Nebojša Bogdanović | Codice continuo
Codice continuo
A cura di Giuliano Serafini
Immaginaria arti visive gallery, Firenze
24 marzo- 4 aprile 2012-04-12
Segni e simboli arcaici dialogano con la parola scritta, alla ricerca di una forse impossibile decodifica.
Quali sono i significati che si nascondono dietro ad un ideogramma? Siamo ancora in grado di percepire il portato di un simbolo?
Nebojša Bogdanović (Tuzla, 1977) sembra volerci accompagnare alla scoperta di come nasce una lingua, o forse, in questo caso, un linguaggio, fatto di grafemi, che proprio perché costituitesi in gruppo sembrano anelare la formazione di un lingua compiuto. Con la sua serie di tele l’artista ha riempito lo spazio della piccola Immaginari arti visive gallery con una teoria di opere che catturano la vista e ben si sposano con la presenza dei libri in vendita nella galleria e libreria. Le opere infatti, ricoprono tutte le pareti come in una contemporanea Wunderkammern, ed alternano bianco e nero in diverse sfumature quasi a strizzare l’occhio alle pagine dei libri con cui condividono lo spazio. È proprio l’intimo e impossibile rapporto tra parola scritta, dipanata e a noi comprensibile e questo fitto magma di segni grafici che impreziosisce di maggiori significati le opere installate. Quello di Bogdanović è a tutti gli effetti, infatti, un linguaggio, grafico e personalissimo denso di significati latenti e nascosti.
In questa griglia di infiniti segni e simboli che si trasformano, riappaiono e occupano fagocitanti lo spazio, quasi a formare un’unica tavola degli elementi, ciascun segno è correlato all’altro, ma esiste grazie ad una propria intrinseca unicità, quasi a conferma, ancora una volta, che l’unione rappresenta di più della somma dei singoli. Croci, quadrati, cerchi, svastiche e vortici si inseguono e susseguono senza soluzione di continuità ed si formano sulle piccole tele bianche grazie all’azione veemente dell’artista: alcuni di questi simboli emergono limpidi dal fondo neutro, tracciati con un gesto veloce, altri invece sembrano generati da un caos fecondo e primordiale fatto di un denso strato di colore ad olio nero. È lo stesso artista a confermare come ogni piccolo lavoro, seppur parte di un unico insieme, abbia la sua storia: taluni, infatti nascono da una precisa necessità personale, altri seguendo, come lo chiama lo stesso Bogdanović, “un invito” suggerito dalla tela stessa o dall’occasione. Necessità e casualità si incontrano dunque nella formazione di questa lingua arcaica e affascinante, che sembra parlarci del suo autore e delle regole che reggono il cosmo.
Serena Trinchero
Milo Manara | Le Stanze del Desiderio
a cura di Claudio Curcio
Complesso Museale Santa Maria della Scala, Siena
dal 01 ottobre 2011 al 09 aprile 2012
“Eh sì, perché malgrado la tua modestia, sei veramente un grande disegnatore.
[…] Mi ricordo due o tre cose di te: il vino, le mutande delle tue ragazze, il bianco dei tuoi occhi ironici nella penombra di un’osteria” (Hugo Pratt)
Proseguimento ideale della mostra-evento del 2005 dedicata ad un altro immenso maestro, Hugo Pratt, ed ospitata negli stessi spazi del Complesso Museale del Santa Maria della Scala a Siena, Le Stanze del Desiderio rappresenta la prima vera e grande antologica consacrata al genio di Milo Manara. Promossa dal Comune di Siena e dalla Fondazione Monte dei Paschi di Siena, realizzata da Vernice Progetti Culturali, la mostra rappresenta un excursus esaustivo e significativo in quaranta anni di lavoro e dedizione del maestro al fumetto e all’illustrazione tout court. Curata da Claudio Curcio e sotto la direzione artistica di Giovanni Mezzedimi, si tratta di un autentico percorso multi-sensoriale ed esperienziale, onirico, che fluisce nello spazio senza soluzione di continuità e non basandosi su un ordine cronologico o didascalico, bensì immergendo il visitatore nell’universo sensuale e raffinato senza precedenti di Milo Manara.
