Ugo Marano | Mostra personale
A pochi mesi dalla scomparsa di Ugo Marano, la galleria Otto luogo dell’arte propone una personale a lui dedicata in cui sotto il segno dello suo stile asciutto ed elegante si rinnova l’incontro tra abilità artigianale e invenzione artistica.
Otto luogo dell’arte apre il nuovo anno espositivo con una mostra dedicata all’artista salernitano Ugo Marano (Capriglia, 1943 – 2011). Un concetto d’arte quello di Marano che facendo dell’abilità artigianale e del suo incontro con l’invenzione artistica il suo aspetto caratterizzante, ben si accorda all’ambito d’interesse del progetto espositivo gestito da Olivia Toscani Rucellai, in linea con quanto fatto dalla madre Agneta Holst nella sua Megalopoli di Milano. Proprio a questo spazio si lega l’attività dell’artista della seconda metà degli anni Ottanta, periodo a cui risalgono le opere presentate in mostra.
La varietà di materiali e di tecniche utilizzate contraddistingue l’operato dello scultore che, formatosi nell’Accademia del mosaico di Roma e nella manifattura ceramica vietrese di Matteo Rispoli, abbandona presto l’imperativo di funzionalità dell’oggetto per abbracciare una concezione più ampia dell’opera. Infatti, insieme all’importanza che la perizia e l’abilita manifatturiera rivestono nel suo lavoro, di fondamentale rilevanza è anche l’aspetto evocativo che l’artista, con le varie suggestioni legate alla natura e all’esistenza dell’individuo, conferisce alle sue opere.
In mostra nelle sale di Otto alcuni dei suoi lavori più esemplificativi come La sedia del pensiero del 1989 o Uovo del paradiso del 1984 o le serie dei piatti beige e verdi entrambe del 1983, capaci di sintetizzare nelle varie tecniche utilizzate – la lavorazione del ferro, del mosaico e della terracotta – l’eleganza delle linee e la pulizia delle forme che definiscono lo stile dell’artista. Così come nei due disegni presentati, il gesto grafico “scarta complicazioni o interferenze che possono complicare la nitidezza della visione dell’idea” (Mauro Lovi). Grande ceramista e maestro dell’arte vascolare italiana Ugo Marano si fa promotore negli anni Settanta del Progetto Museo Vivo volto a ridare vitalità creativa, grazie al coinvolgimento di artisti e intellettuali, alla lavorazione della ceramica, impoverita dalla produzione industriale legata al turismo.
Come lo definì Gillo Dorfles, Ugo Marano è “un artista del nuovo secolo capace di riflessione simbolica e concettuale, ma anche di sofisticata perizia artigianale, in un nuovo trionfo della manualità”.
Stefania Basso
Urban Tales
Urban Tales, a cura di Daniela Pronestì e Roberta Fiorini
SIMULTANEA SPAZI D’ARTE, Firenze
31 marzo – 14 aprile 2012
Questa volta la Simultanea Spazi d’Arte mette in scena una mostra sulla città e i suoi mille volti: scatti di cinque artisti che ci mostrano le capitali europee sotto nuove prospettive… è proprio il caso di dirlo!
Ormai chi segue il raccolto spazio di Via San Zanobi a Firenze è abituato: ogni mese un’idea diversa che in comune con la precedente ha solo il desiderio di indagare la realtà in modo originale, da punti di vista non scontati. Artisti di vario genere si susseguono in questa kermesse che ha preso l’avvio nell’autunno scorso, sotto la guida e la cura di Daniela Pronestì e Roberta Fiorini. Questo mese occupano le pareti di Simultanea Spazi d’Arte sei fotografi: Massimo Barcariol (Pontassieve, 1959), Paolo Dalprato (Lombardia, 1958), Andrea Gasparro (Campania nel 1944), Roberto Miglietta (Campi Salentina, 1977), Marco Virgone (Palermo, 1968) e Cristian Volpara (Alessandria, 1974). Età e provenienze diverse, un modo di percepire lo spazio, l’altezza, i contorni e le linee sempre originale ma molto personale, fotografi che affermano la propria identità senza tirarsi indietro, senza temere di rischiare.
Colpiscono in modo particolare le prospettive audaci, le luci nella notte e le strutture minimaliste talora, talora gotiche di Dalprato, assai apprezzabile nel tentativo di dare una vita particolare alle architetture di varie città, mostrandone il carattere e attribuendo loro quasi un’anima: ecco quindi le luci elettriche illuminare la struttura di alcuni palazzi minimalisti e moderni che si affacciano su una piazza deserta, o ritrarre il Duomo di Milano in tutta la sua altezza, nello slancio ardito verso l’alto, mentre figure femminili fragili e sinuose sembrano sostenerne la struttura.
Roberto Miglietta preferisce invece cogliere l’atmosfera di ogni città riproducendola in scatti nostalgici, mai scontati, che testimoniano l’eleganza decadente e romantica di Parigi, l’austerità di Berlino. Qui una tecnica particolare fatta attraverso diapositive permette a chi osserva di rivivere sensazioni sopite, momenti del passato in cui l’alta definizione e la fredda riproduzione della tecnologia digitale ci facevano sentire un po’ più imperfetti ma sicuramente molto umani.

