Chris Cornell | Firenze Cavea del Nuovo Teatro dell’Opera | 29.06.2012
Chris Cornell | Firenze Cavea del Nuovo Teatro dell’Opera | 29.06.2012
Serata calda e appiccicosa, una brezza leggera accarezza il tetto del Nuovo Teatro dell’Opera. La “cavea”, nuova culla della musica fiorentina, offre una buona acustica e un colpo d’occhio niente male, unica nota stonata le scomodissime gradinate che ospitano il pubblico.
Niente di grave, i “pochi” intimi presenti, almeno duemila, sono qui per un motivo preciso: scoprire quale mistero si cela dietro la voce di Chris Cornell, un angelo prestato al grunge, che ripercorre oltre vent’anni di carriera con il tour dell’album Songbook, una raccolta di pezzi “chitarra e voce” tratti dalla sua folta discografia.
Il menestrello di Seattle si presenta sul palco pochi minuti dopo le 21, nonostante il malore che lo ha colpito dopo lo show di Udine, appare in forma smagliante. Per scaldare l’ugola sceglie alcuni brani tratti dai suoi recenti lavori solisti: l’intima e struggente Scar on the sky e la canzone di protesta Ground Zero, segue il primo revival dedicato agli Audioslave, i pezzi scelti sono Be Yourself e una commovente Wide Awake.
Chris Cornell, al secolo Christopher John Boyle, ormai prossimo ai cinquanta, appare pienamente consapevole della sua incredibile potenza vocale e dosa con sapienza acuti e falsetti in modo da non far calare mai la tensione durante l’interpretazione dei brani. Il ritmo delle canzoni è incalzante e molte sono suonate più velocemente rispetto alle versioni originali, l’esecuzione chitarristica è essenziale e senza sbavature.
Il vero mistero è da dove escano quelle note allo stesso tempo rauche e squillanti, che il pubblico accoglie con boati e applausi. Probabilmente è inutile arrovellarsi troppo, è proprio quello il segreto del suo successo: la risposta, infatti, è da ricercare più nell’otorinolariongoiatria che nella tecnica vocale. La sua voce funziona come uno strumento musicale: Cornell è in grado di controllare il dono che gli ha fatto madre natura e riesce a “suonarsi” come se fosse un oboe, o un corno.
La successiva parte dello show è dedicata al suggestivo progetto Temple of the Dog, che lo ha visto impegnato fra il ’90 e il ’92 con gli amici Pearl Jam. In questa fase il rocker intrattiene il pubblico con scherzi e battute, dimostrando di sentirsi completamente a proprio agio anche come solista. Call me a dog e Hunger Strike mandano il pubblico letteralmente in delirio, specialmente quello femminile, che oltre a subire l’indiscutibile fascino di Cornell, è maggiormente predisposto a riprodurre le tonalità alte caratteristiche della sua voce.
Prima di dedicarsi al periodo leggendario dei Soundgarden, l’usignolo del grunge molla per un attimo la chitarra per atteggiarsi da crooner gorgheggiando sulle note di un pianoforte provenienti da un vecchio giradischi, che, oltre a scricchiolare si inceppa puntualmente come nella migliore tradizione del caro vecchio disco in vinile, scatenando gli applausi divertiti della cavea.
Con Outshined, Blow the Upside World, Fell on Black Days e Burden in my hand il cantante statunitense, che recentemente si è riunito alla sua band storica, conquista definitivamente il pubblico fiorentino, che conosce a memoria i successi del quartetto di Seattle e quasi lo sovrasta cantando a squarciagola gli “altissimi” refrain che hanno fatto la storia del grunge.
Prima del break c’è ancora tempo per un paio di pezzi degli Audioslave (Like a Stone e Doesen’t Remind Me), per il discusso singolo Scream pubblicato qualche anno fa con il rapper Timbaland e per una cover mozzafiato dei Led Zeppelin: Thank you. La conclusione del concerto si avvicina e il pubblico appare più che soddisfatto, non è cosa di tutti i giorni avere un artista di questo calibro a Firenze, la sua voce, anche se meno potente di qualche anno fa rimane una delle più belle del rock e fa parte a pieno titolo del patrimonio della storia della musica contemporanea.
Chirs Cornell, al termine di un tenerissimo siparietto di air-guitar che vede protagonista la figlia, si congeda dal pubblico fiorentino con I’m the Highway e l’immancabile Black Hole Sun, cantata da tutti gli spettatori in piedi, come se fosse un inno (inter)nazionale (del grunge). Dopo oltre due ore di concerto tocca a One day in the life dei Beatles chiudere la scaletta, come a testimoniare che bastano poche cose per fare buona musica: una chitarra, una melodia e delle buone idee, se poi madre natura ha deciso di premiarti con una voce del genere, nella storia ci entri di diritto.
Andrea Angeloni
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