchiaia ed innocente giovinezza, una parabola vitale girata e musicata con assoluta maestria.

Ed è proprio dal giudizio oggettivo, imposto dai canoni consuetudinari, che il film si deve liberare per poter sprigionare la sua vera anima: quella totale soggettività nella fruizione che è sinonimo di libertà. Kubrick ha voluto regalarci questa sublime, quanto unica, opportunità. Un sentito grazie al più grande regista del secolo scorso.

Di Marcello Accanto

mag
27

I Bastardi di Tarantino

Campagna francese, 1941. Il colonnello tedesco Hans Landa (un eccezionale Christoph Waltz) fiuta  nell’aria l’acre odore d’ebrei. Eccoli, nascosti come scarafaggi sotto il pavimento di una casetta contadina. Il suo intuito predatorio percepisce l’eccitante realtà: è un massacro. Una pioggia di piombo trascina lo spettatore al cospetto del Cacciatore d’ebrei, disinfestatore infallibile di scarafaggi. La bionda Shosanna, unica superstite, fugge a Parigi per nutrire la Dea vendetta; la stessa che il tenente Aldo Raine (Brad Pitt) inietta nelle menti dei suoi Bastardi, addestrati per uccidere nazisti, spietati nel prelevare lo scalpo ai cadaveri nemici.

In un cinematografo si consuma il delizioso pasto finale: banchetto prelibato, fragoroso incontro di fiamme e proiettili, dove la Storia si contorce in un montaggio sopraffino. Estasi visiva. Scordatevi l’avanzata dell’Armata Rossa e scordatevi pure l’olocausto. Ggli ebrei di Tarantino sono Bastardi, altro che nude carni da macello. Di sovietici neanche l’ombra: a fottere il Terzo Reich contribuisce la mente contorta del colonnello Hans in un delirio di onnipotenza sfociante nell’ingenuità finale. Le eroine femminili di Kill Bill, gli evidenti richiami a Sergio Leone, gli intrecci magici de Le Iene, il sangue ironico di Pulp Fiction, l’umorismo lacerante che solletica lo stomaco dello spettatore: questo è Bastardi Senza Gloria, l’apice del genio di Tarantino.

Di Marcello Accanto