L’accesso all’ampia sala luminosa e bianca, interamente video proiettata alle pareti con la realizzazione degli schizzi del maestro e dunque tutta la carica gestuale di quell’azione, rappresenta un grande involucro che anticipa i successivi cubi sospesi in cui un’installazione sonora “a pioggia” riporta le parole, gli umori e le voci dello stesso Manara. Vere e proprie capsule multisensoriali, luminosissime al loro interno come a confronto con le pareti oscure bagnate di luce soffusa dell’esterno, queste Stanze riescono a catapultare il pubblico nell’universo complesso di Manara, mixando impeccabilmente grafica e audio, in un modo mai scontato e sempre calibrato.
Ecco allora che volti e racconti prendono vita: dall’alter ego Giuseppe Bergman alle due figure di riferimento nella formazione personale e professionale dell’artista, Hugo Pratt e Federico Fellini, il contatto con i quali sicuramente lascia un segno indelebile in Manara. Pratt scriverà per Milo le uniche due storie mai disegnate da un altro autore, Tutto ricominciò con una estate indiana e El Gaucho; il sodalizio artistico e l’amicizia con Fellini porteranno invece alla realizzazione di celebri manifesti per alcuni degli ultimi film del regista, così come de Il Viaggio di G. Mastorna detto Fernet, che Vincenzo Mollica definisce “il film mai realizzato più famoso al mondo”.
Protagoniste indiscusse della mostra sono poi le due eroine più famose delle storie a fumetti di Manara: Claudia e Miele. Avanzando nel percorso espositivo, spiccano le tavole dell’affresco storico dedicato ai Borgia, sceneggiatura poi di Alejandro Jodorowsky, fino alla stanza vietata che prende il nome di “Eros e Thanatos”, dove sono raccolte le immagini più esplicite dell’artista.
Dagli anni Settanta ad oggi, la mostra rappresenta sicuramente uno spaccato originale, accattivante ed elegante al tempo stesso dell’arte raffinata e fuori dal comune di Manara; una mano senza pari sia che si tratti del volto di una Miele che degli occhiali scuri e del viso scarno e nervoso di un Pasolini.
Martina Marolda
AQA | Present Art Space
AQA
a cura di Giada Rodani
Present Art Space, Firenze PROROGATA al 30 aprile

Una mostra originale che prende le mosse da un elemento del quotidiano e ispira sei artisti, un percorso espositivo che permette a tutti noi di riflettere sull’importanza dell’acqua e su quanto essa abbia valore nella vita di ogni essere vivente, non solo da un punto di vista di sopravvivenza ma anche come compagna di ogni singolo attimo, dal momento in cui nasciamo al tempo delle vacanze, come barriera invalicabile senza mezzi di trasporto, come elemento fagocitante o come testimone silenziosa di vite passate. Ecco allora che le rifrazioni della luce sulle increspature della superficie marina, i suoi riflessi e i colori cangianti, mai fermi, tornano nelle opere di PeiHan (Tianjin, Cina, 1978), artista cinese che, con una sensibilità tutta orientale, coglie le piccole cose, secondarie solo per chi guarda il dito e non la luna che gli viene indicata.
Stefano Ridolfi (Firenze, 1957), fotografo e poeta, nella serie Atlantide (2012), rievoca mondi sommersi e perduti, volti di un tempo eppure simili ai nostri, vite che furono e adesso fluttuano leggere nel mondo del ricordo. L’acqua sembra essere in questi scatti sovrapposti un’altra dimensione in cui il passato continua ad esistere e a scorrere come il tempo presente, parallelamente e non irrimediabilmente perduto. Colori sfumati, morbidi, come solo il mondo marino sa regalarci, in cui la vita silente di pesci e di alghe, sembra testimone inconsapevole di ciò che l’uomo d’oggi non potrà mai ricostruire e comprendere fino in fondo. Stefano Ridolfi insieme ad altri artisti (circa cinquanta) della Galleria Present’art Space parteciperà al Festival di Shanghai che in Cina dal 14 luglio al 5 agosto 2012 presso la Biblioteca Nazionale di Shangai Pudong.
