Intervista a Studio Plus Plus
… dalla Sicilia con rigore ma non senza poesia, tre giovani artisti riuniti in un collettivo con base a Firenze. Studio ++ = Fabio Ciaravella + Umberto Daina + Vincenzo Fiore, intervistati da Nicola Cecchelli alla luce dei loro ultimi e importanti progetti espositivi…
Nicola Cecchelli: Chi siete e perché avete scelto di riunirvi in un collettivo?
Studio ++: Siamo principalmente tre amici. Nel tempo abbiamo scoperto di avere un modo compatibile di vedere il mondo, in seguito Studio ++ ha delineato il campo delle discussioni che stavamo facendo. Il termine collettivo, anche se molto efficace, non è esattamente corretto, poiché Studio ++ non raccoglie tre esperienze individuali, ma ha dato una forma stabile a una crescita che continua tutt’oggi.
N.C.: Perché la scelta di Firenze come base operativa?
Studio ++: Un po’ per caso… un po’ perché ci siamo rimasti… siamo arrivati a Firenze, ognuno indipendentemente dall’altro, dieci anni fa per studiare architettura, poi ci siamo sempre trovati molto bene e quindi nessuno di noi ha mai sentito una vera esigenza di cambiare città. Almeno fino ad adesso…
N.C.: Studio ++… come nasce questo nome?
Studio ++: Intanto da una lunghissima discussione fatta di proposte improbabili. Alla fine abbiamo deciso un nome che avesse un’attinenza con il nostro metodo di operare. In questo c’è un percorso progettuale da “studio d’architettura”, dove le discussioni e i confronti portano un valore aggiunto alla sintesi dei lavori. ++ (plus plus) indica, appunto, l’incremento visto come qualcosa in più nel procedimento ordinato che sta alla base di tutti i nostri ragionamenti.
N.C.: In ambito artistico un fenomeno interessante che ha contraddistinto la seconda metà del secolo scorso e continua a farlo ancor’oggi è riconducibile alla volontà espressa da vari artisti di coalizzarsi in gruppi, più o meno nutriti, abbandonando così il parto del singolo autore a favore di una creativa coabitazione. Come leggete questo fenomeno?
Studio ++: Quella a cui ti riferisci è una dinamica diversa dalla nostra. Come abbiamo puntualizzato poco fa, noi non abbiamo unito esperienze personali ma abbiamo dato continuità a un percorso iniziato insieme. Riferendoci, invece, alla creazione di veri e propri collettivi pensiamo che non si possa dare una risposta univoca, poiché ognuno degli artisti che ha scelto di fondere le proprie esperienze in un gruppo deve aver avuto delle esigenze personali profonde. Questo perché lavorare in gruppo significa, per chi ha un percorso consolidato da singolo alle spalle, dover ricostruire un equilibrio tra l’apporto personale nel lavoro e l’identificazione sul lavoro stesso. Per non parlare del radicale mettersi in discussione che l’operazione comporta… siamo però convinti che nel momento in cui si fanno questi passi c’è una tendenza alla ricerca e all’approfondimento sul proprio obiettivo.
N.C.: Uno per tutti e tutti per uno… come nascono e come si sviluppano i vostri progetti?
Studio ++: Se bisogna scegliere… più tutti per uno, nel senso della comune finalità operativa. In genere si parte sempre da un’idea, una riflessione nuova o derivata da altri lavori o ancora da discussioni solo temporaneamente messe da parte, tutte comunque hanno in qualche modo una relazione con le nostre esperienze personali. Successivamente si continua seguendo una metodologia operativa che non è molto distante dalla scultura. Innanzitutto s’inizia a guardare il tema scelto dal lato che per noi è più interessante e pezzo per pezzo si sottraggono o aggiungono parti dal blocco tematico iniziale. L’obiettivo è sempre quello di ottenere una forma che sia la più coerente possibile con l’iniziale intento espressivo, ma che, ovviamente, nel percorso di definizione trova delle calibrature anche di contenuto: è sostanzialmente un lavoro di sintesi. Tutto avviene attraverso la discussione o al massimo con l’aiuto di qualche schizzo per definire le proporzioni dei lavori. Alla fine viene la parte della realizzazione che nella maggioranza dei casi prevede il confronto con artigiani, aziende etc… lì il lavoro si confronta con la reale fattibilità ma in realtà è già finito.
