Rainer Elstermann | Inside the grey room
Quindici fotografie, mondi con vita propria e autonoma, paesaggi sulla scala di un ambiente (forse) domestico. Il colore della scena è identico per tutte; il grigio, attorno a una dimensione non istantaneamente intelligibile, dove cambiano oggetti, costumi, personaggi, movimenti in posa e volti.
Ogni fotografia è espressione del sedimento della memoria emozionale, di un sé passato che si è solidificato ed ha preso poi forma e colore per rendersi idea intima nel racconto di Rainer Elstermann.
Distanti dal pubblico, come divise da un diaframma che vieta all’entrata più desiderabile della fotografia, le composizioni ci riportano ad un immaginario fotografico dei primi anni del ‘900, esaudendo così una nota e arbitraria scissione tra artista e pubblico, per proporre invece ad un secondo livello di percezione una dialettica tipica del teatro brechtiano, con comparse attoriali del cinema americano dei primi anni del secolo scorso, quando l’ umanità occidentale vessava in uno dei più critici periodi di crisi sociale oltre che economica, quello fra le due guerre mondiali.
In queste scatole artificiali e piatte, che sembrano rimandare a rappresentazioni di icone, porte d’accesso fra un qua e un altrove, un conosciuto e non, vivono attori naviganti fra la memoria personale dell’artista e l’immaginario di una società che attraversa oriente e occidente del pianeta, per costumi, corpi e potenziali espressivi, che al contempo congelano la capacità visuale ad uno stadio di autoricettività, immanente per la sua natura ad ogni singola e personale coscienza visiva.
I soggetti, resi ai minimi termini per rendersi come ombre che oscillano tra connessioni di due diversi mondi, uno specifico personale e intimo (quello di Elstermann) e l’ altro più comune e afferente ad un immaginario pubblico e collettivo; è in questa battuta che viene a crearsi un’ interruzione nel contenuto, che si ripete in ogni fotografia. Se possiamo infatti scorgere e concepire un’ idea delle immagini, come sguardi già conosciuti, quelli del cinema degli anni ’20 e ’30, si chiarisce anche la distanza di quei significanti che solo ad un secondo livello vengono visualizzati e intuiti come estranei al primo dei mondi. E’ in questo interstizio immaginifico che si trova l’ indice dell’ intimo; memorie familiari, vissuti di situazioni lontane e formative, raccolte di dettati che hanno dato coscienza di flusso all’ uomo e all’ espressione che è ormai scelta di traccia sulla pellicola.
Rainer Elstermann | Inside the grey room
Galleria Barbara Paci, Pietrasanta,
14 luglio – 9 settembre 2012
Tommaso Capecchi
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