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Intervista a Marco Vichi

Author // Redazione
Posted in // LETTERATURA, NEWS

Da poco uscito il suo nuovo romanzo è già in testa alle classifiche: una trama appassionante che ha per protagonista il commissario Bordelli, personaggio di grande umanità. Marco Vichi gioca con noi di i.OVO e ci concede un’intervista su Bordelli, il destino e…

Serena Bedini: Il commissario Bordelli, è un personaggio molto particolare: ha un carattere forte, ben definito, ma non senza debolezze. In questo nuovo romanzo è palese la sua umanità e vulnerabilità ma al contempo anche la sua capacità di rimettersi in gioco ancora una volta. Sembra quasi una persona che esiste realmente… è così?

Marco Vichi: Certo che esiste… Ogni tanto vado a trovarlo e lui mi racconta una storia.

S.B.: In La forza del destino Bordelli si sente sconfitto: ritieni che sia necessaria la sconfitta per ricominciare a credere in qualcosa o ogni sconfitta ci costringe lentamente ad abbandonare la presa?

M.V.: Dipende dal carattere di ognuno. C’è chi vive la sconfitta come una piccola morte e chi invece dalla sconfitta esce con un senso di libertà che gli permette di trasformare la vita.

S.B.: Il destino esiste veramente o è solo un utile espediente per scrittori?

M.V.: Non saprei mai dare una risposta, ma una volta, molti anni fa, su insistenza di un amico mi sono fatto leggere la mano da una signora: non ha sbagliato nulla, ogni cosa che mi ha detto si è verificata… e l’ultima “profezia” era distante quattro anni. Non mi farò mai più leggere la mano da nessuno, non voglio sapere nulla del futuro. Ma mi è rimasta dentro la sensazione che il Destino esista, anche se per indole sono più portato a credere nel Caso.

S.B.: Prima che il destino entri in azione, Bordelli si arrende apparentemente e si dà all’otium tanto amato dagli scrittori classici latini: la coltivazione delle piante, la vita tranquilla diventano il suo rifugio. Non è la prima volta che nei tuoi libri appare questo tipo di “fuga”, mi riferisco ad esempio a Nero di luna (2007) in cui il protagonista faceva una scelta simile per ritrovare la sua ispirazione di scrittore. Anche tu cerchi sostegno e rifugio nella quiete della campagna?

M.V.: Sono nato e cresciuto a Firenze, ma vivo in campagna da quasi trent’anni. Mi piace camminare, mi piace il silenzio. Nessuno mi riporterà in città, anche se a volte il ritmo della metropoli mi diverte (non parlo di Firenze, ovviamente).

S.B.: La violenza è pane quotidiano per Bordelli che suo malgrado si confronta con la bassezza degli uomini e per Marco Vichi descrivere violenze è un modo per difendersi dall’aggressione delle immagini e delle storie a cui quotidianamente i media ci sottopongono?

M.V.: Non saprei dire come mai ho la tendenza a raccontare la parte peggiore dell’uomo, forse è un esorcismo, o forse è un modo per conoscere più da vicino ciò che mi spaventa. Ma mi piace anche scrivere storie con i toni della commedia. Comunque sia, anche raccontando la storia più cupa cerco sempre una scrittura “leggera”.

S.B.: Scrivere un buon noir significa imbastire una buona trama che riesca ad indurre nei lettori emozioni molto forti, tensione, per non dire paura. Sei d’accordo?

M.V.: Mi permetto di dissentire. Questa idea che un buon romanzo, soprattutto un noir, sia costituito da una “buona trama” è un grande inganno. È per questo che molti romanzi di genere sono scritti male, proprio perché ci si è fidati di una bella trama studiata a tavolino. L’illusione viene dal fatto che un bel romanzo ovviamente racconta una “storia”, e dunque si ha l’impressione che sia appunto la trama a farci emozionare. Ma così non è. I romanzi belli, quelli che ci coinvolgono in profondità, sono fatti di “scrittura”. È la scrittura che ci trascina dentro le vicende. La trama è secondaria. Molti romanzi meravigliosi di ogni epoca hanno trame di poco conto, mentre la cattiva scrittura fa un buco nell’acqua anche se ha per le mani una storia bellissima.

 

Marco Vichi è scrittore. Vive in Toscana.

Serena Bedini è caporedattrice di i.OVO. Vive e lavora a Firenze.

 

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