PRESENT-CONTEMPORARY-ART

feb
14

Polisse

È meglio chiarirlo da subito, “Polisse” non è un film semplice. È un ritratto intenso e per nulla scontato di una squadra di agenti di polizia di Parigi che si occupa di tutela di minori.

Un argomento come questo è sempre molto difficile e a volte può diventar delicato da trattare. Il rischio è quello di cadere nella banalità, o peggio ancora, nella morbosità. Per fortuna, Maïwenn Le Besco alla sua terza regia, è riuscita, nonostante il tema scottante e scabroso, a creare un piccolo gioiello.

Vincitore al Festival di Cannes 2011 del Premio della Giuria, Palma D’oro del pubblico e della critica, “Polisse” si avvale di un cast di attori eccezionali. Un film corale: una decina tra poliziotti e poliziotte che ogni giorno devono fare i conti con la parte più oscura dell’umanità. Bambini maltrattati, stuprati, sfruttati. Casi di pedofilia e di violenza. Tutto questo è però rappresentato attraverso un occhio quasi asettico. Lo stile della Maiwenn infatti si rifà tutto e per tutto al documentario. Lo sviluppo narrativo è quasi del tutto assente e i personaggi sono presentati attraverso piccoli scorci, disposti in modo apparentemente casuale. Ma il film, al contrario di quello che si può pensare, è scritto e sceneggiato fin nei minimi dettagli usando anche vere trascrizioni di verbali di polizia. I dialoghi infatti sono serrati ed estremamente realistici, o purtroppo sarebbe meglio dire reali.

Vita privata e lavorativa degli agenti delle “brigate” si intrecciano continuamente in un alternarsi sapiente di momenti di tensione e altri di tranquillità o addirittura leggerezza e ilarità. Attraverso gli occhi e l’obiettivo di Melissa, interpretata dalla stessa regista, una fotografa incaricata dal ministero di effettuare un reportage sull’attività della sezione speciale e della squadra, lo spettatore entra in contatto con una dimensione sociale dura ma mai esibita. In tutto il film infatti non c’è nessuna scena esplicita, tutto è affidato alle parole.

Toccante ed emozionante al punto giusto, il film mostra tutte le sfaccettare di un problema complesso e drammatico come quello della tutela dei minori. Un film senza compromessi che non si concede al facile moralismo come spesso fanno molte produzioni nostrane. Un’opera dallo stile fine e sofisticato, per palati cinematografici sopraffini. Speriamo che anche il box-office italiano si accorga di questo piccolo capolavoro francese.

Francesca Versienti

 

feb
13

L’arte di vincere

Il baseball e Brad Pitt: accoppiata (semi) vincente.

Brad Pitt è come il whisky, più invecchia più migliora. Bello, lo è stato sempre. Bravo, forse. Con la maturità la bellezza di solito svanisce ma i suoi occhi azzurri e la sua zazzera bionda continuano a spiccare su muscoli tonici e guizzanti. L’avanzare degli anni tuttavia gli ha portato anche la bravura, o forse è finalmente riuscito ad esprimere al meglio il suo talento artistico. Tant’è che la sua prova attoriale in “L’arte di Vincere” è stata premiata anche con una meritata Nomination all’Oscar come Miglior Attore Protagonista.

Seconda prova del regista Bennet Miller (già autore di “Truman Capote – A sangue freddo”), il film, che ha aperto il Torino Film Festival, ha ricevuto altre 5 nomination tra cui Miglior Film e Miglior Sceneggiatura non originale. Nonostante tutto ciò l’opera però funziona solamente a metà.

Incentrato interamente sul baseball, il film risente in Italia proprio di questo fatto. Girato in uno stile molto asettico, con una fotografia curata da Wally Pfister quasi documentaristica, il film infatti fa largo uso di elementi ed espressioni tecniche del gioco americano non sempre assimilabili e comprensibili da un pubblico di non addetti o quantomeno appassionati.

