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Jan Fabre | Preparatio Mortis

Author // Redazione
Posted in // TEATRO

Jan Fabre: Preparatio Mortis

Teatro Fabbricone, Prato

28 aprile – 29 aprile

 

Il nuovo assolo del coreografo belga Jan Fabre è dedicato al corpo e alla sua trasformazione. Prendendo di petto il tabù della contemporaneità: la morte.

L’odore. E’ assordante. Assalta gli occhi e la bocca. Si appiccica alla paura di finir male come colla a presa rapida. Fiori freschi. Quell’odore rende fisica la morte più del corpo in decomposizione. Sopra e intorno alla tomba. Fin dove c’è terra. Un sudario arcobaleno lasciato dalla pioggia del pianto. Un tappeto di trame congiunte dai ricordi. Succederà, a tutti. E sarà come adesso.

Preparatio Mortis del coreografo visionario Jan Fabre comincia come discesa agli inferi. Buio freddo. Claustrofobico. Muri neri chiudono lo sguardo. Non si vede al di là dei pensieri. La tomba è già quella, la poltrona. Sei morto e nessuno te l’ha detto. La luce arriva fioca l’attimo dopo che la sopportazione ha preso a spasimare nel teatro trasformato in cripta.

Un’onda corre sotto il lenzuolo a fiori del letto eterno. Risale in superficie dall’imbuto del tempo. Serpente sinuoso del peccato mortale di essere nati. Si scoprono una mano, un braccio, una testa, due piedi nudi. Una donna si dibatte nel rigor mortis. Dà giunture e graffi alla sua resurrezione. L’intimo è nero. “La morte ci fa vedere la vita da un’ottica diversa” – dice Fabre. Esistere in ogni movimento, ogni fiato e ogni sguardo.

Lisa May, ballerina vigorosa, reattiva, sorge dalla pira dei fiori accesi di quell’odore denso. E sono ancora fiori, corone di fiori gettate dalla sposa che si concede senza fare domande. Lo scontro è motore di rinnovata energia. Ne nasce un corpo a stelo: li spezza, li strappa, li stupra. Un freddo avvicinarsi, ghermirsi e arrendersi tra le braccia di quei muscoli d’erba che non danno amore, perché fasciano respiri spenti. Il tappeto floreale diventa un campo di battaglia. Botte, schianti. Volano petali mozzati, steli divelti. Non c’è sangue, ci sono acqua e sudore.

Torna il buio, ma non è finita. La donna che ha fatto m’ama non m’ama con la fine giace nuda in una teca trasparente piena di luce. Torna feto al ventre che l’ha generata per morire. Ogni giorno. La data incisa su un lato segna, infatti, solo la nascita. Ferma, immutabile. La morte si muove, cresce, cambia data con il cambiare delle repliche dello spettacolo.

Spiccano in volo alcune farfalle. Saltano giù dalla rampa delle sue mani, dal monte del suo sole che non splenderà un’altra volta. Con del gesso bianco schizza sul vetro figure di animali, un tratto di cielo, l’origine del tutto. Le parole appannano il vetro. L’ultimo fiato macchiato dal frutto rosso della conoscenza: la vita è un battere di ali nel chiuso di una fossa.

Matteo Brighenti

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