N.C.: Leggo nella vostra ricerca una tendenza a far percepire l’opera nel suo progredire temporale, Domani è un altro giorno (2009) o Istante (2008), strutturando taluni interventi quadrimensionalmente. Che cosa mi dite su tale attitudine?
Studio ++: Il tempo non è un contenuto che cerchiamo di inserire per forza nei lavori e quando è utilizzato assume ogni volta un ruolo diverso. Per esempio nelle tue due citazioni assume accezioni molto differenti tra loro. Per Domani è un altro giorno il tempo è la chiave di lettura di un discorso più ampio che stavamo affrontando sull’autonomia/paralleleità della dimensione web rispetto al tempo e allo spazio reale. Pensato in questo modo, il web, si configura come l’unico sistema logicamente accettabile in grado di contenere una continuità temporale infinita. La scelta del soggetto, infine, vuole rimandare a una concezione ciclica. Per Istante, invece, il tempo è la ragione di un equilibrio di forme. Quello che però rimane costante nel nostro interesse sul tempo è la sua capacità di innescare una suggestione che supera la semplice forma scultorea e dirige invece l’attenzione sul ragionamento alla base dei lavori. In questo modo è accettabile poter concepire quelle forme o immagini come qualcosa di più rispetto a quello che si vede: il tempo le rende dinamiche o se vuoi cariche di una tensione vitale.
N.C.: Pensando al vostro lavoro con le polaroid, Senza titolo (2008), o a Selfportrait (2008) non posso far a meno di notare un esplicito riferimento al complesso rapporto che gli individui, sia a livello individuale sia a livello sociale, intrattengono oggi con la memoria. Voi che relazione avete con quest’ultima?
Studio ++: Effettivamente anche la memoria è un tema legato al tempo. I due lavori di cui parli, messi a confronto, possono affrontare il grande dilemma del supporto al quale si affidano le testimonianze della nostra esistenza o per meglio dire cosa resta veramente quando tutto inizia a cambiare. Con Selfportrait, infatti, volevamo rilevare come il vero dato permanente per la nostra contemporaneità è il codice digitale. Proprio in quanto codice, quindi, non è molto diverso dagli altri sistemi organizzati di segni che ci hanno permesso di conoscere le civiltà del passato. Nella progressione di polaroid che svaniscono, invece, si svela la relatività di riportare questo codice in un’immagine che è legata ai limiti del supporto che la riproduce, quindi non duratura per definizione. Preservare la memoria è sicuramente uno dei bisogni fondamentali dell’uomo al pari del riprodursi, un’esigenza archetipica che accompagna l’individuo oltre il tempo. L’arte in un certo senso ha a che fare con la ricerca di qualcosa che possa rimanere per sempre, una specie di drammatica ricerca dell’immortalità…
N.C.: Più di rapporto con la tecnologia e i suoi vari mezzi espressivi ritengo che v’interessi più dialogare con la razionalità in senso esteso. Un altro aspetto,infatti, che più mi ha colpito nella vostra ricerca è la volontà di cimentarsi in laboriose misurazioni, riflessioni di natura tecnica o algebriche esplorazioni. Allo stesso tempo, però, tale fredda inclinazione è mitigata da interventi caratterizzati da un’alta carica poetica, come nell’installazione Senza titolo (2007) o in un’installazione coeva dove una condanna a morte permette progressivamente il progredire di un’altra vita. Come vi orientate tra questi due poli che potremmo definire opposti?
Studio ++: Noi riteniamo che la capacità di accostare elementi semplici ottenendo risultati che vanno oltre la prevedibile somma iniziale sia un importante attributo della razionalità. Partire da soggetti razionali o freddi vuol dire per noi costruire un procedimento logico di lettura del lavoro. Sono poi la contestualizzazione, le proporzioni, gli accostamenti che permettono di fare il salto che consente di arrivare al contenuto che si vuole trattare. E’ un modo di vedere il mondo basandosi sul significato delle relazioni che intervengono al suo interno. Così l’arte si propone come approfondimento della realtà.
N.C.: Che cosa significa oggi esporre l’arte?
