Quasi amici
Ci scusiamo per il ritardo. Non volevamo aspettare che questo film diventasse un fenomeno di portata internazionale prima di parlarne, ma è andata così.
Comunque sia proprio il fatto che questa commedia francese scritta e firmata dal duo Eric Toledano e Olivier Nakache rimane fissa nelle prime 5 posizioni della classifica del box office italiano da più di un mese e mezzo ci dà l’opportunità di spiegare il perché di questo successo.
“Quasi amici” sembra una meravigliosa favola ma in realtà è ispirato ad una storia vera. Il racconto dell’amicizia tra Philippe (Francois Cluzet), ricco tetraplegico costretto su una sedia a rotelle e bisognoso di assistenza continua, e Driss (Omar Sy), giovane ex galeotto di colore proveniente dalle banlieue parigine, è ben congegnato e gioca sui contrasti. Quando il disabile infatti sceglie proprio il disadattato e poco qualificato Driss come suo aiutante personale si innesca nello spettatore il meccanismo della risata involontaria e verace. L’elemento perturbante del giovane in una vita scialba e piena di regole e paletti com’è quella di Philippe, trascina con se una serie di scene divertenti, gag e battute, forse già viste, ma che mantengono tutta la loro forza ed efficacia grazie alla straordinaria bravura dei due protagonisti. Due esistenze così diverse si uniscono nella gioia di vivere, nella spensieratezza e nel divertimento senza freno, dando vita ad una “quasi” amicizia fuori dal comune dove le difficoltà dell’uno diventano la forza dell’altro.
Ma sono i dialoghi la vera fonte di umorismo di quest’opera. E in questo caso si tratta di quell’ironia sottile basata non sulla situazione divertente ma sul gioco della verità di una condizione difficile e permanente come quella della disabilità. L’argomento non era certo dei più semplici ma “Quasi amici” ci regala dei veri momenti di esilarante comicità. Senza mai esagerare, senza mai eccedere, senza mai essere volgare, o peggio, banale, la scrittura ribalta il punto di vista sull’handicap facendo capire quanto il mondo dei “sani” abbia una visione distorta e auto compiaciuta su questo tema.
Convince anche la scelta registica di non attuare il solito schema della commedia classica ma di buttare lo spettatore subito in medias res. È chiaro quindi che i film francesi ultimamente riescono a fare di più e meglio quello in cui purtroppo i nostri latitano: usare la forza e la dirompenza della commedia per parlare di argomenti seri, difficili e delicati. “Quasi amici” in questo è perfetto. Un film da vedere, rivedere, rivedere e ancora rivedere.
Francesca Versienti
The Woman in black
Harry Potter è tornato? No, ma quasi. Il ritorno al cinema di Daniel Radcliff infatti non ha ottenuto l’effetto desiderato dal giovane attore inglese. L’intento, dopo anni passati ad interpretare il famoso maghetto, era proprio quello di far dimenticare l’ingombrante personaggio creato dalla Rowling ma sembra che non ci sia riuscito.
In “The Woman in black”, film a cavallo tra l’horror e il thriller gotico prodotto dalla rediviva casa di produzione Hammer, Radcliff interpreta il ruolo di un vedovo e padre di un figlio di 4 anni. Il ruolo è sicuramente insolito per l’attore, che effettivamente risulta ancora troppo immaturo artisticamente e precoce fisicamente per una parte del genere. L’ambientazione inoltre, cupa e sinistra, non aiuta sicuramente l’angelico volto di Radcliff ad allontanarsi dal cliché potteriano.
L’incompiutezza del film però non è solo colpa del protagonista e questo va detto chiaramente. L’opera firmata da James Watkins appare da subito spenta e senza verve. Rifacendosi alla tradizione degli horror classici purtroppo il ritmo risulta eccessivamente rallentato e il montaggio non aiuta a ravvivare l’andamento; la sensazione persistente e fastidiosa è quella del “già visto”.
