Nanni Moretti in Super8 | Gli anni dell’Autarchia
Nanni Moretti in Super8 | Gli anni dell’Autarchia
Eppure il suo sogno è sempre stato quello di saper ballare bene. Magari sapersi muovere in pista come un ballerino di latino americano trovando la giusta intesa con un partner extra cinematografico, o magari sognare ed improvvisare un abbandono sensoriale e spirituale tra New Jazz e musica folcloristica capace di aggredire il pubblico con spiccata e provocatoria ironia. Al di là di metafore e retorica, il lavoro politico ed intellettuale, artistico e cinematografico del regista di Brunico (è un caso che sia nato nell’Alto Adige) è forse il più ricco e valente del panorama cinematografico italiano degli ultimi trent’anni. Amato ed apprezzato in Italia e all’estero, forse non tutti sanno quali siano stati i primi passi (parliamo di cinema questa volta) mossi da Nanni e in che maniera si sia avvicinato alla settima arte. Poco meno che ventenne Giovanni Moretti, decide di vendere la sua collezione di francobolli e compra una cinepresa Super8. Mdp che per le sue caratteristiche influenzerà lo stile ed il lavoro del regista fino a trasformarlo in simbolo rivoluzionario di tutta una schiera di registi indipendenti, aspiranti artisti contro la produzione cinematografica di massa e portavoce di un’intera generazione. Moretti in Super8 diventa un’istituzione ideologica: l’espressione di un’idea lavorativa, dell’approccio con attori, con amici ed operatori, i suoi primi disagi e le acerbe idee di narrazione e organizzazione settoriale al di fuori di tutti gli schemi che avevano contraddistinto l’industria e la produzione cinematografica nazionale. Nel 1976 la carriera da regista del giovane Moretti è ormai avviata, grazie all’uscita del suo primo lungometraggio Io sono un Autarchico. Davanti alle immagini inscenate e dall’autarchico lavoro cinematografico ed attoriale di Moretti e compagni, i critici rivelano di essere davanti ad un autentico Caso Italiano: l’attenzione viene subito spostata in un contesto extrafilmico con un maggiore interesse sulla distribuzione, il metodo di lavoro e l’incessante impegno messo in campo da tutti i collaboratori. La caparbietà di un giovane che in quel momento è riuscito a “…far circolare il suo nome fuori dagli usuali canali di diffusione forando la prassi industriale e segnalando una zona franca da utilizzare con profitto.”(De Bernardinis). Fino al giorno d’oggi la figura professionale e personale del regista ha sempre diviso critici e registi, tra i più importanti e famosi del panorama italiano. Tra gli ammiratori abbiamo figure come Alberto Moravia, Martin Scorsese, Federico Fellini e Quentin Tarantino; tra i detrattori abbiamo Enrico Ghezzi, Vittorio Sgarbi, Sergio Leone e Dino Risi.
Probabilmente quest’ultimi sono tra quelli che hanno trovato Il Capitale un po’ kitch.
Lorenzo Tore
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