Studio ++: Com’è sempre stato, esporre presuppone una volontà di comunicare. Fa parte di un percorso di discussione sui lavori che dal momento in cui sono stati esposti si potrebbe dire che vengono affidati al mondo con tutto quello che ne deriva in termini di critiche o di approvazioni. L’artista a quel punto deve raccoglierne i risultati e se vuole, riportarli nella sua ricerca che continua indipendentemente dalle occasioni espositive. Nella nostra esperienza l’esposizione ha sempre prodotto interessanti discussioni con curatori, altri artisti e, cosa importante, con i fruitori: tutti costruttivi punti di vista molto diversi tra loro…
N.C.: Come vedete l’odierna situazione artistica toscana?
Studio ++: Negli ultimi tempi sembra ci sia un’attenzione crescente verso l’arte contemporanea, soprattutto grazie alla presenza di punti di riferimento istituzionali. A Firenze, indubbiamente, le occasioni espositive sono limitate per gli artisti emergenti e quindi il fermento di sperimentazione tipico di tale “fascia anagrafica dell’arte”. Al di là di questo, parlare di scena artistica toscana potrebbe essere un rischio in quanto, per la qualità del confronto che il contesto propone, sarebbe più corretto e più stimolante allargare lo sguardo al panorama europeo. In quella scala Firenze mantiene pregi e difetti tutti italiani…
N.C.: Con quale galleria/e collaborate?
Studio ++: Con la Galleria 42 Contemporaneo di Modena da ormai più di un anno e da poco anche con la KaBe Contemporary di Miami.
N.C.: Come ultimo tassello del vostro curriculum artistico splende una personale al Museo Marino Marini, cosa avete in programma?
Studio ++: Siamo felici di avere avuto la possibilità di inaugurare il progetto Display del Museo Marino Marini. Pensiamo che l’idea sia un modo interessante per proporre il lavoro di giovani artisti e avvicinare l’arte contemporanea alla città. Ovviamente per noi è stato anche un momento molto gratificante. A metà marzo, poi, siamo tornati da Miami, dove abbiamo partecipato a un’esposizione collettiva sui giovani artisti italiani alla KaBe Contemporary che durerà circa un mese. Per il futuro siamo stati invitati dal Palazzo Lucarini Contemporary di Trevi a condurre un workshop didattico che si concluderà con una mostra ancora tutta da definire…
Nicola Cecchelli è critico d’arte. Vive e lavora tra Milano e Firenze.
Fabio Ciaravella è nato a Palermo nel 1982, vive e lavora a Firenze.
Umberto Daina è nato a Palermo nel 1979, vive e lavora a Firenze.
Vincenzo Fiore è nato a Palermo nel 1981, vive e lavora a Firenze.
Intervista a Fulvio Abbate
Dalla tesi su “L’Apocalisse di Louis-Ferdinand Céline” alla televisione monolocale di Teledurruti, Massimo Tonietti intervista senza freni Fulvio Abbate, un’Intellettuale impertinente e cordiale, volgare ed erudito, cinico e idealista ma soprattutto “[...] tendente alla laicità”…
Massimo Tonietti: Molte persone scrivono senza essere, per contro, assidui lettori. Leggono poco, ma nonostante questo avvertono la necessità di scrivere, di comunicare. Tu lo vedi come un paradosso, uno scompenso fisiologico o un segno dei tempi?
Fulvio Abbate: Penso che per scrivere non sia necessario essere forti lettori. Si può esser semplicemente ispirati da una sollecitazione. Fra l’altro non credo che gli inviti alla lettura sortiscano mai un effetto positivo, anzi, tutt’altro: servono per togliere vigore alla popolazione dei lettori attivi. A questo punto dobbiamo definire chi sono i lettori nel nostro paese. Di fatto, leggono le professoresse, dedicandosi a libri in cui si parla di uteri asportati. Inoltre, esiste un pubblico giovanile di tendenza…
M.T.: … giovanile di tendenza? Che cosa intendi con questa definizione?