Nonostante la messa in scena visiva sia ottima e ricca di dettagli da scoprire, la noia, tranne nell’ultima mezz’ora, regna sovrana. La storia, ispirata all’omonimo romanzo di Susan Hill, è quella dell’avvocato Arthur Kipps mandato dal suo studio legale in uno sperduto villaggio nella brughiera inglese a sbrigare le pratiche per vendere una tetra e isolata casa situata in una palude. Nonostante la diffidenza e la scontrosità con cui viene accolto dagli abitanti del luogo, Kipps decide di portare a termine il lavoro affidatogli venendo così a contatto con il terribile fantasma della “donna in nero”, ritenuta responsabile della morte di molti fanciulli del paese. Pochi i colpi di scena: fin da subito lo spettatore capisce in che direzione verterà la narrazione. Pochi i momenti horror e anche quelli lasciano insoddisfatti gli appassionati del genere.
Niente urla o occhi tappati in questo film, niente sangue e poco spavento. Una film deludente e a tratti insignificante. Di certo non entrerà di diritto nella grande storia del cinema horror.
Francesca Versienti
A simple life
Ci sono film che ti entrano nel cuore e nella mente. Ci sono film che rivedresti all’infinito senza stancarti. Ci sono film che hanno qualcosa di magico, qualcosa in più.
“A simple life” della regista di Hong Kong Ann Hui è uno di questi. Ispirato ad una storia vera quest’opera emozionante è capace di mescolare alla perfezione momenti toccanti e drammatici con episodi ironici e divertenti.
Presentato all’ultima Mostra del Cinema di Venezia, è finalmente approdato anche in Italia sotto la spinta della meritatissima vittoria della Coppa Volpi per la miglior interpretazione femminile andata alla straordinaria protagonista Deanie Yip.
Ann Hui si rapporta con argomento importante come quello della dignità della vecchiaia ma lo fa senza compiacimenti, senza inutili retoriche e paternali. È uno sguardo sereno quello che usa la regista: la sua narrazione è fluida e composta, il suo linguaggio cinematografico è sempre moderato, pulito e limpido tanto da ricordare lo stile documentario.
La storia è quella di Ah Tao, che fin dall’adolescenza lavora come domestica presso la famiglia Leung. Ormai diventata anziana, dopo essere stata colpita da un ictus, decide di non pesare sull’unico membro della famiglia ancora rimasto ad Hong Kong, il suo prediletto Roger (Andy Lau). Si rifugia così volontariamente in una casa di riposo. Ma il suo pupillo decide di non abbandonarla totalmente e per quanto gli sia possibile tenta di occuparsi di lei e delle sue necessità. Il loro legame affettivo è il collante di tutto il film, un legame che non scaturisce dal sangue ma dalla vita. È la storia di una vita semplice, di una donna ricca di sentimenti veri e sinceri.
Il giovane Roger infatti, sempre abituato alla presenza della sua “amah” (domestica/nutrice) si sente perso senza di lei e le sue cure. I gesti dell’uomo quindi non scaturiscono da un mero senso di dovere ma da un vero affetto materno verso la donna che gli è stata accanto tutta la vita.
Attorno ad Ah Tao nella casa di riposo scorgiamo una girandola di meravigliose esistenze giunte al crepuscolo che con la loro dignità e la loro bellezza ci fanno riflettere su quali siano le cose importanti della vita. I piccoli gesti, i piccoli dettagli, le piccole carezze e le parole sussurrate a volte sono molto più decisive e simboliche rispetto a gesti “enormi” ma effimeri e destinati a perdersi nei meandri del tempo e della vita.
Un film eroico nella sua semplicità, un film talmente semplice da essere indimenticabile.
Francesca Versienti
Hysteria
La commedia british sull’invenzione del vibratore
A fine ‘800 sotto la diagnosi di “isteria” venivano inserite le più disparate malattie femminili, dalla tristezza alla rabbia incontrollata, dall’insoddisfazione sessuale alla pazzia. Nella Londra vittoriana di quel periodo infatti metà delle donne accusava sintomi come ansia, irritabilità, malinconia, depressione, eccitabilità e angoscia. La regista Tanya Wexler dedica a questo tema la sua ultima commedia brillante: una storia vera (a dir la verità un po’ romanzata), come ci tiene a precisare fin dall’inizio del film.