Alla Street Art e alla solitudine sono invece dedicate le foto di Gasparro, in cui non il valore dei graffiti come opera d’arte contemporanea, bensì l’uomo e il suo intervento sulla realtà circostante, il suo dialogo con se stesso e il mondo sono gli autentici elementi protagonisti degli scorci vacui, delle linee di fuga inondate di luce che improvvisa entra nelle vie suburbane violandone il segreto.
Serena Bedini
L’ISOLA DEL TESORO di R. L. Stevenson, disegni di Roberto Innocenti

L’ISOLA DEL TESORO di Robert Louis Stevensona cura di Laura Accordi
Galleria-Libreria d’Arte Babele, Firenze
31 Marzo – 21 Aprile 2012
Quindici uomini sopra la cassa del morto,
yò, hò-hò e una bottiglia di rum!
(da L’Isola del tesoro di Robert Louis Stevenson, nella traduzione di Angiolo Silvio Novaro, Arezzo, Prìncipi e Principi, 2012)
Eh già! Sabato 31 marzo alla Galleria e Libreria d’Arte Babele di Firenze sembrava proprio che da un momento all’altro la voce roca del pirata si sarebbe fatta sentire con la sua sardonica canzone. In effetti i presupposti c’erano tutti: varcata la soglia le illustrazioni originali di Roberto Innocenti accoglievano lo sprovveduto visitatore e lo catapultavano all’interno del mondo fantastico e terribile di Robert Louis Stevenson. Mare, tempeste, navi alla deriva, pirati ghignanti e il volto sparuto del protagonista si affacciavano e si affacceranno per quasi tutto il mese di aprile sulle pareti della libreria creando un effetto inverso in cui chi è all’interno sembra osservare dagli oblò della nave cosa accade sul ponte o là, lontano, sulla fantomatica Isola del tesoro. Perché Roberto Innocenti (Firenze, 1940), illustratore raffinato e quasi “fiammingo” nella resa di ogni minimo dettaglio, si attiene strettamente al testo nelle sue eleganti illustrazioni e riproduce la realtà che lo scrittore riesce a evocare nella mente di ciascuno di noi quando leggiamo questo libro. Le tinte non sono accese, gridate o irriverenti come spesso ci si aspetterebbe per un libro dedicato a un pubblico giovane: sembrano disegni d’antan, d’un tempo passato, magari recuperati proprio da un relitto, prima che affondasse e approdati per caso sulle pareti della libreria, ultima testimonianza di un viaggio e di un’epoca perduti.
Tuttavia l’altra sera, alla Babele, piccola isola in città, il tesoro c’era davvero! Ed era lo stesso Roberto Innocenti! Con una pazienza certosina infatti, seduto al centro della stanza, firmava a ciascuno degli avventori un autografo, concedeva un sorriso e poi, guardando un istante l’interlocutore negli occhi, sembrava carpirne il desiderio più recondito e ideava all’istante una piccola illustrazione solo per lui. Probabilmente il tesoro era rappresentato sia dal potersi portare via una copia con dedica e illustrazione personalizzata, sia dal privilegio di osservare la mano agile e rapida di Innocenti tracciare una vignetta simpatica, comica e soprattutto unica per l’originalità e l’inventiva. Chi non fosse riuscito ad aggiudicarsi il proprio volume, non disperi, alla Galleria e Libreria d’Arte Babele dovrebbe essercene ancora qualche copia con tanto di dedica a quanto pare. Anche i pirati, le navi e l’Isola! Anche loro vi aspettano lì per trasportarvi a bordo e, in un mese o poco meno, fendere insieme a voi i flutti della fantasia.
Serena Bedini
Ignacio Uriarte. Sequential Drawings
Ignacio Uriarte
Sequential Drawings
3 Marzo-28 Aprile 2012
Galleria Gentili, Prato
Un’enciclopedia di “atti mancati” quella che Ignacio Uriarte porta in scena nella sua prima personale a Prato, un vero e proprio inventario di inciampi della coscienza delle giornate in ufficio.
Per Freud aveva un nome, psicopatologia della vita quotidiana, ovvero una routine – lavorativa e non – dalla quale possono scaturire azioni sintomatiche casuali, atti mancati, intoppi e dimenticanze che disvelano un qualcosa di più profondo. Ed è qui che si è insinuato Ignacio Uriarte (Krefeld, Germania, 1972), un’indagine la sua, alle origini di questo processo, di una condizione impiegatizia alienante, dove però il materiale psichico incompiutamente represso e respinto nella coscienza, non è stato tuttavia completamente derubato della capacità di esprimersi.