F.A.: Il pubblico giovanile di tendenza è quello che ritiene di dover leggere libri che hanno una connotazione metropolitana o qualcosa di simile. Il caso di Wu Ming è esemplare: non credo che al lettore giovane importi un cazzo di ciò che Wu Ming racconta o narra. Queste, tuttavia, sono le uniche categorie di lettori: professoresse donne, interessate a romanzi che hanno come trama uteri asportati e poi, nel caso della narrativa di tendenza giovanile, indiani d’America che lanciano frecce al curaro nel buco del culo del coprotagonista.
M.T.: Wilde s’inchinò di fronte alla tomba di Keats a Roma. Marinetti desiderava sputare sull’altare dell’arte. Qual è il tuo rapporto con i grandi scrittori del passato?
F.A.: E’ un rapporto d’uso. Di puro uso e assolutamente laico. Credo che l’eccessiva frequentazione con un autore e la sua divinizzazione porti, poi, necessariamente a odiarlo. Quindi un rapporto laico. Mi sono laureato con una tesi su Céline e possiedo la collezione pressoché completa dei Cahiers Céline editi da Gallimard. Si tratta degli inediti dell’autore che periodicamente escono nel corso degli anni. Nonostante questo, mi guarderei bene dall’entrare in un club di céliniani.
M.T.: In una passata intervista hai dichiarato che sotto L’Unità di Veltroni ti sei mascherato da comunista per continuare a scrivere. Se costretto, ti maschereresti anche da fascista per raggiungere il tuo pubblico?
F.A.: No, io non mi maschererei assolutamente, perché i mascheramenti risultano davvero penosi. Io, in realtà, ho detto un’altra cosa. Ho detto che nell’Unità di Veltroni facevano passare me per comunista mentre in realtà i veri comunisti erano gli altri… i miei colleghi.
M.T.: … che erano retribuiti anche più di te…
F.A.: Sì… che stavano praticamente nel cuore di Veltroni e che erano quindi assolutamente organici a un progetto di egemonia culturale veltroniana, che io ho definito “Musica leggera per ceti medi. In tutto medi”. A loro conveniva far passare me da comunista, forse perché avevo scritto un romanzo che si svolgeva in una sezione del partito comunista. In realtà i veri comunisti erano loro. Infatti, come poi si è dimostrato, io ero un’altra cosa: non un anarchico, ma una persona tendente alla laicità.
M.T.: In che modo si è concluso il tuo rapporto con L’Unità?
F.A.: Gli episodi sono due: nel 1997 è arrivato Mino Fuccillo da Repubblica e tra le prime cose che fece, cancellò la mia collaborazione, senza mai darmi una virgola di motivazione. Un bel po’ di anni dopo, cioè l’anno scorso, sempre dalla Repubblica è arrivata una tale la protetta di Veltroni, alias Concita De Gregorio, che ha pensato bene di cancellare la mia collaborazione. Io posso ipotizzare che secondo me il mandante è Walter Veltroni… l’ho sempre sostenuto. Però queste persone che avrebbero dovuto spiegarmi il perché, non hanno mai aperto bocca. Perfino in un’intervista che le ha fatto Zoro (Diego Bianchi) la signora De Gregorio ha dato come spiegazione il fatto che io volessi un contratto, ma ci mancherebbe altro! In realtà aspetto ancora di conoscerne il motivo. Posso fare delle ipotesi e le ipotesi sono semplici. Intanto, io non ho nulla da spartire con la banalità di sinistra.
F.A.: … e questo è chiaro ed è anche nero su bianco, in quanto ho scritto un pamphlet dal titolo Sul conformismo di Sinistra (2005). Figurati se una persona come Concita De Gregorio può accettare che ci siano delle voci non gestibili: io non sono gestibile e non voglio essere gestito. Queste persone hanno cercato di cancellarmi e non ci sono riuscite. Io ho risposto loro con il mio talento, inventandomi una piattaforma dalla quale posso esprimermi liberamente, cioè Teledurruti www.teledurruti.it, che è la risposta a queste povere persone. Concita De Gregorio è una povera persona, come lo è Veltroni: poveretti privi di fantasia.
M.T.: Pensi che personaggi ai vertici del PD, come Veltroni, Franceschini, Bersani, possano essere definiti I Preservativi della Sinistra? Nel senso che esiste un fiotto pensante e propulsivo bloccato dalla loro presenza?
