apr
24

Romanzo di una strage

Author // Redazione
Posted in // CINEMA

Milano. 12 dicembre 1969. Piazza Fontana. Alla Banca Nazionale dell’Agricoltura una bomba provoca 17 morti e 88 feriti. È l’inizio della fine. L’inizio del periodo più buio per il nostro paese e la fine dei sogni di una generazione.

Il film di Marco Tullio Giordana racconta tutto questo. O meglio, cerca di raccontare tutto questo, perché addentrarsi in una materia così complicata e sconfinata è sicuramente difficile.

Liberamente tratto dal libro Il segreto di Piazza Fontana di Paolo Cucchiarelli e ispirato al famoso articolo di Pierpaolo Pasolini sul “Corriere della Sera”, Cos’è questo golpe, il romanzo delle stragi, da cui prende il titolo, “Romanzo di una strage”  non è tuttavia un film politico. Al contrario Giordana assume l’atteggiamento di chi vuole raccontare tutto, di chi vuole coinvolgere tutti ma non vuole scontentare nessuno, come dimostra il fatto che le morti più inquietanti e ancora avvolte dal mistero come quelle di Pinelli e Calabresi vengono riprese sempre in fuoricampo.

L’opera, seppur meritoria nelle intenzioni, non riesce ad esimersi dal diventare assertiva e didascalica. Tuttavia, onore al merito degli sceneggiatori Stefano Rulli e Sandro Petraglia che hanno dovuto destreggiarsi tra un’enorme mole di documenti, interviste e dossier. 40 anni di segreti, verità nascoste, piste inconcludenti che Giordana ha cercato di risistemare in maniera didattica e cronologica. Dalla pista anarchica messa inizialmente in campo, al racconto della morte di Pinelli, dalle indagini di Calabresi alla sua morte, dall’emergere della pista nera al coinvolgimento dello stato, tutto viene raccontato usando la struttura del romanzo, ripresa nella divisione in capitoli e nell’uso delle didascalie per definirli.

Un film corale che parte dalla strage e si sviluppa raccontandone lo sviluppo delle indagini. Al regista infatti non interessa rivelare i colpevoli (nonostante il sottotitolo del film reciti “La verità esiste”), ma sviscerare quanti più fatti possibile. Ed è proprio qui che il meccanismo della narrazione si inceppa. La parte emotiva, interiore e più profonda dell’animo dei protagonisti viene accantonata e lasciata da parte. I personaggi diventano così delle macchiette che si muovono sullo sfondo della Storia.

Nonostante l’impegno profuso da Favino (Pinelli) e da Mastrandrea (Calabresi), lo spettatore non riesce ad essere coinvolto fino in fondo. A parte questi difetti, rimane comunque un film da vedere per continuare a mantenere viva la memoria.

Francesca Versienti

 

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