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19

Paul Fryer | Lo Spirito Vola

Author // Redazione
Posted in // ARTE

Paul Fryer – Lo Spirito Vola

17 marzo – 4 settembre

Museo Gucci

Essere o apparire? Avere o essere? La moda diventa storia, l’arte immobile realismo. Pietrificata, l’esistenza si nasconde, rimanendo in vetrina. Ed ecco l’uomo.

 

Ritratto Paul Fryer: Photo by: Carla BorelSi iniziava come artigiani, in piccole botteghe; se gli affari andavano bene veniva ampliato il personale: tanti artigiani, per un prodotto finemente curato. Da qui i negozi, le vetrine, l’ammirazione, qualche star che compra un tuo oggetto, e su via in un’ascesa fino a diventare uno di quegli imperi della moda che sono e continuano a fare storia. Visitando le sale del Museo Gucci a Firenze si percorrono le tappe di questo cammino, fino a scoprire che persino un paio di pinne erano state griffate dalla maison. Oggetti immobili, in vetrina, nel luogo originario che per primo li accoglie da sempre. C’è anche una cadillac tappezzata Gucci. Lussuosi abiti, e valige, borse… Salendo al primo piano ecco profilarsi una stanza buia, molto buia, tanto che viene da pensare al povero ragazzo costretto a star lì di guardia. Tre opere la abitano. Una rivisitazione mistica della tecnica di Madame Tussauds. Un Cristo sulla sedia elettrica, un’Ofelia annegata, un uovo nero sospeso sopra una corona di spine. Un’Ofelia senza fronzoli, senza fiori nella vasca, con le braccia aperte, che rimandano anch’esse a una sorta di crocefissione. Abito nero, dita dei piedi leggermente retratte, capelli veri per dare quel tocco di iperrealismo e per sfogare una certa pazienza maniacale nel fissarli uno per uno con un ago. Ed ecco Gesù. Piccolo, scala 2/3, e per questo umano, troppo umano, nell’intento dell’artista di generare tenerezza nello spettatore. L’esecuzione è già avvenuta, i lacci sono slegati, eppure l’addome sembra contrarsi leggermente in un ultimo sospiro. L’iconografia è quella classica: segni di flagellazione, corona di spine, buchi dei chiodi con sangue rappreso. Anche qui capelli reali, per sfogare questa vocazione certosina dell’artista, e per rendere l’arte più vera del vero. Il tutto sembra culminare in Ecce Homo (2005), l’uovo che non si capisce bene se si stia elevando oppure stia crollando tra le spine intrecciate. Ma l’uovo, questa forma così primordiale, sebbene nero, sembra sempre portare con sé un qualche messaggio di speranza. L’Ofelia, poco più in là, potrebbe simboleggiare in parallelo l’«ecce ancilla domini». L’artista è l’inglese Paul Fryer (Leeds, 1963) e si può dire che la mostra curata da Francesca Amfitheatrof dia un tocco di umanità, sebbene pietrificata, al museo fiorentino, dove ciò che viene esposto sono oggetti, nella loro indubbia presenza scenica, ma anche nel loro aspetto oramai disumanizzato. Avete sicuramente un po’ di tempo per dare un’occhiata e riflettere.

Alessandra de Bianchi

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