Billy Beane è un ex giocatore di baseball che fa il General Manager degli Oakland Athletics, una squadra che pur militando nella Major League non riesce mai a raggiungere la vittoria finale a causa di un budget ridotto e della perdita annuale dei migliori elementi saccheggiati dalle squadre più ricche. Grazie all’incontro con un giovane laureato in economia, Peter Brand (Jonah Hill), e all’uso di algoritmi e statistiche, Billy assemblerà una formazione vincente usando giocatori di seconda linea. Sulla carta quindi il film, ispirato ad una vera vicenda del 2002, aveva tutte le possibilità per risultare originale e avvincente ma in realtà nulla di ciò accade. Nonostante Pitt dia grande spessore al personaggio principale regalandogli carisma, profondità e numerose sfaccettature, il film si adagia sulla solita parabola americana dell’eroe solitario che sfida i mulini a vento del sistema. Rischiando in prima persona e usando la propria intraprendenza, Billy non riesce mai veramente a mettere in crisi la consolidata prassi delle Major: i grandi 

valori etici e morali e la spinta all’eccellenza soccombono comunque, purtroppo. Marginali e quasi insignificanti infine i ruoli dell’allenatore Howe (Philip Seymour Hoffman) e dell’ex moglie (Robin Wright Penn).

Francesca Versienti

 

feb
13

The Iron Lady

Per fortuna che c’è Meryl Streep. Se non ci fosse bisognerebbe inventarla. È solo grazie a lei se “The Iron Lady”, il film su Margareth Thatcher, riesce a reggere e a farsi vedere e apprezzare.

L’idea del biopic è sempre molto pericolosa e questa volta la promettente Phyllida Lloyd (già regista di “Mamma Mia”) si è probabilmente addossata un peso troppo grosso. La figura della “Lady di Ferro”, unica donna a diventare Primo Ministro in Gran Bretagna, è infatti da sempre stata molto controversa; odiata e amata quasi allo stesso tempo, osteggiata, contestata sia durante i dieci anni del suo mandato (dal 1979 al 1990) che adesso per aver immesso nella società occidentale il più sfrenato liberismo, le cui conseguenze sociali stiamo pagando ancora oggi.

La scelta della sceneggiatura, firmata da Abi Morgan (co-autrice di “Shame”), è quella di sorvolare sulla maggior parte della vita politica e pubblica della Thatcher, di accennare solamente alle sue scelte politiche e di soffermarsi prevalentemente sulla dimensione umana e privata della statista.

Lo spettatore si ritrova così di fronte ad una “Maggie” in età avanzata e con evidenti problemi di salute fisica e mentale. Nella sua casa londinese è sorvegliata a vista dalla figlia e dal personale. Sola, come è sempre è stata, tranne che per la sporadica presenza della visione del marito Denis morto anni prima (Jim Broadbent). Attraverso i flashback, l’anziana rievoca alcuni momenti del suo glorioso passato: l’inizio della vita famigliare, le prime esperienze politiche e poi il successo, l’elezione, la vittoria alle Isole Falkland, ma poi il declino, il tradimento, l’abbandono del numero 10 di Downing Street, il ritiro da leader del partito conservatore. Ed è proprio questo il problema più grosso di questo film, l’unico punto di vista infatti è sempre e solo quello della Thatcher, non c’è contradditorio. Nemmeno le incursioni curiose e le punzecchiature del marito servono a creare movimento perché in fondo fuoriescono esse stesse dalla testa dell’ex primo ministro. È la glorificazione di una donna che si è fatta da sola, di una donna indubbiamente forte, decisa e determinata. È la glorificazione della forza di volontà. E l’interpretazione della Streep è in questo senso straordinaria. Un Golden Globe da poco ricevuto e una Nomination agli Oscar che appaiono meritatissimi. Una sovrapposizione che non si basa solo sulla fisicità ma soprattutto sulla “dimensione” morale e interiore della “Iron Lady”. Peccato per il resto, rimane la sensazione di un’occasione di approfondimento persa.

Francesca Versienti

 

Switch to our mobile site