apr
12

Sara Bencini, quando l’Oltrarno diventa un caso.

A volte funziona così. Funziona cioè quando meno te lo aspetti. E quando meno te lo aspetti, spuntano quadri che ti catturano. Sa di arte che si vuole nascondere, quasi per pudore, il lavoro di Sara Bencini, che è nata sì a Montevarchi da pittorica famiglia (a partire da nonno Natale, il macchiolo della «tribù», fino a allo zio Ennio e al padre Gianfranco) ma che è fiorentina acquisita. Talmente fiorentina da far diventare il suo atelier al 76 rosso di Borgo San Iacopo una specie di tappa forzata per l’intellighenzia d’Oltrarno.

Dipinge, si diceva, quasi per caso. Perché se la sua vita, quella materiale, è improntata a redigere oggetti ribelli (pure per marchi sacri come Luois Vuitton), quella spirituale è fatta di casualità e di voglia. Ma quando Sara Bencini ne ha di voglia realizza dipinti e disegni che lasciano stupefatti. È la forza della linea a colpire, una linea che sferza la realtà del corpo e lo conclude in un reale sghembo. Reale quotidiano, quello che si azzuffa con i sogni e traspare negli acquerelli che sembrano ex voto. È Egon Schieler, lo slabbrato della tavolozza, che sembra ammiccare l’artista.

 

C’è molta sensualità nelle sue opere. Soprattutto: c’è molto anni Venti, la Firenze degli anni Venti, che arriva di tre quarti. A guardare i suoi lavori, viene a mente l’opera di Dino Campana ma anche la goliardia più pura degli avanguardisti che alle Giubbe Rosse piazzavano idee e sberleffi. E poi: malinconia. Che è una malinconia che diventa un filo conduttore nel corpo segnato da pennellate quasi diafane oppure cariche di cromatura.

Sì, c’è solo da osservare, quella culla di cultura popolare e vagamente bohemien, in cui arte e vita si intrecciano in maniera inscindibile, per trovarsi appieno nei lavori della Bencini. I suoi corpi sono appollaiati nelle tele, gli occhi dei suoi personaggi hanno un’età che sembra venire meno a ogni sguardo. Ne consegue una pittura libera e istintiva. O così verrebbe voglia di dire, se non fosse per quella assoluta concentrazione che la pittrice mette nei particolari. Perché, si sa, la geografia delle emozioni ha una carta ben precisa che va rispettata. E Sara Bencini è una cartografa così, che si mostra al pubblico quando meno te lo aspetti.

Simone Innocenti

apr
12

Le mostre cura di Carlos Garaicoa presso Galleria Continua, San Gimignano (SI)

KADER ATTIA -ESSENTIAL-

CARLOS GARAICOA -SIN SOLUCIÓN-

LÁZARO SAAVEDRA, NEDKO SOLAKOV, JOSÉ ANTONIO SUÁREZ LONDOÑO

-EL CAMINO MÁS LARG O COMIENZA CON UNA SIMPLE LÍNEA-

A cura di Carlos Garaicoa Galleria Continua, San Gimignano (SI)

 

Due mostre personali ed una collettiva di artisti internazionali proposte negli spazi di Galleria Continua. Riflessioni contemporanee sul nostro vivere quotidiano, sui luoghi di appartenenza e sulla realtà sociale.

 