F.A.: Preservativi senza serbatoio, ovviamente, e credo che non esista più neppure una base. Quella che un tempo veniva chiamata base aveva il pregio di riassumere il sentimento della cosiddetta “umile Italia”, come la chiamava Pasolini, ma al contempo conteneva anche quei germi d’idiozia burocratica tipica
dei partiti di sinistra con una concezione totalizzante dell’egemonia. Oggi tutto questo non esiste più, quindi nessuno si può alzare in piedi col dito ammonitore nei confronti di chi dovesse dire “Io non vado più a votare…”. Come sottolineavo prima tutto questo è stato spazzato via con la fine del P.C.I., che ha avuto i suoi pregi ma anche l’imperdonabile limite di ritenere di avere una funzione palingenetica, quindi totalizzante, paranoica e di controllo.
M.T.: Secondo la rilevazione dell’ABC – Washington Post, il presidente Barack Obama avrebbe perso la fiducia del 60% del campione di cittadini interrogati. Un brutto scivolone per la sua popolarità. Non ti sembra che la scelta di un candidato di colore sia solo il prodotto di una politica-marketing?
F.A.: Io credo che Obama rappresenti comunque un elemento di novità culturale rispetto all’era Bush. Il problema è che la politica è mediazione. Se Obama dovesse portare a compimento il progetto della mutua per tutti, sarebbe già un risultato storico.
M.T.: Credi che, comunque sia, Obama abbia una certa libertà di manovra?
F.A.: Non ha libertà di manovra, perché deve fare i conti con le lobbies. Anche la chiusura di Guantanamo non mi sembra che sia avvenuta. Segni di grossa discontinuità con il passato non ne abbiamo ancora visti. L’unica cosa che trovo inaccettabile è che gli Stati Uniti possano pensare d’essere i gendarmi del pianeta.
M.T.: Da laureto in filosofia, quale ritieni che sia il ruolo dei filosofi contemporanei?
F.A.: Le volte in cui viene chiesto loro un consulto danno la sensazione di vivere una grande solitudine. Se pensi che il filosofo contemporaneo più citato è Bernard-Henri Lévy, che è un personaggio da rotocalco, probabilmente… andiamocene da un’altra parte! Una ventina d’anni fa, mi occupavo di critica d’arte e a un certo punto ci fu detto che i critici d’arte del futuro sarebbero stati economisti. A me sembrava un paradosso e lo trovavo inaccettabile. In realtà, se ci pensi bene, il critico d’arte del presente non è altro che un consulente economico. È colui che suggerisce al ricco quali investimenti fare. L’artista di oggi è un cameriere della borghesia e lo è sempre più. Basta vedere il modo in cui viene accolto: è un cameriere della borghesia che non riesce a dettare le proprie condizioni.
M.T.: … e non ci riuscirà più?
F.A.: Negli anni ‘60 artisti come Mario Schifano, che venivano dalle borgate, erano in qualche modo fieri di sposare delle contesse, d’essere accolti fra casa Agnelli e l’aristocrazia nera. Però in qualche modo imponevano la loro cifra. Se penso a quei quattro artisti romani che incontro ora nelle case della Roma bene, provo un senso di raccapriccio.
M.T.: … perché?
F.A.: Perché sono solo dei camerieri in attesa di vendere il pezzo.
M.T.: Parliamo della cosiddetta arte. Mario Schifano, Yves Klein. Profonda la tua attività di critico d’arte. Come definisci lo stato attuale di tale branchia letteraria all’interno del panorama editoriale italiano e internazionale?
F.A.: Invisibile… pressoché invisibile. Intanto perché non esiste un pubblico. Prova a cercare un libro d’arte, sarà pressoché impossibile trovarlo. Le edizioni d’arte sono sotterranee. Inoltre, come dicevo prima, non c’è un pubblico. Sembrava che ci fosse stato, forse c’era, negli anni della Trans-avanguardia attraverso le edizioni legate a Flash Art. Ma era critica d’arte quella? O più una roba di supporto?
M.T.: … forse era pubblicità…
F.A.: [ride] … sì, forse era pubblicità.
M.T.: Vittorio Sgarbi curatore del Padiglione Italia alla prossima Biennale di Venezia, scelta discutibile?
