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CHRIS BROKAW | Ex Fila | Venerdì 3 febbraio
Difficile condensare in poche righe la carriera di un artista che ha collaborato e suonato coi migliori esponenti della scena indipendente americana degli ultimi 20 anni.
Tra i musicisti più attivi e dotati della sua generazione, Chris Brokaw fa il suo esordio ufficiale nel circuito rock underground di New York alla guida dei Codeine. Agli inizi degli anni 90 si trasferisce a Boston dove, assieme a Thalia Zedek, prosegue il suo percorso musicale mettendo su una band destinata a divenire in breve tempo oggetto di culto. I Come riescono a mischiare in modo del tutto originale il blues ed il punk. Mettono a punto un sound esplosivo, caratterizzato dai dirompenti assolo di chitarra di Chris e di Thalia, immersi in un tessuto armonico sempre efficace e potente ed in una struttura ritmica lenta ed ipnotica. Uno slow-core a forti tinte scure a cui conferisce la giusta dose di pathos la voce graffiante di Thalia. Quattro splendidi album ed una serie di singoli, autentiche pietre miliari del genere, poi, nel 1999, la fine del progetto. Chris rimane a Boston, prosegue nelle sue numerose collaborazioni musicali e, pian piano, avvia la propria carriera solista. Così, mentre lavora a fianco di personaggi del calibro di Steve Wynn, Evan Dando (Lemonheads) e Clint Conley (Mission of Burma) e partecipa attivamente ai progetti dei Willard Grant Conspiracy, dei Pullman e dei New Year, trova il tempo per preparare il suo album d’esordio. Red Cities esce nel 2002 ed è una delle migliori opere prime degli ultimi anni, un impasto di suoni che scorre verso sud, lungo la linea di confine, nutrendosi di polvere, pietre e sudore e recando sincero omaggio al low-fi desertico di Howe Gelb ed al country acido di Guy Kaiser.
Sulle stesse coordinate è anche l’acustico Wandering as Water e l’e.p. My Confidante, uscito nell’aprile del 2004.
Ha collaborato all’ultimo lavoro dei Karate e nel 2005 è uscito “Incredible Love” registrato con la Chris Brokaw Rock Band (per differenziarlo dal materiale solista) composta da Jeff Goddard (ex-Karate) al basso e da Kevin Coultas (ex-Rodan) alla batteria. Nel corso degli anni Chris ha fatto uscire un ep, ha dato vita assieme a Hugo Race (true spirit, ex-bad seeds) e Chris Eckman (Walkabouts) al progetto Dirtmusic (pubblicato dalla tedesca Glitterhouse), ha suonato spesso con Thurston Moore dei Sonic Youth (col quale ha registrato anche un live in esclusiva per i-tunes), ha collaborato ai nuovi lavori dei Lemonheads e di Christina Rosenvinge. Nel 2008, figura come batterista nell’omonimo album per Touch and Go dei The New Year.
Si è inoltre cimentato con le colonne sonore di alcune produzioni cinematografiche statunitensi come il thriller ‘Road’ di Leslie McCleave (2005) e ‘Sospira’ (2011), frutto della collaborazione con Kevin Mikka (Animal Hospital).
Due invece le produzioni con Geoff Farina: prima un disco di canzoni country-blues epoca pre-seconda guerra mondiale; poi, nell’ottobre 2010, ‘The Boarder’s Door’, produzione ad hoc per un tour europeo.
Dopo aver trascorso ottobre e novembre in giro per l’Europa, nei primi due mesi del 2012 Chris Brokaw è impegnato in tour in Italia italiano e in alcune date in Svizzera, in versione solo, per presentare il nuovo ep “Stories” in uscita in autunno.
