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Osvaldo Licini

Author // Redazione
Posted in // ARTE, NEWS

OSVALDO LICINI

Claudio Poleschi Arte Contemporanea e Chiesa di San Matteo, Lucca

Dal 12 maggio al 30 giugno 2012

 

Cessato il pericolo, non dubitare, riapparirò alla superficie con la “diafanità essenziale” e “senz’ombra”. Solo allora potrò mostrare le mie prede: i segni rari che non hanno nome; alfabeti e scritture enigmatiche; rappresentazioni totemiche, che solo tu con la tua scienza potrai decifrare. (Osvaldo Licini, febbraio 1941)

 

Angeli ribelli, Amalasunte, Olandesi volanti, locomotive e composizioni geometriche: questo l’universo poetico di Osvaldo Licini in mostra a Lucca, presso la galleria Claudio Poleschi Arte Contemporanea e la Chiesa di San Matteo, in una personale “storica”, dedicata alla figura antiaccademica dell’artista, già esposto nella Galleria Barsotti a Lucca nel 1976.

Nessuna finalità commerciale, affermano i galleristi, bensì una mostra omaggio dedicata ad alcuni amici di Claudio Poleschi, ed il riferimento diretto va a Ugo Meneghini e a Oriano Barsotti, estimatori raffinati del lavoro dell’artista: si tratta infatti di quindici opere in totale, quasi per intero provenienti da collezioni private.

Come lettere, parole sulle pagine bianche di un libro o di un carteggio, l’alfabeto liciniano, sempre appassionato e fantastico, si snoda attraverso le due sale calcinate della galleria: l’espressione materializzata di quel surrealismo artistico che ha avvicinato Licini a Klee o alle figure con le quali ebbe modo di entrare in contatto durante il suo periodo parigino, da Picasso a Cocteau, fino a Modigliani.

Ne emergono allora, pienamente compiute, le due esperienze che trovano in Licini, scrittore instancabile, un perfetto congiungimento, quella pittorica e l’altra letteraria: il suo interesse per il codice verbale e la parola si denota infatti dall’interazione ricorrente con il codice iconico, in un legame intersemiotico capace di coniugare visibilità e leggibilità e di dare così origine, da una parte, alle scritture visuali liciniane, dall’altra, alla serie di dipinti e di Amalasunte corredate da segni alfabetici o numerici.

La tavolozza decisa e fondamentale di Licini è fatta di ampie campiture rosse, gialle e blu, qualche bianco, dalle quali si originano volti, corpi, segni essenziali ma potenti, quasi sempre decentrati o diagonali, imponenti nel loro stesso essere; creature insieme affascinanti ed inquietanti, beffarde, sensuali, eroiche. I personaggi liciniani paiono non trovare risposta, sono destinati a vagare senza una meta nei cieli silenziosi della conoscenza.

Così il mito norvegese dell’Olandese Volante, di un marinaio che, come il nostrano Ulisse, oltrepassando il Capo di Buona Speranza sfida Dio e per questo è condannato ad errare in eterno, diviene metafora dell’orgoglio umano nella non accettazione dei propri limiti. Così l’Amalasunta rappresenta la personificazione dell’Aldilà e dell’eros, lei che è regina ostrogota, dea del mito e insieme “la luna nostra bella, garantita d’argento per l’eternità, personificata in poche parole, amica di ogni cuore un poco stanco” (Licini, 1950).

Accanto alle Amalasunte arrivano infine gli Angeli ribelli che divengono veri e propri diavoli dalle lunghe code e dai corpi taurini, i quali condensano in se stessi celestialità ed eresia, ma che tendono maggiormente alla caduta più che all’ascesa: uno di essi è capace di abbagliare, luminosissimo, nell’oscurità totale della Chiesa di San Matteo, guarda caso sconsacrata, nel momento in cui vi si entra da fuori, dunque passando repentinamente dalla luce naturale ed esterna, al buio intimo della maestosa struttura ecclesiastica. Un’apparizione improvvisa e prepotente al centro della zona absidale, sospesa al di sopra di una mensa che non c’è più, inondata di luce laterale e calda che ne amplifica la presenza e la materialità proiettandone un doppio riflesso luminoso su muro.

 

Martina Marolda

 

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