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Patrick Mimran | Intervista

Author // Redazione
Posted in // NEWS, OLTRE LO SPECCHIO

A cura di Cecilia Fontanelli.

Un incontro con l’artista Patrick Mimran che fino al 31 luglio propone in una personale al Museo Nazionale Alinari della Fotografia, quarant’anni di fotografie in 38 immagini. A completare il tutto, fino al 2 luglio, anche i suoi Billboards nel cortile degli Uffizi.

 

Cecilia Fontanelli: Lei è certamente un artista poliedrico ed ha sperimentato pittura, video, installazione, musica. Come e quando è nata la sua passione per la fotografia?

 

Patrick Mimran: E’ vero che utilizzo mezzi di espressione diversi per esprimere le mie idee eppure, da

giovane, verso i sette anni, quando ho cominciato, ho avuto un primo contatto con l’arte attraverso la pittura. Solo in seguito, all’età di dodici, ho iniziato ad interessa

rmi alla fotografia, la mia prima grande passione. Tutto è iniziato in modo semplice poiché, all’epoca, ero fan dei Rolling Stones e decisi di andare a Lione al loro concerto. Quindi per fare delle foto al mio gruppo preferito comprai una macchina fotografica.  Così è nata la grande passione che mi ha portato fare tantissime foto, tra cui le prime che potete vedere all’inizio della mostra.

 

C.F.: Che cosa rappresenta, per lei, la fotografia rispetto alle altre forme di espressione artistica?


P.M.: E’ difficile da esprimere ma innanzitutto, su un piano personale e un po’ egoistico, posso dire che essa mi porta un piacere differente, supplementare. Quando si lavora con la pittura si è soli davanti all’opera, nel proprio atelier e si ha un rapporto diretto con la creazione artistica mentre ciò che trovo bello della fotografia è che si ha un contatto con il mondo esterno, si può passeggiare e creare ugualmente qualsiasi cosa venga dettato dalla propria immaginazione.

Su un piano artistico inoltre credo che la fotografia si adatti maggiormente alla nostra vita e al nostro mondo di oggi. Se si desidera rappresentare qualcosa, credo che adesso sia più interessante fotografarla piuttosto che sedersi e dipingerla.

 


C.F.: Le sue opere fotografiche sembrano spesso prediligere un’attenta costruzione dell’immagine. Come nasce e si sviluppa, in questo senso, il suo processo creativo e quanto conta la post-produzione?

P.M.: In verità io lavoro in un modo piuttosto istintivo, salvo in alcuni casi, come per i video, in cui si pone, per ovvie ragioni, un’importante questione di post-produzione. Per me, la fotografia è qualcosa che nasce in maniera molto istintiva. Per esempio, all’epoca in cui ho fatto le foto con le bambole, ero molto giovane e la figlia piccola di mio fratello aveva sette otto anni e giocava molto. Un giorno mi sono svegliato con l’idea di poter usare quelle bambole; così le ho prese e sono andato a fare delle foto. Non vi è stata una premeditazione o un lungo studio anche se questo non vuol dire che le opere siano senza significato. Ho preso quel che ho trovato e che mi ha tramesso qualcosa. E questo è quel che è successo un po’ con tutte le foto. Rispetto a molti altri artisti contemporanei che passano troppo tempo a pensare e non abbastanza a creare, io preferisco fare il contrario.

 

C.F.: E’ stato detto che nelle sue foto “la finzione ricostruisce la realtà” e lo fa attraverso composizioni attente, colori vivissimi ed immagini forti, spesso provocanti e provocatorie. Quindi è esatto dire che per lei la forma dell’immagine va a fissare dei simboli? essi, come indica il titolo della mostra Symbols are Symptoms, in che modo e di cosa si rivelano sintomi?

P.M.: Innanzitutto nel titolo che ho scelto, come si nota, vi è un lato umoristico. Mi ha divertito pensare e giocare sull’idea che le mie foto e i simboli contenuti in esse e nella mia arte, siano sintomi della mia stessa malattia. Se poi pensiamo a questo più seriamente, possiamo certo dire che le mie foto sono delle rappresentazione mentali di quel che sono e sono il riflesso di quel che penso. Non credo che vi siano davvero provocazioni e in ogni caso non cerco la provocazione ma esprimo uno spirito critico mantenendo viva anche una dimensione umoristica che credo, nel mio lavoro, sia molto più importante.

Inoltre penso che la realizzazione di qualcosa sia fondamentale e che un artista debba sempre avere un talento artigianale bel sviluppato. Troppo spesso nell’arte di oggi si mettono avanti le idee e non abbastanza la qualità della realizzazione. Per questo, in tutti i casi,  provo a realizzare ogni cosa nel migliore dei modi, con una sfida personale per creare qualcosa che sia più perfetta possibile nella visione del momento stesso in cui la realizzo. Ben inteso che le mie non sono solo delle belle foto ma non sono nemmeno opere svolte esclusivamente in senso intellettualista.

 

C.F.: Le sue foto suscitano sentimenti forti, stupore, smarrimento. In alcune di esse, come in LVMH, si può leggere, a mio avviso, una relazione con i fenomeni di massa. E’ proprio così? E che rapporto ha il suo linguaggio con le tendenze sviluppate dai mezzi di comunicazione di massa?

P.M.: Per quel che riguarda la foto LVMH, devo dire che mi reco spesso a New York dove mi capita di vedere molti poveri per strada ma non ho mai fatto loro delle foto, prima di allora, perché lo trovo triste e un po’ insolente. Eppure, quando sono passato davanti a questo indigente che indossava un cappello Louis Vuitton, ho camminato proseguendo oltre e poi sono subito tornato indietro perché ho sentito l’esigenza di scattargli una foto. Se è ironico che nonostante la ricchezza che crea un grande marchio di lusso, potente e pubblicizzato, come LVMH, vi siano ancora dei poveri, è molto più ironico che anch’essi siano comunque influenzati dalla grande promozione che questo luxury brand fa e che indossino i loro prodotti (anche se in questo caso si tratta chiaramente di una contraffazione). Io credo che questa sia un’immagine che ben rappresenta il mondo di oggi. E’ come se all’epoca di Luigi XIV, avessimo incontrato un povero con la corona sulla testa! Quindi questa foto non è una provocazione ma uno specchio dei nostri tempi in cui tutto è massificato perché le idee passano da un sistema commerciale. Non sono affatto comunista o socialista ma credo che sia possibile mantenere uno sguardo critico sulla società in cui viviamo senza essere politicizzati.

 

 

Patrick Mimaran è un artista pluridisciplinare in mostra con una personale al MNAF di Firenze fino al 31 luglio

Cecilia Fontanelli è curatrice della rubrica di iOVO ‘Inviato Speciale’ e laureanda in storia dell’arte contemporanea.

 

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