Informazioni: venerdì 03 febbraio (h. 22) CHRIS BROKAW (ex codeine, come, thurston moore group, USA) + Ka Mate Ka Ora (psychedelia/shoegaze rock) + Greg (the rent). ticket 5€. web: http://www.chrisbrokaw.com/
Flashback | Pasolini tra sacralità e pittura
Fin dalle prime opere di Pier Paolo Pasolini (Bologna, 1922 – Roma, 1975) è evidente la passione e l’amore verso l’arte figurativa. Numerose sono le opere al cui interno è costante il riferimento tecnico e figurativo alle correnti pittoriche del 1300 italiano; in particolar modo per la corrente Manierista e Giottesca. Riprese dal basso verso l’alto per esaltare le eroiche gesta di ragazzi qualunque; movimenti di macchina ridotti al minimo e l’amore per il decadente paesaggio periferico romano fungono da componenti fondamentali per il “pro filmico”. Lo spazio studiato alla perfezione tra personaggi, luci ed ombre. La sacralità di ogni sguardo o di un gesto sono amplificate fino al raggiungimento di una coscienza metalinguistica: il cinema si fa pittura e i protagonisti si fanno componenti del quadro; il paesaggio diventa sfondo e le luci diventano solamente fascinose linee di colore inscritte (o descritte) del pittore – regista. Pasolini vive in questo mondo, l’ha sempre sognato, amato ed odiato. Un mondo nel quale era cresciuto e che aveva sempre criticato. Pasolini viveva in ogni inquadratura del suo film; il montaggio era la sua vita cosi come ogni frammento dell’opera simboleggiava una parte importante della sua esistenza. Il complesso lavoro sul materiale narrativo, sulla composizione della messa in scena lasciano intendere che si abbia a che fare con un regista fortemente cristiano. La sacralità di alcune inquadrature, il rimando alla pittura medioevale, la vicinanza alla tecnica di Drayer, esteta per eccellenza; non possono non essere simboli di un’opera dalle fondamenta religiose. Ebbene, l’aspetto sacrale dell’opera pasoliniana, si ferma alla stessa messa in scena cinematografica. Quello che non ha nulla a che fare con la sacralità sono i veri contenuti del film; l’aspetto formale dell’opera. Di sconcertante attualità e drammatica valenza storica.
Ogni volta, quindi, che si decide di riprendere in mano un’opera di Pasolini non si può non rimanere affascinati, sconcertati, turbati o perplessi. La moderna vicinanza a tematiche di interesse socio – culturale hanno contribuito a formare la figura di un intellettuale avanguardista e contraddittorio. Opere nelle quali ci si può riconoscere anche se odiate e colpevolizzate ma dalle quali non ci si può mettere in salvo. Se la politica e la società, al giorno d’oggi è quel che è, in particolar modo lo si deve al fatto di non aver ascoltato le previsioni del poliedrico Artista veneto. Ma questa, in fin dei conti, è tutta un’altra storia.
Lorenzo Tore
Intervista a Clet Abraham
L’arte di Clet in divieto d’accesso a Ponte alle Grazie.
Un’intervista di Massimo Tonietti al poliedrico artista franco-fiorentino…
Massimo Tonietti: Come street artist trovi Firenze un luogo pressoché vergine, immacolato. Altre città italiane (Milano in primis) vantano, al contrario, un fermento creativo di caratura europea. Hai scelto Firenze perché privo di concorrenza? Per dirla in modo più diretto, ti piace vincere facile?
Abraham Clet: La presenza a Firenze di un forte patrimonio culturale si pone comunque come un riferimento qualitativo davanti a qualsiasi altra produzione artistica… non si può oggi fare arte a Firenze senza relazionarsi a tale bagaglio. Spesso non è neanche tanto la qualità di un Brunelleschi o di un Michelangelo a creare la competizione quanto la convinzione che questa competizione è persa in partenza, sia da parte del pubblico sia da parte dell’artista stesso. L’aura della street-art ne soffre particolarmente, perché i suoi canoni classici, nati in tutt’altri ambienti e in questo caso esteticamente fuori luogo, la trovano maggiormente costretta a seguire la tendenza generale di essere relegata geograficamente in periferie considerate di serie B. La sfida in questo caso è ancora più alta: la street-art deve inventarsi dei mezzi e un estetica in grado di convivere con l’arte del rinascimento e perché no di competere portandoci nuovi meriti…
M.T.: L’occupazione artistica di spazi pubblici, comune denominatore di ogni pratica associabile alla cosiddetta street art, vanta oramai una storia decennale, tanto da perdere la carica innovativa delle prime ore e tramutarsi in una sorta di maniera. Anche considerando il fatto che oggi, per ovviare la visibilità offerta dagli spazi canonici (le gallerie d’arte), si possono sfruttare le infinite possibilità offerte dal web, quanto ha da dire ancora la street art?
