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Monica Guerritore: Mi chiedete di parlare

Author // Redazione
Posted in // NEWS, TEATRO

Monica Guerritore
Mi chiedete di parlare
Teatro della Pergola, Firenze
Dal 27 marzo – al 01 aprile

Il coraggio della rabbia. Arriva alla Pergola di Firenze Monica Guerritore con “Mi chiedete di parlare…”, monologo dedicato ad Oriana Fallaci, giornalista e scrittore.

Un ritaglio che si è mangiato la luce. Nero come l’inchiostro con cui armava la sua penna. Avanza a passi calmi e misurati Oriana Fallaci. Fuori dal buio, dentro la luce del palco del Teatro La Pergola. Guarda la sua casa: le sedie e poltrone, lo studio con la macchina da scrivere, le due librerie. Tutto è impacchettato. Pronto per essere portato via, ma nessuno, ancora, è venuto a prenderlo. Il trasloco dalla memoria alla vita deve farlo lei stessa. Tornare alla guerra che l’ha fatta, arrivare alla malattia che l’ha invece disfatta.
Un corpo a corpo con il viso e le mani di Monica Guerritore, che scrive, dirige e interpreta Oriana Fallaci in “Mi chiedete di parlare…”, a Firenze fino a domenica 1° aprile.
La voce registrata di una giornalista le mette addosso la lente d’ingrandimento per guardarla dritta negli occhi, un plotone di domande come lei aveva fatto con Yasser Arafat, Indira Gandhi, Golda Meir o l’ayatollah Khomeini. Sui mobili coperti di cellophan scorrono allora i fantasmi di un secolo e più. Il bombardamento di Firenze e lo schiaffo del padre – “Una bambina non piange” e Oriana non pianse mai più – il Vietnam, Hollywood, l’amore per Alekos Panagulis, la morte della madre. Una rincorsa continua di chiari e scuri, con una straordinaria e camaleontica Guerritore che cerca di nascondere il viso di Oriana quando la luce si fa troppo forte, quando si parla della donna e non dello scrittore.
Rabbia per l’undici settembre, per quello che lei considera il peggiore dei totalitarismi, il terrorismo islamico. Guerritore si contorce in un fascio di dolore e la sua voce cade incontro ai falling man che sono andati a riprendersi la loro vita in fondo alle Torri Gemelle. Non tace, Oriana Fallaci, piuttosto sceglie la malattia. “Colpa mia. Tutta mia. Con l’undici settembre smisi di curarmi”. Il cancro, c’è morta tutta la sua famiglia. Ci morirà anche lei. Ma quali sigarette, viene dai pozzi di petrolio dati alle fiamme durante la guerra in Qatar, dice strappando gli unici sorrisi della serata. In testa, però, non porta l’elmetto, ma una parrucca, per nascondere capelli che non ci sono più. Sono andati a comporre sul referto la parola “fine”. In scena la luce scivola via come due palpebre che si chiudono. Oriana Fallaci torna nel buio dal quale è uscita, il buio del ventre materno. Al posto degli occhi, vivi come spade rimangono i suoi libri. Tutto quello per cui è valso la pena vivere, anche dalla parte del torto.

Matteo Brighenti

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