Antonio Guarnieri (Menzo, Argentina, 1955) invece ripropone con le sue immagini eleganti giornate al mare ed evoca nell’abbagliante luce del sole estivo le risate e i giochi sulla spiaggia che tutti abbiamo vissuto.
In Tangram, dove forme plastiche, scultoree, luce e soggetti ricordano opere di artisti dei primi del Novecento, l’opera è tagliata in pezzi secondo l’uso del famoso gioco cinese e ricomposta poi come una foto di tanto tempo fa prima strappata e più tardi recuperata e riattaccata con rammarico.
Andrea Nicita gioca invece con il mondo umano e il mondo marino e crea interessanti variazioni su tema, metamorfosi incomplete o forse ritratti di creature semidivine, dal corpo di pesce e il volto d’uomo. No, non sono sirene, ma esseri dal volto saggio e dolce, dallo sguardo profondo e il sorriso appena accennato che evocano pace e simpatia insieme in chi le osserva, un sentimento empatico, profondo, quello stesso che ci lega all’acqua.
Serena Bedini
1969 | L’anno in cui tutto è cambiato
La favola degli anni ‘60 non smette di stupire. A cavallo dell’anno più controverso della storia musicale e cinematografica otto artisti raccontano il tramonto di un mito.
Classe 1979. Sono nata esattamente un decennio dopo i favolosi Anni ‘60, gli anni in cui ogni desiderio sembrava a portata di mano, gli anni del benessere economico, della spensieratezza, dell’amore libero, del Rock’n Roll. Come per i miei coetanei, la consapevolezza della loro esistenza è giunta solo attraverso le testimonianze dei genitori, grazie ad un’abbuffata di foto, reportage multimediali e ai grandi nomi della musica, immortalati sulle copertine di vecchi vinili. Non abbiamo avuto la fortuna di viverceli sulla pelle, pertanto possiamo solo immaginare cosa possano aver significato per tutte quelle generazioni che li hanno cavalcati nel pieno della loro giovinezza; certo è che sono stati tempi di una collettiva esuberanza. Quella stessa percezione di vaga euforia generazionale capita di provarla, qualche volta, visitando mostre che ne ripercorrano, più o meno felicemente, le origini; ma ce n’è una, inaugurata da pochi giorni presso la Ono Arte Contemporanea a Bologna, che ha colto un pretesto intelligente ed originale per proiettare con naturalezza i suoi fruitori nel mood della nostalgica Swinging London, senza bisogno, per questo, di attendere coincidenze di faziosi anniversari. Alla base del suo successo c’è, infatti, uno studio storico meticoloso e puntuale che si rapporta con efficacia ai nostri tempi. Come il 2012 è stato annunciato “l’anno dei grandi mutamenti”, di quelli che lasceranno il segno, di quelli che dopo il loro passaggio niente sarà più come prima, così il 1969 è stato l’anno che ha segnato un momento indelebile nella storia mondiale, lo spartiacque per eccellenza che vide naufragare il sogno americano ed europeo negli anni di piombo del decennio successivo. Ottanta rare fotografie d’autore, in bianco e nero e a colori, più un video raccontano l’originale punto di vista di otto artisti internazionali che hanno radiografato il popolo del Rock all’apice del successo dei propri numi tutelari, come Elvis, gli Who, i Beatles, i Rolling Stones durante i grandi raduni di Woodstock e Altamont, e la reazione del cinema hollywoodiano di fronte alla nuova controtendenza culturale, perfettamente incarnata dal roadmovie per eccellenza: Easy Rider. Nel suo insieme una mostra stimolante e seducente, ricca di appuntamenti collaterali, sapientemente condotta sulla scia di uno stato d’animo collettivo a metà tra la realizzazione di una terra promessa e lo sgretolarsi di un sogno inafferrabile. Una mostra indimenticabile per tutti i nati to be wild!
