apr
02

L’ISOLA DEL TESORO di R. L. Stevenson, disegni di Roberto Innocenti


L’ISOLA DEL TESORO di Robert Louis Stevensona cura di Laura Accordi

Galleria-Libreria d’Arte Babele, Firenze

31 Marzo – 21 Aprile 2012

 

Quindici uomini sopra la cassa del morto,

yò, hò-hò e una bottiglia di rum!

(da L’Isola del tesoro di Robert Louis Stevenson, nella traduzione di Angiolo Silvio Novaro, Arezzo, Prìncipi e Principi, 2012)

Eh già! Sabato 31 marzo alla Galleria e Libreria d’Arte Babele di Firenze sembrava proprio che da un momento all’altro la voce roca del pirata si sarebbe fatta sentire con la sua sardonica canzone. In effetti i presupposti c’erano tutti:  varcata la soglia le illustrazioni originali di Roberto Innocenti accoglievano lo sprovveduto visitatore e lo catapultavano all’interno del mondo fantastico e  terribile di Robert Louis Stevenson. Mare, tempeste, navi alla deriva, pirati ghignanti e il volto sparuto del protagonista si affacciavano e si affacceranno per quasi tutto il mese di aprile sulle pareti della libreria creando un effetto inverso in cui chi è all’interno sembra osservare dagli oblò della nave cosa accade sul ponte o là, lontano, sulla fantomatica Isola del tesoro. Perché Roberto Innocenti (Firenze, 1940), illustratore raffinato e quasi “fiammingo” nella resa di ogni minimo dettaglio, si attiene strettamente al testo nelle sue eleganti illustrazioni e riproduce la realtà che lo scrittore riesce a evocare nella mente di ciascuno di noi quando leggiamo questo libro. Le tinte non sono accese, gridate o irriverenti come spesso ci si aspetterebbe per un libro dedicato a un pubblico giovane: sembrano disegni d’antan, d’un tempo passato, magari recuperati proprio da un relitto, prima che affondasse e approdati per caso sulle pareti della libreria, ultima testimonianza di un viaggio e di un’epoca perduti.

Tuttavia l’altra sera, alla Babele, piccola isola in città, il tesoro c’era davvero! Ed era lo stesso Roberto Innocenti! Con una pazienza certosina infatti, seduto al centro della stanza, firmava a ciascuno degli avventori un autografo, concedeva un sorriso e poi, guardando un istante l’interlocutore negli occhi, sembrava carpirne il desiderio più recondito e ideava all’istante una piccola illustrazione solo per lui. Probabilmente il tesoro era rappresentato sia dal potersi portare via una copia con dedica e illustrazione personalizzata, sia dal privilegio di osservare la mano agile e rapida di Innocenti tracciare una vignetta simpatica, comica e soprattutto unica per l’originalità e l’inventiva. Chi non fosse riuscito ad aggiudicarsi il proprio volume, non disperi, alla Galleria e Libreria d’Arte Babele dovrebbe essercene ancora qualche copia con tanto di dedica a quanto pare. Anche i pirati, le navi e l’Isola! Anche loro vi aspettano lì per trasportarvi a bordo e, in un mese o poco meno, fendere insieme a voi i flutti della fantasia.

Serena Bedini

apr
01

Ignacio Uriarte. Sequential Drawings

Ignacio Uriarte

Sequential Drawings

3 Marzo-28 Aprile 2012
Galleria Gentili, Prato

Un’enciclopedia di “atti mancati” quella che Ignacio Uriarte porta in scena nella sua prima personale a Prato, un vero e proprio inventario di inciampi della coscienza delle giornate in ufficio.