F.A.: Per me non è discutibile… questi stanno al potere, al governo. Sgarbi è il loro critico d’arte e quindi è anche giusto che lo diano a lui. A chi avrebbero dovuto darlo? A Germano Celant o ad Achille Bonito Oliva? I rapporti di forza sono questi. Bonito Oliva lo ebbe al tempo dei socialisti, in piena Tangentopoli. Celant risponde al nuovo ordine mondiale economico. Questi lo danno a Sgarbi e Sgarbi cosa farà? Porterà un quadro, una crocefissione con un Cristo piagato di un pittore del ‘600 sostenendo che si tratti di un’opera d’avanguardia. Chissenefrega… va bene così, sarà un’operazione concettuale tutta sua. I critici d’arte successivi, come cazzo si chiamano… i vari Luca Beatrice… questi qui, credo che ambiscano a riprodurre il modello manageriale che è stato fin qui rappresentato da Celant e Bonito Oliva.
M.T.: Dopo la caduta del comunismo, vedi qualche nuovo trend emergere, qualcosa che potrebbe costituire una nuova base politica per il XXI secolo?
F.A.: No… sembrava solo che ci fosse un movimento contro la globalizzazione e l’ipotesi del socialismo reale è miseramente fallita, quindi non va minimamente più citata. Il capitalismo, invece, è infame e assassino, fa schifo al cazzo perché produce quello che vediamo ogni giorno. È quindi un mostro assassino. Perfino gli economisti americani, dopo il crollo delle borse, sono stati costretti a reinventarsi dei metodi di redistribuzione del reddito di stampo socialista. Nessuno si permetta di dire che il capitalismo è una bella cosa. Tempo fa delle mezze figure del giornalismo italiano, come Antonio Polito, avevano fatto dichiarazioni del tipo “Io amo il capitalismo”. Oggi è indicibile una cosa del genere.
M.T.: Una delle principali funzionalità del WEB 2.0 è la possibilità di ricevere un feedback diretto dagli utenti. Allo stesso tempo, chi gestisce un sito ha il potere di censurare, modificare e cancellare i commenti. Il Web è dunque una piazza democratica o una dittatura degli autori?
F.A.: Per me è democratico nella misura in cui se tu ritieni che io sia una testa di cazzo, hai comunque la possibilità di aprirti un altro canale. Esistono poi delle figure che popolano e determinano le dinamiche del web, come i provocatori. In questo caso, dopo la sesta volta che mi sento dare della testa di cazzo posso anche decidere di inibire i loro commenti.
M.T.: … ti riferisci forse all’episodio di Vinicio Capossela su Teledurruti?
F.A.: In quel caso mi sono arrivate anche minacce fisiche. Il problema è che la rete contiene tutto. Uno degli insulti che mi viene rivolto più frequentemente è “Non sei nessuno, sei un fallito…”. Se io fossi un miserabile, farei valere i miei titoli come risposta. Oppure mi dicono “Non hai mai scopato in vita tua!” e in questo caso dovrei rispondere con il mio carnet di conquiste inarrestabili. Questa è la rete, non sai mai con chi hai a che fare…
M.T.: … secondo te, comunque, il Web rimane una piazza democratica?
F.A.: Assolutamente. E’ una piazza in cui chiunque può farsi una televisione, come ho fatto io…
M.T.: Fulvio, parliamo di Cinema. Noi della redazione di OVO siamo fermamente convinti che il cinema italiano sia morto a Parigi il 9 maggio 1997 con la scomparsa di Marco Ferreri. Una tua considerazione in merito?
F.A.: La considerazione è molto triste perché io amavo Marco Ferreri, perfino i suoi film indigesti come Non Toccate la Donna Bianca (1974). Le cose che io ho più amato nel cinema, oggi non avrebbero diritto di cittadinanza. Un grande film, secondo me, è quella pellicola in grado di reggere due tempi mostrando unicamente una nuca di ragazza accarezzata dal vento. Tutto questo non ha più diritto di cittadinanza in luogo di una cinematografia di merda, calligrafica, americana…
M.T.: … alludi forse a Gabriele Muccino?