C.A.: Credo che la street art avrà qualcosa da dire finché ci saranno delle “street”. Anzi, si deve vedere la sua specificità a esistere in maniera autonoma, aggirando le censure istituzionali e commerciali… tale situazione è giustamente paragonabile al ruolo di internet nel campo dell’informazione, come una vera forza popolare ancora sul nascere…
M.T.: Tra ironia e umorismo, la provocazione ha caratterizzato la produzione di molti artisti (… o pseudo tali) nel corso delle ultime decadi del secolo scorso. Oggi c’è ancora bisogno di provocare e in caso affermativo perché?
C.A.: La provocazione è un mezzo per attirare l’attenzione e in questo non c’è niente di male… se si ottiene di più con la provocazione che con il contenuto stesso delle opere la responsabilità condivisa tra il pubblico che abbocca e l’artista che ne approfitta…
M.T.: Sulla scia di Bansky anche tu hai “inquinato” una parete di Palazzo Vecchio con una tua opera, un autoritratto per la precisione. Oggi i più ritengono che al writer inglese sia stato segretamente permesso di compiere l’intervento, che si sia trattato, in sostanza, solo di un’operazione pubblicitaria attentamente pianificata. Anche nel tuo caso è successo questo?
C.A.: Non credo che Bansky abbia avuto bisogno di un permesso, i musei sono dei veri scolapasta (pieni di buchi) ed è giustissimo che sia cosi… l’arte in gabbia, sotto vetro o intoccabile è solo una necessità commerciale che non ha niente a che vedere con l’origine dell’arte stessa .
M.T.: Dai segnali stradali rivisitati nei mesi scorsi, il tuo omino ha rivendicato la terza dimensione, affacciandosi sull’Arno da Ponte alle Grazie. Un intervento che, in realtà, se si esclude l’articolo di Francesco Bonami, pubblicato domenica 23 gennaio sulle pagine del Corriere Fiorentino, non ha riscosso moltissima risonanza mediatica. Consideri, oggettivamente, l’operazione come riuscita o come un buco nell’acqua?
C.A.: Strano infatti che importanti giornali internazionali come Le Monde, il Times o altri, non abbiano seguito di più l’evento. Rimane il fatto essenziale che desideravo fortemente realizzare questo progetto: Ponte alle Grazie è un luogo sottovalutato a mio parere, probabilmente pagando per la sua architettura bastarda (non ho detto brutta), perché invece la sua posizione di apertura verso le campagne dell’Arno e Ponte Vecchio ne fanno un luogo di osservazione magico. Ho sempre pensato che sarebbe bastato dargli quel piccolo particolare un po’ speciale, le sue “grazie”, per permettere ai suoi utenti di guardarlo sotto un altro aspetto, più affettuoso come minimo… per questo ho voluto rappresentare l’uomo comune in cammino nelle avversità del quotidiano e lì sarà il tempo a rispondere. In ogni caso, questo progetto è stato orchestrato tra le sue varie componenti e va letto nel suo insieme: dal posizionarlo di notte a sorpresa, alla scelta dell’oggetto, in stretta relazione con il luogo sia nel significato e sia nello stile, come una ricerca di comunicazione popolare libera ed esigente. E infatti, a parte La Repubblica i media locali non sono mancati all’appello… poi cavolo, ci sei tu OVO, non ti sottovalutare come potenza mediatica…
Massimo Tonietti è l’ideatore di OVO. Vive e lavora a Firenze.
Clet Abraham è nato nel 1966 in Bretagna. Vive e lavora a Firenze.