Heroin in Tahiti | Death surf | Boring Machine | 2012
Gli Heroin in Tahiti sono uno dei gruppi più chiacchierati del sottobosco italiano. E a ragione. C’è una questione di hype, visto che il duo è composto da Valerio Mattioli (nel giro Borgata Boredom e giornalista musicale su Blow up) e Francesco de Figueiredo (Nero magazine), c’è una questione di musica, quella di cui ci interessa parlare.
Death surf è un disco appartenente a quelle sonorità che certo non si possono dire mainstream ma che comunque stanno godendo di una sempre maggiore attenzione tra ascoltatori e addetti ai lavori. E’ – tanto per semplificare – quel mix di esoterismo, fascino tropical e psichedelia drogata, a cui tante etichette stanno facendo riferimento. Per citarne alcune ci sono le nostrane Boring machine (per la quale esce il disco), Avant records, No=fi recording, le europee Kill Shaman e Born Bad, fino alla punta di diamante, l’americana Not Not Fun. Certo i risultati differiscono notevolmente ma una estetica comune tra fascino underground, approccio d.i.y. e artworks weird-fumosi si può comunque rintracciare. Il passo in più che gli Heroin in Tahiti compiono è quello della rielaborazione di questo calderone secondo un gusto prettamente italiano. Tra drones reiterati all’infinito e rock’n'roll in slow-playing, le citazioni – a detta degli stessi protagonisti – sono per Morricone, Bruno Nicolai, Alessandro Alessandroni, e perché no per le library della Rai. E’ l’appropriazione di uno stilema musicale che qui non è nato ma che qui può vivere di proprie peculiarità, come dimostrano Spaghetti Wasteland, Sartana o Campomorto.
Lo chiamano droneabilly il loro stile, ed effettivamente rende bene l’idea. Ma al di là delle classificazioni il punto di forza di Death surf rimane questo mix tra ascolto cool e valore culturale. Ed è proprio con queste armi che gli Heroin in Tahiti ci conquistano.
Stefano Gaz
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