F.A.: No, Muccino è un grande regista. Muccino è bravo, è assolutamente bravo. Poi io non vado mai al cinema. L’ultimo film che ho visto è Sacco e Vanzetti (1971) di Giuliano Montaldo. Che cosa avrei dovuto vedere in questi anni? Un crimine come il cinema di Francesca Archibugi, che non a caso è cinema veltroniano? Il Grande Cocomero è uno dei film più brutti in assoluto…
M.T.: Che ne pensi di Matteo Garrone e Paolo Sorrentino?
F.A.: Non li ho visti. Anzi, di Sorrentino qualcosa ho visto ed è un tentativo di rimettere al mondo un cinema straordinario che abbiamo già avuto attraverso Todo Modo (1976) di Elio Petri, che è un film assoluto. Ma oggi la complessità viene ormai negata a favore della bella calligrafia… del periodo ordinato. Questa è la mia sensazione.
M.T.: Un invito per concludere: ti andrebbe di curare una rubrica mensile sulla nostra rivista?
F.A.: Sì, molto volentieri…
Massimo Tonietti è l’ideatore di OVO. Vive e lavora a Firenze.
Fulvio Abbate è nato a Palermo nel 1956. Vive e lavora a Roma.
Intervista a Zoè Gruni
La città degli angeli come luogo d’incontro, dal quale sono nate riflessioni circa l’identità del territorio percepita da due artisti migranti. Una cornice a stelle e strisce dove approfondire l’opera di Zoè Gruni, abitata da eterogenei mutanti mutaforma squisitamente ambigui nella loro fisicità…
Carlo Marcucci: É un piacere incontrarti Zoè. Come te, anch’io sono un artista e non un esperto critico d’arte, quindi le mie domande appariranno più come un ritratto della mia curiosità. Chiedo ai lettori scusa in anticipo… So che abbiamo un paio di amici in comune nel mondo dell’arte Italiana. Curiosamente arrivi poco dopo un altro gruppo di artisti Italiani di Napoli con cui ho in corso uno scambio culturale con la Art 1307. Ho notato di recente un’ondata d’interesse da parte di artisti Italiani verso il mondo dell’arte di Los Angeles.Questo interesse per la California sembra una cosa recente, di solito gli artisti Italiani si sono sempre rivolti verso New York. Quindi ti chiedo come mai ti trovi qui a Los Angeles?
Zoè Gruni: Per quanto mi riguarda, la scelta di venire a Los Angeles è stata in parte voluta e in parte casuale, sicuramente una scelta artistica ma anche pratica e legata alla mia vita personale. Sia io che il mio compagno desideravamo da tempo provare a vivere e lavorare all’estero. Avevamo ipotizzato varie mete adatte al lavoro di entrambi, poi lui ha iniziato una collaborazione a Los Angeles. Abbiamo un supporto economico che ci permette di vivere negli Stati Uniti e questo ha rappresentato per me un’ottima opportunità per portare il mio lavoro in California.
C.M.: É curioso, abbiamo un po’ la stessa storia. Io sono arrivato a Los Angeles a causa della prematura morte del padre della mia futura moglie. !oi abitavamo ad Atlanta e lei dovette tornare a casa per stare vicino alla famiglia. Io la seguii per amore ed eccomi qua. In ogni modo Los Angeles è stata una buona scelta artistica, anche se una scelta emotiva. Poiché sono residente da tanti anni, sono curioso di sapere delle tue prime impressioni di questa città. So che ti trovi a irvine ma giri molto e spesso intorno Los Angeles e avrai visto molte gallerie, musei e incontrato molti artisti. Cosa ti ha colpito di più?
Z.G.: Questo primo periodo in California è stato per me una continua esplorazione. Vivendo nella Orange County, quindi a metà strada fra le due città, ho avuto la possibilità di esplorare sia Los Angeles sia San Diego, realtà diverse ma entrambe molto interessanti. Trovo che Los Angeles sia una città complessa e intrigante, un luogo da scoprire a poco a poco perché composto da tante anime. Ho visitato molte mostre in musei, spazi d’arte e gallerie scoprendo un ambiente artistico molto prolifico e sperimentale. Ho conosciuto molti artisti e ho goduto della semplicità con cui si possono intessere relazioni sociali. La cosa che più mi ha colpito è la disinvoltura con cui gli artisti prendono in considerazione qualsiasi tipo di tecnica e materiale per esprimere un’idea e si misurano in modo spontaneo con il senso estetico.