Per Freud aveva un nome, psicopatologia della vita quotidiana, ovvero una routine – lavorativa e non – dalla quale possono scaturire azioni sintomatiche casuali, atti mancati, intoppi e dimenticanze che disvelano un qualcosa di più profondo. Ed è qui che si è insinuato Ignacio Uriarte (Krefeld, Germania, 1972), un’indagine la sua, alle origini di questo processo, di una condizione impiegatizia alienante, dove però il materiale psichico incompiutamente represso e respinto nella coscienza, non è stato tuttavia completamente derubato della capacità di esprimersi.
Scarabocchi, sequenze numeriche alogiche, fogli di carta accartocciati, elastici monocolore, la gamma degli strumenti e delle tecniche utilizzate dall’artista riflettono una tendenza riduzionistica, figlia della serialità del terziario, un settore grigio ed abitudinario. Ripetitività gestuale dei segni lasciati su un blocco notes, righe, grovigli di inchiostro blu che riempiono il vuoto creato da un’occupazione sempre uguale a se stessa, emblema dello scarto che esiste tra valore del lavoro umano e mera riproducibilità tecnica.
Dodici opere, quelle esposte, dodici spunti di riflessione gettati sulle pareti bianche di questa galleria, ex fabbrica tessile, in cui si riesce ancora a sentire l’eco dei telai, dei gesti meccanici della tessitura, ora rievocati nelle installazioni di Uriarte. Installazioni di carta stropicciata, come Scrambled and unscrambled (2011-2012), assemblata in un grande mosaico parietale, connotato di una certa carica eversiva e di resistenza alla monotonia del lavoro. E ancora, Rubber Band Circle (2012), una scultura “ a terra” fatta di migliaia di elastici rossi, un percorso labirintico di curve, in cui piccoli oggetti spariscono come entità distinte, al pari di un impiegato, fagocitato dal “sistema”.
Luce e leggerezza accompagnano la mostra, dando allo spettatore la possibilità di respirare nonostante l’apnea di questi Sequential Drawings, piccoli capolavori del quotidiano capaci di risvegliare in chi li guarda la voglia del cambiamento, il desiderio di rompere una maglia della catena e riuscire ad andare “al di là”… al di là della scrivania, del telefono, al di là della penna poggiata su di un’agenda, al di là di una routine, quella lavorativa, troppo spesso apatica, priva di creatività e fantasia.

Eleonora Ciambellotti

apr
01

MARINA CALAMAI – CAKE THINKING

MARINA CALAMAI – CAKE TINKING
Palazzo Coveri, Firenze
Dall’ 8 marzo al 18 aprile 2012

Il cromosoma della golosità protagonista delle opere di Marina Calamai. Torte, bignè, biscotti e dolcetti prendono vita, corpo, sostanza e profumo. In una mostra tutta da gustare.

Immergersi nell’arte di Marina Calamai (Arezzo, 1962) è come sognare un tuffo in un’enorme torta di cioccolato e panna montata. Un’esperienza eccessiva, onirica e allo stesso tempo iperrealista che ha un unico scopo: comunicare una passione, quasi un’ossessione dell’artista per il mondo parallelo dei dolci. A Palazzo Coveri sono esposti venticinque pezzi, legati all’ultima produzione dell’artista, comprendenti quadri sonori, sweet hats, cherry rings e foulard.
Originaria di Arezzo, Marina Calamai vive e lavora a Firenze. Sin da giovanissima si dedica alla pittura e alla musica, poi alla moda e al design a Parigi, a New York e di nuovo in Toscana, dove la sua passione per le torte esplode proprio in gravidanza, quando un’iperglicemia le impedisce di godere dei desiderati dolcetti.
Ma più che una malattia è un fattore genetico: chi fa parte della tribù del Cromosoma 4, dove pare abbia sede il gene della golosità – viene continuamente assalito da fantasiosi e dolcissimi pensieri fatti di panna e di crema. Nelle opere di Marina Calamai si può sciare su un’enorme bignè, orbitare fra le dolcezze cosmiche, perdersi in un labirinto di cioccolato. Il gioco si fa più estremo e si arriva ad infilarsi in un enorme muffin, per farsi divorare e disperdersi nel suo profumo, oppure a perdersi all’interno di un superbo dolce rinascimentale, tutto ricotta, ciliegie e rose rosse, dentro il quale riecheggiano squilli di tromba, chiacchiericci e tintinnii conviviali di piatti e bicchieri, allegri e ritmici rumori di cucina.
I quadri sonori sono dei veri e propri racconti, sogni ad occhi aperti in cui i protagonisti lillipuziani vengono rapiti nell’universo dei dolci. Realizzati su materiale fonotrasparente e pannelli in plexiglass, descrivono situazioni surreali, raccontandole con suoni, musiche e parole magiche.
Una dolce glassa ricopre ogni cosa: anche i foulard colorati, disegnati dall’artista, o i gioielli forgiati dagli orafi fiorentini, in edizione limitata: anelli e ciondoli a forma di invitanti bignè, da portare al dito o ammirare come microsculture, appoggiati al proprio piedistallo.
Marina Calamai si rifa con ironia al passato opulento delle tavole secentesche, imbandendo la tela di un’infinità di torte e dolcetti; della Pop Art prende i colori, le forme, il messaggio immediato e conciso, che però si libera di ogni slogan a parte un unico, immortale dogma: cake think. Pensare in un’ottica dolce, in modo positivo, vedere il mondo ricoperto di zucchero a velo e panna montata. Tutto è possibile nel mondo di Marina Calamai, anche un cappello che in realtà è una torta e infine un pensiero, un incontro appena assaggiato o divorato fino all’ultima briciola.

Piccole, dolcissime divagazioni dal quotidiano che rendono la vita degna di essere vissuta.