Fendono la neve ed il ghiaccio di questo inverno polare, il consueto calore e le grandi proposte artistiche della celebre Galleria Continua di San Gimignano. A partire da Kader Attia (Dugny, Seine Saint-Denis, Francia, 1970) che, nella personale Essential, presenta numerose opere recenti, alcune delle quali mai esposte in Italia. Al centro della ricerca dell’artista francese, di origine algerina, un dialogo serrato e fecondo tra opposti  (Oriente/Occidente, presenza/assenza, pieno/vuoto) unito a spunti e suggestioni che si richiamano alle sue radici multiculturali e si traducono in un linguaggio simbolico e in una estetica minimale. Nella prima sala ci accoglie la grande opera Untitled (Concrete blocks)(2008), un’installazione realizzata con una serie di blocchi di cemento disposti a spirale. Questo lavoro ben sviluppa l’idea di limite e di confine, come barriera fisica e psicologica, poiché oltre a ricordare il materiale d’elezione per la costruzione di edifici nella banlieue parigina, ben nota ad Attia, si richiama alla spiaggia di un sobborgo povero di Algeri in cui l’artista era solito passare l’estate, la cui cementificazione, chiudendo ogni varco d’accesso al mare, ha infranto ogni speranza di fuga e cambiamento degli abitanti. Altrettanto interessante è Mimétisme (2011), un duttile foglio di piombo posto su un piedistallo, che rappresenta una scultura senza fine, in continuo divenire, che invita lo spettatore a soddisfare il proprio innato desiderio creativo dando di volta in volta nuova forma all’opera. Si prosegue poi con la mostra personale dell’artista cubano Carlos Garaicoa (La Habana, Cuba, 1967) che, partendo dalla sua città natale come fonte di ispirazione, sviluppa una riflessione sullo spazio cittadino come teatro dello scontro fra  utopia e realtà e come luogo intriso di storia in cui l’immaginazione può prendere forma. Davvero suggestiva, nello spazio della platea, l’opera Fin de Silencio (2010), già esposta a Madrid e Venezia e  composta da sette tappeti che riproducono i pavimenti di un’area commerciale de L’Avana, ma in cui i nomi dei negozi sulla graniglia marmorea si trasformano in nuovi slogan dal carattere poetico, critico o nostalgico. Lo stesso Garaicoa è inoltre protagonista, nell’inedita veste di curatore, della mostra di disegni allestita nello spazio espositivo dell’Arco dei Becci. Qui con Làzaro Saavedra (La Habana, Cuba, 1964), Nedko Solakov (Cherven Briag, Bulgaria, 1957), Antonio Suàrez Londoño (Medellìn, Colombia, 1955) il disegno perde la sua mera funzione strumentale e si arricchisce di valenze introspettive, sociali e politiche.

 

Cecilia Fontanelli

 

apr
12

Galleria Zone

Raccontando la galleria Zone,

progetto multidisciplinare.

Intervista ad Alberto Mommarelli e Nao Hara

«zzz..zz.zone…… un ronzio di sottofondo con irregolari intermittenze e interferenze»

A.d.B.: Riuscite a darmi una definizione, usando pochi aggettivi, della galleria Zone?

A.M.&N.H.: Curiosa. La vediamo come uno spazio che è pronto ad incontrare figure nuove, con una certa forza espressiva. Qualcosa di fresco, attuale. Ci piacerebbe trovare non solo giovani artisti, ma anche giovani curatori (non nel senso anagrafico ma di atteggiamento). Creare un luogo parallelo al sistema dell’arte contemporanea, un’altra possibilità.

A.d.B.: Come è stata concepita la galleria e quali sono gli aspetti/principi concettuali su cui si fonda?

A.M.&N.H.: Zone è un progetto multidisciplinare. Due piccoli spazi funzionalmente collegati in una piccola via del centro storico di Firenze. “Zone J”, microspazio dedicato principalmente al gioiello contemporaneo e diretto da Nao Hara, giapponese, da tre anni a Firenze, nel quale presenta anche i suoi lavori; “zone A” che promuove le arti visive, curato da Alberto Mommarelli. Non ci sono limiti alle possibilità di interferenze e combinazioni fra i due spazi.

A.d.B.: Quali dinamiche spazio-temporali avete pensato e realizzato (cadenza mostre, organizzazione dello spazio espositivo…)?

A.M.&N.H.: Irregolare. Tutto dipenderà dagli incontri e dalle realtà che si metteranno in moto durante il percorso. Un approccio libero. Curiosità. Dare spazio a giovani artisti, che abbiano già un lavoro consolidato. Le gallerie fiorentine  sono un po’ chiuse, necessariamente attente al lato commerciale. L’aspetto economico non è per noi quello principale.

A.d.B.: Come vi inserite nella realtà fiorentina e che riscontro avete avuto fino ad ora? C’è spazio, nella «culla del Rinascimento», per la contemporaneità?

