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Mugello Sottosopra | Intervista a Simona Baldanzi

Author // Redazione
Posted in // LETTERATURA, NEWS

Intervista a Simona Baldanzi, autrice di Mugello Sottosopra.

A cura di Serena Bedini

Hai una “doppia identità professionale”: sei scrittrice e giornalista. Quale dei due ruoli è più vicino alla vera Simona?

Non sono una giornalista anche se tengo una rubrica sull’Unità Toscana che si chiama L’incartauova e anche se per quasi dieci anni ho fatto ricerca sociale e ho utilizzato certi strumenti dell’inchiesta. Cerco di continuare a scrivere e a interrogarmi su tutto quello che mi succede intorno. Sono da sempre impegnata nella politica e non posso fare a meno di mettere il naso, la testa e il cuore dentro i temi sociali e ciò che ruota intorno al mondo del lavoro. Per mantenermi ne faccio molte fra cui un part-time da impiegata. Non mi sento particolarmente legata a un’etichetta professionale, in tutto quello che faccio cerco di essere me stessa. Curiosa e un po’ rompiscatole.

Vorrei parlare del tuo ultimo libro Mugello sotto sopra: è la ferita inferta al Mugello ad averti spinto a scrivere questa opera. Che cosa ti ha colpito di più durante i lunghi mesi in cui hai raccolto dati e ascoltato testimonianze?

Mi sono rimaste in testa le voci e i volti dei lavoratori dei cantieri, le loro storie, le loro solitudini. Mi colpisce ogni volta la loro vita sospesa, la terra e la famiglia che lasciano per incontrarla di nuovo una volta ogni tre settimane, il loro nomadismo,  la loro cultura del lavoro. C’è una frustrazione sul lavoro che non è misurabile in soldi, ma in dignità. Sentivo sempre che volevano essere riconosciuti per ciò che sanno fare. E poi mi ha messo in difficoltà descrivere il loro lavoro. Scrivere di cosa un uomo sa fare di mestiere, le mansioni specifiche,  i gesti e il linguaggio che usa non è semplice. Ho capito così che ci viuole molta umiltà e rispetto per entrare nel mondo del lavoro manuale e questa cosa dovrebbero averla presente tutti coloro, fra politica e sindacati, che rappresentano quei lavoratori.

Da questo testo traspare il tuo profondo senso di umanità, di vicinanza verso questi lavoratori invisibili, di cui nessuno si occupa me che ogni giorno modificano il nostro territorio in modo evidente. E’ un tema che ti è caro, visto il tuo romanzo Figlia di una vestaglia blu Bancone Verde menta, il tuo secondo romanzo, in cui la protagonista è una giornalista che fa inchieste. C’è un fil rouge che lega le tue opere?

Parto da quello che conosco e che vivo.  Da piccola rimasi affascinata da Salgari che descriveva la Malesia senza neanche esserci stato, o da Pratolini che riusciva a trasformare una storia di una via del centro di Firenze in romanzo. Leggendo loro, io che non ho avuto molte risorse economiche, ho capito che potevo scrivere di cose vicine e a me accessibili, che non importava sognare di fare lo scrittore a giro per il mondo. Dovevo mettere occhi e penna nel mio mondo intorno e questo non me lo impediva nessuno e in un certo senso, potevo permettermelo. Nei libri che finora ho scritto il filo che li unisce è fatto di colori, c’era il viola nel mio primo racconto, il blu nel mio primo romanzo, poi il verde e poi l’arancione. Non l’ho ricercata come cosa, ma ho capito che ho una memoria visiva. La prima cosa in mente che ho di un ricordo è il colore e la luce che trasmetteva, da lì, mi ricordo un dialogo, una scena, costruisco tutto intorno a quello.

Un’altra tua iniziativa è Storie mobili. Vuoi spiegare ai lettori di i.OVO di che si tratta?

Storie mobili è un progetto ideato da me insieme a Federico Bondi, regista e Leonardo Sacchetti, giornalista. Con un camper colorato abbiamo raccolto video storie di qualche minuto delle persone che si fermavano ai centri commerciali Coop le domeniche. Racconta e condividi la tua storia, era lo slogan stampato. Queste storie sono visibili  e ascoltabili sul sito www.storiemobili.it. Stiamo cercando di portarlo avanti anche in altri luoghi. A novembre scorso abbiamo raccolto storie al Festival dei Popoli al cinema Odeon a Firenze e stiamo cercando di proporlo a festival e altri eventi.  Non si tratta solo di conservare memorie, ma di farle vibrare di energia, storie come motore per il futuro.

E’ corretto dire che sia come giornalista sia come scrittrice, il tuo intento è quello di dare risalto e parola alle persone comuni, per raccontare una Toscana nascosta?

Le persone comuni possono nascondere storie straordinarie, se le si sa ascoltare. Ho sempre poi avuto un’attrazione per le cose e le vite dei semplici o anche per quelle che non funzionano bene o stanno ai margini. Alle elementari scrissi una storia su un ombrello rotto. Forse cerco ancora ombrelli rotti in giro per la Toscana.

Un’anticipazione sulla tua prossima inchiesta?

Forse come gruppo di ricerca sulla salute e sicurezza nei luoghi di lavoro, ci rifinanziano un progetto sui cantieri della tranvia e della terza corsia. Vediamo se va in porto.

Simona Baldanzi è scrittrice, curatrice della rubrica L’incartauova sull’Unità Toscana. Vive e lavora in Toscana.

Serena Bedini è caporedattrice di i.OVO, Rivista di arte e cultura contemporanea.

 

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