Scarabocchi, sequenze numeriche alogiche, fogli di carta accartocciati, elastici monocolore, la gamma degli strumenti e delle tecniche utilizzate dall’artista riflettono una tendenza riduzionistica, figlia della serialità del terziario, un settore grigio ed abitudinario. Ripetitività gestuale dei segni lasciati su un blocco notes, righe, grovigli di inchiostro blu che riempiono il vuoto creato da un’occupazione sempre uguale a se stessa, emblema dello scarto che esiste tra valore del lavoro umano e mera riproducibilità tecnica.
Dodici opere, quelle esposte, dodici spunti di riflessione gettati sulle pareti bianche di questa galleria, ex fabbrica tessile, in cui si riesce ancora a sentire l’eco dei telai, dei gesti meccanici della tessitura, ora rievocati nelle installazioni di Uriarte. Installazioni di carta stropicciata, come Scrambled and unscrambled (2011-2012), assemblata in un grande mosaico parietale, connotato di una certa carica eversiva e di resistenza alla monotonia del lavoro. E ancora, Rubber Band Circle (2012), una scultura “ a terra” fatta di migliaia di elastici rossi, un percorso labirintico di curve, in cui piccoli oggetti spariscono come entità distinte, al pari di un impiegato, fagocitato dal “sistema”.
Luce e leggerezza accompagnano la mostra, dando allo spettatore la possibilità di respirare nonostante l’apnea di questi Sequential Drawings, piccoli capolavori del quotidiano capaci di risvegliare in chi li guarda la voglia del cambiamento, il desiderio di rompere una maglia della catena e riuscire ad andare “al di là”… al di là della scrivania, del telefono, al di là della penna poggiata su di un’agenda, al di là di una routine, quella lavorativa, troppo spesso apatica, priva di creatività e fantasia.
Eleonora Ciambellotti
MARINA CALAMAI – CAKE THINKING
MARINA CALAMAI – CAKE TINKING
Palazzo Coveri, Firenze
Dall’ 8 marzo al 18 aprile 2012
Il cromosoma della golosità protagonista delle opere di Marina Calamai. Torte, bignè, biscotti e dolcetti prendono vita, corpo, sostanza e profumo. In una mostra tutta da gustare.
Immergersi nell’arte di Marina Calamai (Arezzo, 1962) è come sognare un tuffo in un’enorme torta di cioccolato e panna montata. Un’esperienza eccessiva, onirica e allo stesso tempo iperrealista che ha un unico scopo: comunicare una passione, quasi un’ossessione dell’artista per il mondo parallelo dei dolci. A Palazzo Coveri sono esposti venticinque pezzi, legati all’ultima produzione dell’artista, comprendenti quadri sonori, sweet hats, cherry rings e foulard.
Originaria di Arezzo, Marina Calamai vive e lavora a Firenze. Sin da giovanissima si dedica alla pittura e alla musica, poi alla moda e al design a Parigi, a New York e di nuovo in Toscana, dove la sua passione per le torte esplode proprio in gravidanza, quando un’iperglicemia le impedisce di godere dei desiderati dolcetti.
Ma più che una malattia è un fattore genetico: chi fa parte della tribù del Cromosoma 4, dove pare abbia sede il gene della golosità – viene continuamente assalito da fantasiosi e dolcissimi pensieri fatti di panna e di crema. Nelle opere di Marina Calamai si può sciare su un’enorme bignè, orbitare fra le dolcezze cosmiche, perdersi in un labirinto di cioccolato. Il gioco si fa più estremo e si arriva ad infilarsi in un enorme muffin, per farsi divorare e disperdersi nel suo profumo, oppure a perdersi all’interno di un superbo dolce rinascimentale, tutto ricotta, ciliegie e rose rosse, dentro il quale riecheggiano squilli di tromba, chiacchiericci e tintinnii conviviali di piatti e bicchieri, allegri e ritmici rumori di cucina.
I quadri sonori sono dei veri e propri racconti, sogni ad occhi aperti in cui i protagonisti lillipuziani vengono rapiti nell’universo dei dolci. Realizzati su materiale fonotrasparente e pannelli in plexiglass, descrivono situazioni surreali, raccontandole con suoni, musiche e parole magiche.
Una dolce glassa ricopre ogni cosa: anche i foulard colorati, disegnati dall’artista, o i gioielli forgiati dagli orafi fiorentini, in edizione limitata: anelli e ciondoli a forma di invitanti bignè, da portare al dito o ammirare come microsculture, appoggiati al proprio piedistallo.
Marina Calamai si rifa con ironia al passato opulento delle tavole secentesche, imbandendo la tela di un’infinità di torte e dolcetti; della Pop Art prende i colori, le forme, il messaggio immediato e conciso, che però si libera di ogni slogan a parte un unico, immortale dogma: cake think. Pensare in un’ottica dolce, in modo positivo, vedere il mondo ricoperto di zucchero a velo e panna montata. Tutto è possibile nel mondo di Marina Calamai, anche un cappello che in realtà è una torta e infine un pensiero, un incontro appena assaggiato o divorato fino all’ultima briciola.
Piccole, dolcissime divagazioni dal quotidiano che rendono la vita degna di essere vissuta.
Giulia Fonnesu


