Mortimer Granville (Hugh Dancy) è un giovane dottore dalle belle speranze che, in cerca di lavoro, s’imbatte nel Dott. Robert Dalrymple (Jonathan Pryce), il maggior specialista londinese di medicina femminile. Il trattamento del giovane dottore che consiste in un “massaggio manuale” diviene subito assolutamente indispensabile a molte clienti dello studio medico tanto da causargli persistenti crampi alle mani. Per ovviare all’inconveniente e comunque curare le pazienti, il Dott. Granville mette appunto, insieme al suo amico e inventore Lord Edmund (Rupert Everett) un apparecchio meccanico portatile capace di indurre il “parossismo” (oggi diremmo orgasmo) nelle donne.
Spiegata così potrebbe apparire una commedia triviale dal tono grottesco e scurrile. Ma non è così. Il film è assolutamente delizioso e delicato. Il suo tono è leggero e gioviale nonostante l’argomento.
L’humour è sofisticato e acuto, per niente scontato. Anche nelle scene più ardite non si sfocia mai nel volgare ma aleggia sempre un senso dell’umorismo sottile ed elegante.
La struttura narrativa, la regia e il montaggio fanno uso di meccanismi consolidati, forse già visti, ma assolutamente convincenti. Questa commedia in costume, nonostante non comporti grandi rivoluzioni al genere, è ben diretta e scritta e ottimamente interpretata da un cast molto appropriato.
Il film emoziona e commuove ed è anche capace di sdoganare, con l’ironia e l’umorismo, temi che molte volte vengono analizzati con superficialità. Il sottotesto femminista aiuta a far pensar a come le donne, ancora non troppo tempo fa, erano considerate solo come mogli e madri e mai come “femmine” con impulsi sani e normali. L’erotismo femminile era infatti assolutamente tabù e forse a pensarci bene lo è ancora oggi. Questo film è perciò un utile e simpatico modo per rivedere alcune posizioni bacchettone, maschiliste e antiquate.
Francesca Versienti
ALBERT NOBBS
“Lei, è l’uomo più strano che io conosca”
Composto, anzi compassato. Silenzioso e silente. Albert Nobbs è un cameriere la cui presenza è appena accennata, quasi non lo si vede, ma se c’è bisogno di lui arriva preparato e ossequiante. Albert Nobbs è un cameriere d’hotel nella Dublino di fine ‘800. Albert Nobbs è una donna, una donna travestita da uomo.
Tratto da un racconto di George Moore, il personaggio di “Albert Nobbs” è stato per più di vent’anni il cavallo di battaglia di Glenn Close a teatro nell’omonima piéce di Simone Benmussa. Ed erano più di vent’anni che l’attrice tentava di portare questa storia sul grande schermo.
Ad accontentarla, finalmente, ci ha pensato il suo amico regista Rodrigo Garcia che ha confezionato un’opera emozionante e delicata. Ricevute 3 nomination agli Oscar (Attrice, Attrice non protagonista e Trucco) purtroppo non se ne è aggiudicato nemmeno uno.
Albert Nobbs è una donna dal passato difficile che non si ricorda nemmeno il suo vero nome. Per anni costretta a indossare i panni di un uomo, è ormai quasi assuefatta a questa dimensione. Quasi non deve più fingere di essere un uomo perché si è dimenticata completamente cosa vuol dire essere donna. La sua vita è fatta di sacrifici, di risparmi e di sogni. L’incontro per caso con un’altra donna nella sua stessa condizione, ma con in più la consapevolezza di essere felice e sposata con un’altra donna, le fa riassaporare, per poco, il piacere di non essere sola e di poter sperare in una vita migliore.
La sensibilità e la pacatezza sono la cifra stilistica di questo film e dell’ottima interpretazione della Close, attenta a curare ogni dettaglio del suo personaggio. La sua figura androgina ben si confà a questo ruolo ma è la sua mimica e il suo lavoro sul corpo che la rendono umana e indimenticabile. Era facile infatti cadere nella trappola della banalità e della semplificazione. Per fortuna ciò non accade anche perché tutto il resto del cast, da Mia Wasikowska a Jenet McTeer, regala un’eccellente prova. La messa in scena risulta elegante e curata nei minimi dettagli. Nulla è lasciato al caso in questa pellicola: i dialoghi sono asciutti ed essenziali esattamente come le musiche. Raffinato ma non ostentato. Mai volgare e per questo assolutamente apprezzabile.
Francesca Versienti




