Maternity Blues
“Non tutte le donne nascono madri”
Madri assassine. Fin dall’antica Grecia, l’uomo si è interrogato sull’infanticidio, il gesto più terribile e devastante che una donna possa fare. Di Medee ce ne sono state sempre tante e nell’era moderna, quella della psicoanalisi e della ragione, l’uccisione del sangue del proprio sangue è stata spiegata con l’acutizzarsi di una sindrome, quella post partum o “maternity blues”.
Negli ultimi anni, la pornografia dell’orrore ha portato alla ribalta delle cronache plastici, cosiddetti esperti e perizie. Ci si è concentrati crudelmente sui delitti tralasciando le cause. La sindrome di Medea non può e non deve essere brutalmente spiegata come insanità. Dietro c’è molto di più. C’è la solitudine di donne lasciate sole dalla famiglia, ma anche e soprattutto da una società che dà per scontato che tutte le femmine vogliano diventare madri e lo sappiano fare per natura. C’è la stanchezza fisica e la dimensione psicologica di insicurezza, fragilità e inadeguatezza. Ed è proprio questo che il film di Fabrizio Cattani cerca di proporre.
Clara, Eloisa, Vincenza e Rina, insieme a tutte le altre ospiti dell’ospedale psichiatrico giudiziario di Castiglione dello Stivere, non vengono giudicate, non vengono assolte. Vengono ascoltate. Il film infatti non si concede al patetico o al lacrimoso. La macchina da presa restituisce quasi “chirurgicamente” le immagini di queste donne che tentano loro stesse di capire, a volte di giustificare, a volte di dimenticare, il più atroce dei delitti. Gli infanticidi non sono mai messi in mostra, si intuiscono, si scorgono appena. Non c’è nessuna volontà di ostentazione e tutto scorre con misura e sobrietà. L’opera infatti, si basa sul racconto, sulle parole e sui dialoghi e, in questo, il film denuncia la sua chiara provenienza teatrale, la piéce “From Medea” di Grazia Verasani, che insieme al regista firma la sceneggiatura.
Nonostante la materia scottante e difficile, il regista regala allo spettatore un’ottica diversa in cui la donna è riposizionata al centro come essere umano: donne colpevoli e innocenti nello stesso tempo.
Di grande impatto l’emozionante prova di Andrea Osvart nei panni della protagonista così come del resto del cast femminile: un gruppo affiatato, giustamente unito, capace di ritratti veri, approfonditi e onesti su cui spicca Monica Birandeanu. Buona anche l’interpretazione di Daniele Pecci, alle prese con un padre ferito che riconoscendo i suoi errori tenta di riallacciare i rapporti con la moglie.
Francesca Versienti
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