Giulia Fonnesu

mar
30

GENEALOGIA #2 GIOVANNI OZZOLA con REMO SALVADORI

GENEALOGIA #2 GIOVANNI OZZOLA con REMO SALVADORI
a cura di Ludovico Pratesi
Galleria FuoriCampo, Siena
dal 17 marzo al 30 aprile 2012

“Remo è un esempio di autenticità, una possibilità concreta di vivere. La vita dell’artista è una disciplina, la grande possibilità di donare attenzione ad ogni aspetto e ad ogni declinazione del vivere” (Giovanni Ozzola).

Prosegue il dialogo intergenerazionale all’interno degli spazi espositivi della Galleria FuoriCampo con il progetto Genealogia, a cura di Ludovico Pratesi, giunto ormai al suo secondo appuntamento. Dopo Emanuele Becheri con Carlo Guaita, Giovanni Ozzola (Firenze, 1982) decide di dialogare con l’opera del maestro Remo Salvadori (Cerreto Guidi, 1947) in un lavoro unico, monumentale, realizzato a quattro mani e che parte, a sua volta, da uno stampo per ceramica realizzato da Roberto Cerbai, in una continuità temporale positiva ed accrescitiva che ben rende quel senso “genealogico”, anima di tutto il progetto.
Nell’intimità dello spazio espositivo senese, l’intervento dei due artisti porta ad un significativo sovvertimento del canonico allestimento a parete e ciò fa sì che nessun confine sia posto tra un dentro ed un fuori, rendendo l’installazione fruibile sia dall’una che dall’altra parte, in un percorso aperto e dinamico che prende vita dalla strada: proprio su quelle lastre pavimentali, Salvadori sceglie di adagiare una superficie scultorea in rame che pare la materializzazione di una linea ondulata, così generosa da accogliere la foto di Attilio Maranzano dell’opera Lampada, esposta nel 2005 presso la Fondazione Querini Stampalia.
Questa è la messa a fuoco vera e propria di quello che si intravede oltre il vetro della galleria: una coppia di sfere in ceramica allineate in modo perfetto, tanto da far pensare ad un’eclissi solare in atto, ad una fusione di due corpi in uno. L’astro grande e bianco da un lato nasconde, dall’altro scopre quello più piccolo e scuro, in una danza armoniosa e silente che si consuma sul palco costituito dalla lastra di ardesia quadrata, poggiante su una base in marmo.
La bicromia del materiale ritorna nell’effetto netto e puntuale di luce ed ombra in grado di animare quello che Ozzola definisce “un planisfero atterrato” e Pratesi un “luogo della consapevolezza che si fa simbolo della vocazione degli oggetti a farsi veicoli di umori ed affetti, che gli uomini del Rinascimento ritenevano dominati da alcuni pianeti. Una sorta di altare dell’essenza del duale, non più sterile monologo ma fecondo dialogo intorno all’idea di sfera come archetipo”.
Una vera e propria rivoluzione cosmica in atto è allora questa artistica, che Jacopo Figura vede appartenere “ad un tempo eterno che sfugge al progresso della storia” e che in tal senso è possibile solo (r)aggiungere e mai superare.

Martina Marolda

mar
29

Leonardoworx: intervista a Leonardo Betti

Lo studio di Leonardo Betti, in arte Leonardoworx, è un luogo dove il tempo e lo spazio non sono concetti disturbanti. Nessun orologio sulle pareti bianche, nessuna parete è permanente. Sul lungo tavolo da lavoro, un paio di lattine di Redbull, un pacchetto di sigarette e un incredibile numero di strumenti analogici e digitali. Ti stringe la mano un giovane carico di entusiasmo, un fiume in piena di idee. Idee fiere di essere raccontate.

 

LWX-SHOWREEL-2011 from leonardoworx on Vimeo.

 

Giovanni Bondi: Chi è Leonardoworx? Un videoartista, un designer, un web artist?
Leonardo Betti: Leonardoworx è un creativo, anche se non mi piacciono troppo le etichette. In particolare, non sono molto convinto dall’idea di videoarte. Voglio dire, o hai veramente un’idea forte o altrimenti il loop di 45 minuti di un uomo che cade per terra, secondo me non è arte. È noia gratuita. Oggi basta avere un computer, due programmi che scarichi da internet, e montare due scene per essere un videoartista. Come se io sapessi due parole di cinese e volessi spiegarti i miei lavori in cinese.
Ho fatto cose e continuo a fare cose così diverse che un’etichetta mi soffocherebbe. Sono uno dei collaboratori artistici dell’Offf Festival di Barcellona, il più prestigioso per quanto riguarda il graphic design. Ho un progetto con Danila Luppino, Obsessive Compulsive, che ha come oggetto l’ossessione delle idee, la creatività compulsiva. Mi occupo dell’allestimento delle vetrine dello showroom Luisa Via Roma a Firenze. Sto lavorando anche con i ragazzi di Le Strabiques Magazine, per i quali ho appena creato un artwork 3D scaricabile come sfondo per I-Phone e I-Pad.