A.M.&N.H.: I nostri contatti sono eterogenei. Non abbiamo però relazione con il mondo dei collezionisti. La grande vivacità che si respira a Firenze nell’ambito dell’arte contemporanea è vissuta principalmente dagli addetti ai lavori. Ci piacerebbe aprire questo mondo anche ad altre persone, conoscere giovani collezionisti. Prezzi accessibili, per dare modo ai più di entrare in contatto con le opere. L’arte contemporanea è sempre stata un mercato di lusso, di nicchia, sarebbe interessante allargare questa prospettiva. Difficile, ma ci piacerebbe che ciò accadesse.

A.d.B.: Quale dovrebbe essere, secondo voi, la tendenza da seguire per rinnovare i luoghi d’arte in Italia?

A.M.&N.H.: Qui a Firenze qualcosa è in movimento, a un livello un po’ alto, o didattico, come la Strozzina, EX 3… sicuramente interessanti. Auspichiamo che partano più cose dal basso: tante piccole realtà che inventino qualcosa. Non ci è mai piaciuta e non ci è mai interessata un’arte strutturata dall’alto. Siamo invece inclini a sistemi orizzontali. Prima o poi le cose prenderanno forma da sé.

A.d.B.: Come vedete il futuro? Un ritorno al passato, o lo stravolgimento del presente attraverso un rinnovamento radicale?

A.M.&N.H.: Non lo so. È difficile immaginare il futuro, anche perché poi ci sorprende sempre. Per vedere stravolgimenti o rivoluzioni, dovrebbe avvenire un importante cambiamento a livello sociale. Auspichiamo un rinnovamento radicale rispetto al presente.

Alberto Mommarelli curatore e artista, è nato a Firenze nel 1963, vive e lavora a Firenze.

Nao Hara curatrice e artista, è nata a Yokohama in Giappone, nel 1973, vive e lavora a Firenze.

Alessandra de Bianchi è laureata in Filosofia Teoretica-Estetica, scrittrice, vive e lavora a Firenze.

 

apr
11

Lawrence Weiner | Ever so much | Mai così tanto

“Sono molti gli elementi implicati in un’opera d’arte. I più importanti sono i più ovvi”. (Sol Le Witt – Proposizioni sull’arte concettuale – maggio 1969).

 

Abbiamo bisogno d’iniziative per comprendere le cose? L’arte è contenuto o forma? Base – progetti per l’arte risponde a questo bisogno: s’instrada nelle vie di Firenze con una nuova rivoluzione in parole, un progetto di azione per azione, una ridefinizione radicale della natura stessa dell’opera d’arte, una raccolta di nuovi orizzonti per discutere “alla pari”, uno scambio attuale fra artista e pubblico. Il corpo del suo lavoro si concentra nel potenziale dello spazio per servire come forma d’arte, in cui i soggetti mettono in scena una pratica che sfida continuamente il contemporaneo, in una dialettica sempre diversa di segni e di linguaggi. Questo mese Base ci accompagna in un viaggio attraverso gli anni ’60 e ’70, verso un’“Arte che riesce a fare a meno dell’arte”: è il momento della PAROLA di Lawrence Weiner (Bronx, New York, 1942), artista, poeta e filosofo del linguaggio. “La sua lingua è il suo mezzo, la sua scultura è il suo testo”: rifiuta la tela e il pennello, ma dipinge con la parola il colore di un’anima concettuale, assume forme infinite nella mente dello spettatore, guarda ai fattori operativi, materiali, distingue contenuto e ambiente, riflette il dubbio morale di un momento storico in cerca del suo ormeggio. Il concetto conquista la precedenza rispetto al giudizio estetico: libera parole per riconsegnarci valori come immagini mentali, e solo in questo modo, le espressioni del linguaggio acquistano il loro significato, e provocano una simbiosi fra opera e individuo, linguaggio e contemporaneità, per un’altra realtà, non più indifferente, bensì compagna, libera di immaginare i materiali o le azioni cui si riferisce. Le sue opere vivono in un insieme di guide scritte che descrivono un lavoro e la realizzazione effettiva, perché assume un doppio valore: estetico per chi la osserva, concettuale per chi la concepisce. E così l’idea, figlia del suo tempo, si presenta di persona davanti all’uomo, diventa arte nel comportamento e nella sua riflessione, produce un incontro tra realtà, rappresentazione e significato per educare il pubblico a una nuova lettura del mondo. Il contemporaneo non è fantasia del vuoto, scopre la vera materia che è nascosta dietro altre forme, suggerisce idee e, solo quando i fili che ci fanno muovere come marionette si snoderanno, l’arte dimostrerà la sua espressione autentica, dunque EVER SO MUCH (Lawrence Weiner).