Linda Giusti
La galleria ONO Arte Contemporanea di Bologna nasce come concept store dedicato all’arte: i suoi spazi ampi sono valorizzati da elementi architettonici che conferiscono movimento ed eleganza alle sale valorizzando le opere esposte. Da fotografia a videoarte, da pittura a istallazioni, la galleria ha anche ospitato eventi per l’editoria di settore, presentato oggetti e gioielli di design, documentari, musica, e offre un lounge bar aperto dalle 18 dove è spesso possibile incontrare gli autori e gli artisti coinvolti. (n.d.r.)
Le mostre cura di Carlos Garaicoa presso Galleria Continua, San Gimignano (SI)
KADER ATTIA -ESSENTIAL-
CARLOS GARAICOA -SIN SOLUCIÓN-
LÁZARO SAAVEDRA, NEDKO SOLAKOV, JOSÉ ANTONIO SUÁREZ LONDOÑO
-EL CAMINO MÁS LARG O COMIENZA CON UNA SIMPLE LÍNEA-
A cura di Carlos Garaicoa Galleria Continua, San Gimignano (SI)
Due mostre personali ed una collettiva di artisti internazionali proposte negli spazi di Galleria Continua. Riflessioni contemporanee sul nostro vivere quotidiano, sui luoghi di appartenenza e sulla realtà sociale.
Fendono la neve ed il ghiaccio di questo inverno polare, il consueto calore e le grandi proposte artistiche della celebre Galleria Continua di San Gimignano. A partire da Kader Attia (Dugny, Seine Saint-Denis, Francia, 1970) che, nella personale Essential, presenta numerose opere recenti, alcune delle quali mai esposte in Italia. Al centro della ricerca dell’artista francese, di origine algerina, un dialogo serrato e fecondo tra opposti (Oriente/Occidente, presenza/assenza, pieno/vuoto) unito a spunti e suggestioni che si richiamano alle sue radici multiculturali e si traducono in un linguaggio simbolico e in una estetica minimale. Nella prima sala ci accoglie la grande opera Untitled (Concrete blocks)(2008), un’installazione realizzata con una serie di blocchi di cemento disposti a spirale. Questo lavoro ben sviluppa l’idea di limite e di confine, come barriera fisica e psicologica, poiché oltre a ricordare il materiale d’elezione per la costruzione di edifici nella banlieue parigina, ben nota ad Attia, si richiama alla spiaggia di un sobborgo povero di Algeri in cui l’artista era solito passare l’estate, la cui cementificazione, chiudendo ogni varco d’accesso al mare, ha infranto ogni speranza di fuga e cambiamento degli abitanti. Altrettanto interessante è Mimétisme (2011), un duttile foglio di piombo posto su un piedistallo, che rappresenta una scultura senza fine, in continuo divenire, che invita lo spettatore a soddisfare il proprio innato desiderio creativo dando di volta in volta nuova forma all’opera. Si prosegue poi con la mostra personale dell’artista cubano Carlos Garaicoa (La Habana, Cuba, 1967) che, partendo dalla sua città natale come fonte di ispirazione, sviluppa una riflessione sullo spazio cittadino come teatro dello scontro fra utopia e realtà e come luogo intriso di storia in cui l’immaginazione può prendere forma. Davvero suggestiva, nello spazio della platea, l’opera Fin de Silencio (2010), già esposta a Madrid e Venezia e composta da sette tappeti che riproducono i pavimenti di un’area commerciale de L’Avana, ma in cui i nomi dei negozi sulla graniglia marmorea si trasformano in nuovi slogan dal carattere poetico, critico o nostalgico. Lo stesso Garaicoa è inoltre protagonista, nell’inedita veste di curatore, della mostra di disegni allestita nello spazio espositivo dell’Arco dei Becci. Qui con Làzaro Saavedra (La Habana, Cuba, 1964), Nedko Solakov (Cherven Briag, Bulgaria, 1957), Antonio Suàrez Londoño (Medellìn, Colombia, 1955) il disegno perde la sua mera funzione strumentale e si arricchisce di valenze introspettive, sociali e politiche.
Cecilia Fontanelli


















