Gli Omini
Gli Omini
Tappa. Memoria del tempo presente.
Teatro Aurora, Scandicci (Fi)
12 aprile
Gli Omini: Tappa. Memoria del tempo presente. Cabaret di Scandicci in costruzione. Reportage spettacolare con le parole della gente. Un evento che non rivedremo, perché è nato e morto il 12 aprile.
Un cono segnaletico. La città-cantiere arriva fin lì. Davanti al sipario. I lavori sono in corso. Fuori e dentro la scena. Transenne, divieti di accesso, obblighi di svolta a destra, a sinistra, segnali di pericolo. La pianta del progresso ha strade e Sole sempre a picco, anche di notte.
E’ l’atto finale della rassegna Auroradisera 2012, curata dalla Fondazione Toscana Spettacolo: sul palco del Teatro Aurora di Scandicci “Tappa. Memoria del tempo presente” di e con Gli Omini. Frammenti di vita raccolti lungo i bordi della tramvia, tra i banchi del mercato, sulle sedie girevoli dei barbieri. La città negli occhi di giovani e non più giovani, i vecchi, ossa e acciacchi che arrivano da lontano e resistono allo scorrere del tempo per difendere le piccole conquiste di un’esistenza, come non apparecchiare la tovaglia. Uno scorrere vigliacco, perché il tempo passa per tutti, ma non per sé.
Riccardo Goretti, Francesco Rotelli, Luca Zacchini e Francesca Sarteanesi hanno voci impastate con la terra delle migrazioni, della fede, della morte. “S’è visto la guerra”.
Tic linguistici, doppi passi, storpiature e avvitamenti semantici che per tutta la durata dello spettacolo mandano in buca sorrisi e risate, come una carambola partita con la stecca giusta. Una ricostruzione quasi archeologica di dialetti e inflessioni, che non si trovano nei registri comunali, perché sono tramandati dai passi di nonno in figlio.
Con il magnete di parole antiche, riprendono possesso della città, indirizzata adesso dai segnali stradali riscritti da Anacleto Abraham Clet, artista francese che da anni vive e lavora a Firenze. Clet si alza dalla platea e come uno spettatore qualunque sale con un balzo sul palcoscenico. Quei cartelli, da monotoni, pur se colorati, si scoprono creativi. Il pericolo diventa un angelo che cade, l’obbligo di svolta a sinistra la freccia che trafigge un cuore, il divieto d’accesso l’Uomo vitruviano. La strada chiusa accoglie nella sua T una crocifissione. Omini anch’essi, ombre del mondo che abbiamo perduto per essere già oggi nel domani. C’è segnata la direzione, ma non il motivo per andarci.
Nella trascinante lamentazione urbana del finale, un botta e risposta con degli studenti del Liceo Scientifico Russell Newton, la città-cantiere prende chiaramente residenza a Scandicci nel nuovo centro in costruzione.
“La vita la buttava e mangiava la buccia”.
Gli Omini ci mettono sopra il piede dell’ironia e cadono in slapstick toscano. Rimettendo l’uomo al centro del cemento.
Matteo Brighenti
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