G.B.: Lavori molto sull’interazione tra la tua arte e i suoi fruitori. Cosa vuol dire per te creare contatto attraverso le sensazioni?
L. B.: Più che il discorso sensoriale preferisco quello emozionale. A me piace generare stati d’animo. Nelle mie installazioni interattive mi piace far sì che la gente abbia una certa libertà, determinando quanto e in quali momenti dargliela, cosicchè per loro diventi un’esperienza del tutto unica. È come se, dipingendo un quadro, tu usassi tutti i tuoi colori, tra i quali il colore più particolare, il materiale umano. Mentre stendi il colore sulla tela, decidi quanto materiale umano utilizzare, ovvero quanto le persone debbano essere guidate nella comprensione dell’installazione.
Un’installazione che funziona bene, di solito, è il giusto equilibrio tra il concettuale e l’interazione; l’utente deve capirla al volo, ma non deve essere talmente palese da diventare un videogioco, né talmente astratta da diventare incomprensibile. Altrimenti è come se il colore andasse sulla tela senza un controllo.

G.B.: Tu hai frequentato dei workshop al Centre Pompidou a Parigi e trascorso un periodo della tua vita in Danimarca. Secondo te quanto è importante per un giovane italiano un percorso formativo all’estero?
L. B.: La mia esperienza è stata particolarmente indicativa. In Italia la situazione è molto difficile. Io sono riuscito a lavorarci, paradossalmente, soltanto dopo essere tornato dalla Danimarca. E credimi, avrei potuto anche lavare i vetri agli incroci in Danimarca, ma una volta tornato da lì, ero diventato un artista figo, nonostante le mie capacità e il mio lavoro non fossero poi cambiati più di tanto.
Firenze è morta sulla scena dell’arte. Non succede e non può succedere niente di nuovo. Ma non solo per le arti digitali, per il design, per l’architettura. Chiunque cerchi di dire qualcosa di diverso e di nuovo è visto come un alieno, e non viene capito.

G.B.: Una delle collaborazioni più interessanti che hai avviato in Italia è l’esperienza nata con Luisa Via Roma.
L. B.: Una bella sinergia, un rapporto molto paritario. Loro mi mettono a disposizione il negozio, io metto a disposizione la mia creatività e le mie idee. Con un linguaggio più immediato della lingua, riesci a comunicare i concetti in uno showroom veramente inusuale. Mi piace tanto reinterpretare a modo mio le tendenze della moda, dissacrare i concetti tradizionali, come ho fatto con la vetrina natalizia di quest’anno, con la quale ho cercato di far capire alla gente che Natale può anche non essere il convenzionale verde, rosso e oro, “carbonizzando” tutta l’installazione.

G.B.: I tuoi concept derivano da una philosophy unica, maturata nel tempo o sono del tutto casuali?
L. B.: Di base i miei lavori partono dal desiderio di comunicare qualcosa, dalla motivazione di tirar fuori dalla mia mente delle idee e farle percepire alla gente. Nascono da questa necessità. Infatti mi piace dire che il mio motto è necessity makes difference.

G.B.: Che importanza ha il suono nel tuo lavoro. Che rapporto hai con la musica?
L. B.: Io ho fatto il conservatorio. E nasco come compositore di musica elettro-acustica. Appena parte la realizzazione di un mio lavoro, qualunque cosa sia, io ho già in mente la musica. Altrimenti, beh… altrimenti non è un mio lavoro. Compongo la musica per il 99% delle cose che faccio.

G.B.: Quale sarà secondo te la prossima rivoluzione tecnologica, almeno per quel che riguarda il tuo lavoro?
L. B.: In realtà io sono convinto che la tecnologia non possa migliorare troppo il lavoro concettuale. Sì, c’è molta gente che si sta focalizzando sul multitouch, sulla realtà aumentata. La verità è che se hai un concetto forte, lo puoi dire anche con due lattine di redbull ed un accendino. Quando fai dei lavori con le macchine vai incontro a dei limiti: la perenne perfettibilità dei lavori che fai su digitale, ti ossessiona.
Mi piace pensare che il futuro sia la Web Art, che è fondata sulla filosofia bottom-up. Ognuno su internet può presentare le proprie idee, mettendole a giudizio di milioni di persone. C’è più meritocrazia, più conversazione, più competenza. Essendo l’unica vera comunità democratica, Internet deve essere il futuro dell’arte.

Leonardo Betti è un creativo e un digital artist. Vive e lavora in Toscana

Giovanni Bondi è curatore di Bahn der Beats e recensore per i.OVO.