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Intervista a Monica Giarré

Author // Redazione
Posted in // NEWS, OLTRE LO SPECCHIO

Intervista a Monica Giarré

a cura di Serena Bedini

Due chiacchiere con Monica Giarré per i lettori di i.OVO: alcune delle sue opere sono esposte fino al 31 maggio presso il Museo del calcio  F.I.G.C., a Coverciano, Firenze nella collettiva curata dalla Galleria del Teatro Romano di Fiesole.

 

Volti di donne, incroci di sguardi, forme geometriche: l’intensità delle opere di Monica Giarré (Tosi, Firenze, 1961) nasce da un’alchimia strana, quasi magica che permette alla pittrice di comporre quadri eleganti, caratterizzati da tinte forti che pur nei contrasti creano un’inaspettata armonia. Ne perviene una sensazione di ordine, di esattezza dei dettagli, di rigore e chiarezza attenuati e mitigati dalla profondità degli sguardi delle figure, dalla grazia delle pose, dalla delicatezza della composizione finale.

«Ecco, guardi, qui dovrei avere alcune foto di come dipingevo prima… ecco… ma dove sono?», dice Monica Giarré, quasi scomparendo dentro le ante di un armadio nei cui ripiani si trovano le testimonianze del suo percorso artistico. Mi sorride e mi porge alcune cartelline plastificate piene di foto di nature morte, ricche di colore e molto materiche: «Qui lavoravo anche con la spatola!», indicandomi gli evidenti strati di colore non perfettamente omogenei. Ed in effetti il cambio è notevole: dai vasi ricolmi di fiori, dai frutti lussureggianti delle nature morte agli ultimi lavori così intensi fatti di incroci di sguardi, di dialoghi silenziosi tra le figure femminili di ninfe, giovani donne o dee, e gli animali nei quali si sono trasformati o che le rappresentano. Gatti, cani cerbiatti e poi frecce, linee curve o rette, figure geometriche in un continuo rimando di forme che si riecheggiano all’interno di una stessa opera componendo un insieme equilibrato, sobrio, mai pesante, decisamente fatto per un pubblico colto, non per tutti.

Serena Bedini: «C’è stato un grande cambiamento dagli inizi a oggi, da cosa è nata l’esigenza di cambiare?»

Monica Giarré: «Da un bisogno di pulizia. Un giorno ho sentito che non riuscivo più a dipingere con tutta quella materia e quei colori. Avevo bisogno di pulire la tela… e così ho iniziato a fare posto, a mettere ordine…»

S.B.: «Quali sono state le tappe di questo passaggio?»

M.G.: «Ho cominciato a dipingere dei bicchieri, ne indagavo le forme, le geometrie e le rifrazioni della luce, per questo usavo anche l’oro. Poi ho cominciato ad aggiungere figure umane…»

S.B.: «Sempre femminili, direi…»

M.G.: «È vero! Sono sempre femminili e hanno a che fare con la mitologia greca: leggo Ovidio e cerco di trasporre le sue storie di metamorfosi sulla tela».

S.B.: «Sono composizioni molto complesse, sembrano puzzle, giochi di logica…»

M.G.: «E lo sono in effetti! Alla fine, però, torna tutto! A volte è difficile e sto molto tempo su una tela, ma poi poco a poco il quadro si compone da solo e… torna tutto!».

Negli occhi di Monica leggo la sorpresa, il divertimento, il piacere di realizzare quanto si ha nei propri pensieri e nel vederlo sulla tela, comprendendo che era bello come si era immaginato: si chiama entusiasmo, forza vitale… la stessa che emanano le sue opere e che si sente nell’osservarle.

S.B.: «Come continuerà la sua ricerca?»

M.G.: «Non so ancora, ma ho molte idee: ad alcune sto già un po’ lavorando… ma c’è ancora tanto da fare e da dire in pittura, davvero tanto, non finisce mai!».

 

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