 

Gabriella Di Tanno

 

apr
04

Brian Duffy. The Photographic Genius

Duffy? Un picture-maker per clienti paganti nel mondo della moda! Soprattutto, Duffy, un giovane talento anarchico, abrasivo, provocatorio nella Londra degli anni ’60, in grado di percepire i cambiamenti epocali in atto nella cultura inglese.

Il Museo Nazionale Alinari inizia la sua programmazione espositiva 2012, ospitando la prima retrospettiva completa di Brian Duffy, l’uomo che rivoluzionò il modo di fare immagini di moda. L’esposizione, curata da Chris Duffy, arriva in prima assoluta in Italia, dopo il successo riscontrato alla Idea Generation Gallery di Londra.

Chi è stato Brian Duffy (1933-2010)?
Il primo lavoro gli fu commissionato dal Sunday Times nel 1957, ma il successo arrivò con Vogue che sposò completamente il suo stile all’avanguardia.

Swinging London è il ritratto culturale di un’epoca, ma soprattutto un mood, che Brian seppe cogliere perfettamente, fotografando musicisti, attori e modelle, sino a costruire una vera e propria iconografia degli anni’60 e ’70. Duffy costruì intorno a sé un alone di spasmodica attrazione, tipica dei personaggi cult e rese i suoi soggetti, delle icone pop. Sidney Poitier e i divi di Hollywood, le star della musica rock, The Shadows, The Hollies, Jane Birkin, Black Sabbath, Frankie Miller, Marianne Faithfull, Blondie, Debbie Harry, sino a John Lennon e Paul McCartney e soprattutto David Bowie in Ziggy Stardust. È sua la copertina del disco “Aladdin sane” (1973) che, mostra un David Bowie, GLAM,  con un fulmine disegnato sul volto, come è suo, il tanto discusso servizio della giovanissima Amanda Lear per la rivista Nova. Poi le bellezze di quegli anni Jean Shrimpton e Joanna Lumley, sino alla leggendaria figura della scrittura, William Burroughs, solo alcune, delle immagini firmate Duffy.

Insieme ai suoi contemporanei della ‘Black Trinity’, David Bailey e Terence Donovan, Duffy introdusse un nuovo stile documentaristico nella fotografia di moda, rigettando il conservatorismo dei ’50, per adottare uno sguardo innovativo ed energico. Gli scatti di Duffy risultano ingegnosi e essendo stati realizzati prima dell’era del foto-ritocco digitale, rappresentano il frutto di un’approfondita conoscenza della fotografia metafisica e di set up pericolosi, oggi difficili da ricreare.  Nel 1961 Duffy iniziò a lavorare per Elle France: ispirato da un clima culturale che incoraggiava una sperimentazione sovversiva, Duffy rimase quasi 20 anni a lavorare per Elle, collaborando nel frattempo anche con molte altre pubblicazioni in giro per il mondo. Nel 1979 all’apice della sua carriera, un evento choc: Brian accende un falò, bruciando tutte le dia ed i negativi dei suoi scatti! Duffy, il fotografo più famoso delle celebrità che immortalava, l’autore cult conosciuto solo per cognome, riteneva di aver già detto tutto quello che voleva con la sua fotografia.

Una selezione di 80 di quelle fotografie, recuperate dall’attività archivistica incessante del figlio Chris Duffy, è presente oggi al Mnaf  in una mostra “risorta dalle ceneri”. I suoi memorabili scatti escono dalle pagine di Harper’s Bazar, Vogue, Elle, ma sono apparsi anche su riviste come”Glamour”, “Esquire”, “Town Magazine”, “Queen Magazine”,  ”The Observer”, “The Times” e “The Daily Telegraph”.

Nel 2010 la BBC ha presentato un documentario a lui dedicato: “The man who shot the Sixties”. Duffy è e rimane il fotografo che ha colto le personalità dei suoi soggetti prima di tutto, per poi  inserirli in quadri, oggi icone.

 

Ilaria D’Adamio