C.M.: É vero che la Orange County e Los Angeles sono mondi completamente diversi. Non solo sono politicamente opposti, ma nello stile di vita sono assai diversi. Orange County è una comunità recente, ancora abbastanza omogenea e periferica mentre Los Angeles è una città più vecchia, un agglomerato di tante piccole cittadine legate in una contea. É una città che ha sempre attratto ribelli, solitari e gente in cerca di una nuova identità… Parlami un po’ delle tue opere. Il tuo lavoro si rivolge sempre intorno al soggetto del corpo umano. Ho notato che alcune performances sono presentate a un pubblico dal vivo come Carmen (2008) ma altre come Metacorpo (2009), sembrano essere state create per il video, perché l’immagine del torso è edita in maniera che lo spettatore non veda l’intera scena. Le tue opere sono in parte teatrali, ma includono scultura, fotografia e video. Ho trovato Carmen molto divertente e mi ricorda un po’ il teatro del. gruppo svizzero Mummenschanz, dove movimento del corpo e scultura si fondono in una struttura vivente. Noto che anche in Carmen c’è un punto di vista ottimale da cui osservare la prestazione.
Z.G.: Spesso, durante la costruzione delle mie immagini, mi capita di prediligere un punto di vista rispetto all’altro. M’interessa ricercare un’ambiguità delle forme, così, per ottenere la metamorfosi del corpo, non amo ritoccare l’immagine ma preferisco fare modifiche direttamente sul corpo o sulla scultura e al momento della “messa in scena”. Trovo che sia molto interessante cogliere il corpo in atteggiamento spontaneo così da notare tensioni muscolari, senso di fatica o disagio. Come lo studio attorno a questa sorta di “doppia pelle”, anche la ricerca del set è una parte importante del lavoro…
C.M.: Vorrei sapere se le tue presentazioni dal vivo sono le opere principali del complesso artistico, o se ogni performance è solo un frammento equo di un’idea che viene presentata in varie forme mediali. La ragione per cui chiedo questo è perché c’è sempre un fattore pratico ed economico da tener conto. Ogni tua prestazione è temporanea, unica e non vista dal grande pubblico. Ciò che rimane di ogni prestazione è un video, una scultura, un disegno e una foto. Presumo che questi “ricordi” sono poi le opere finali con cui riesci a raggiungere i tuoi collezionisti. Trovo molto interessante come oggi una foto o un video può vivere in eterno su Internet e raggiungere milioni di persone in qualsiasi parte del mondo. L’evento principale diventa quasi secondario perché viene visto da pochi.
Z.G.: La multimedialità nel mio lavoro nasce dall’esigenza di raccontare da vari punti di vista e non uno soltanto, data la presenza attiva del corpo nell’opera. Dunque i diversi mezzi servono, in altrettante fasi, a dire la stessa cosa. Il disegno come idea, la scultura come matrice, la performance come azione e di conseguenza il video come strumento di documentazione e la fotografia come immagine finita. I miei collezionisti acquistano prevalentemente disegni e fotografie ovvero il prodotto iniziale e finale del mio processo artistico ma talvolta mi capita di vendere anche sculture e video.
C.M.: Avrei tante domande, ma devo limitarmi… comunque credo che avrò l’opportunità
di vedere le tue opere dal vivo qui a Los Angeles. Mi dicono che esporrai in una mostra collettiva. Vuoi darci dei dettagli?
Z.G.: Ho in programma una mostra presso L.A. ArtCore per novembre 2012. Si tratta di una mostra fotografica in cui esporrò il mio lavoro insieme a quello di altre due artiste. La mia ricerca emerge da stratificazioni della memoria personale e collettiva e nutre un forte interesse per l’aspetto umano e antropologico, perciò, penso che questa sarà un’ottima possibilità per confrontarmi con altri artisti che come me, ma in un diverso contesto socio-culturale, si misurano con il fare artistico.
Carlo Marcucci è artista, vive e lavora a Los Angeles.
Zoè Gruni è nata a Pistoia nel 1982, vive e lavora fra Pistoia e Los Angeles.

