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Intervista a Studio Plus Plus

Author // Redazione
Posted in // OLTRE LO SPECCHIO

… dalla Sicilia con rigore ma non senza poesia, tre giovani artisti riuniti in un collettivo con base a Firenze. Studio ++ = Fabio Ciaravella + Umberto Daina + Vincenzo Fiore, intervistati da Nicola Cecchelli alla luce dei loro ultimi e importanti progetti espositivi…

Nicola Cecchelli: Chi siete e perché avete scelto di riunirvi in un collettivo?

Studio ++: Siamo principalmente tre amici. Nel tempo abbiamo scoperto di avere un modo compatibile di vedere il mondo, in seguito Studio ++ ha delineato il campo delle discussioni che stavamo facendo. Il termine collettivo, anche se molto efficace, non è esattamente corretto, poiché Studio ++ non raccoglie tre esperienze individuali, ma ha dato una forma stabile a una crescita che continua tutt’oggi.

N.C.: Perché la scelta di Firenze come base operativa?

Studio ++: Un po’ per caso… un po’ perché ci siamo rimasti… siamo arrivati a Firenze, ognuno indipendentemente dall’altro, dieci anni fa per studiare architettura, poi ci siamo sempre trovati molto bene e quindi nessuno di noi ha mai sentito una vera esigenza di cambiare città. Almeno fino ad adesso…

N.C.: Studio ++… come nasce questo nome?

Studio ++: Intanto da una lunghissima discussione fatta di proposte improbabili. Alla fine abbiamo deciso un nome che avesse un’attinenza con il nostro metodo di operare. In questo c’è un percorso progettuale da “studio d’architettura”, dove le discussioni e i confronti portano un valore aggiunto alla sintesi dei lavori. ++ (plus plus) indica, appunto, l’incremento visto come qualcosa in più nel procedimento ordinato che sta alla base di tutti i nostri ragionamenti.

N.C.: In ambito artistico un fenomeno interessante che ha contraddistinto la seconda metà del secolo scorso e continua a farlo ancor’oggi è riconducibile alla volontà espressa da vari artisti di coalizzarsi in gruppi, più o meno nutriti, abbandonando così il parto del singolo autore a favore di una creativa coabitazione. Come leggete questo fenomeno?

Studio ++: Quella a cui ti riferisci è una dinamica diversa dalla nostra. Come abbiamo puntualizzato poco fa, noi non abbiamo unito esperienze personali ma abbiamo dato continuità a un percorso iniziato insieme. Riferendoci, invece, alla creazione di veri e propri collettivi pensiamo che non si possa dare una risposta univoca, poiché ognuno degli artisti che ha scelto di fondere le proprie esperienze in un gruppo deve aver avuto delle esigenze personali profonde. Questo perché lavorare in gruppo significa, per chi ha un percorso consolidato da singolo alle spalle, dover ricostruire un equilibrio tra l’apporto personale nel lavoro e l’identificazione sul lavoro stesso. Per non parlare del radicale mettersi in discussione che l’operazione comporta… siamo però convinti che nel momento in cui si fanno questi passi c’è una tendenza alla ricerca e all’approfondimento sul proprio obiettivo.

N.C.: Uno per tutti e tutti per uno… come nascono e come si sviluppano i vostri progetti?

Studio ++: Se bisogna scegliere… più tutti per uno, nel senso della comune finalità operativa. In genere si parte sempre da un’idea, una riflessione nuova o derivata da altri lavori o ancora da discussioni solo temporaneamente messe da parte, tutte comunque hanno in qualche modo una relazione con le nostre esperienze personali. Successivamente si continua seguendo una metodologia operativa che non è molto distante dalla scultura. Innanzitutto s’inizia a guardare il tema scelto dal lato che per noi è più interessante e pezzo per pezzo si sottraggono o aggiungono parti dal blocco tematico iniziale. L’obiettivo è sempre quello di ottenere una forma che sia la più coerente possibile con l’iniziale intento espressivo, ma che, ovviamente, nel percorso di definizione trova delle calibrature anche di contenuto: è sostanzialmente un lavoro di sintesi. Tutto avviene attraverso la discussione o al massimo con l’aiuto di qualche schizzo per definire le proporzioni dei lavori. Alla fine viene la parte della realizzazione che nella maggioranza dei casi prevede il confronto con artigiani, aziende etc… lì il lavoro si confronta con la reale fattibilità ma in realtà è già finito.

N.C.: Leggo nella vostra ricerca una tendenza a far percepire l’opera nel suo progredire temporale, Domani è un altro giorno (2009) o Istante (2008), strutturando taluni interventi quadrimensionalmente. Che cosa mi dite su tale attitudine?

Studio ++: Il tempo non è un contenuto che cerchiamo di inserire per forza nei lavori e quando è utilizzato assume ogni volta un ruolo diverso. Per esempio nelle tue due citazioni assume accezioni molto differenti tra loro. Per Domani è un altro giorno il tempo è la chiave di lettura di un discorso più ampio che stavamo affrontando sull’autonomia/paralleleità della dimensione web rispetto al tempo e allo spazio reale. Pensato in questo modo, il web, si configura come l’unico sistema logicamente accettabile in grado di contenere una continuità temporale infinita. La scelta del soggetto, infine, vuole rimandare a una concezione ciclica. Per Istante, invece, il tempo è la ragione di un equilibrio di forme. Quello che però rimane costante nel nostro interesse sul tempo è la sua capacità di innescare una suggestione che supera la semplice forma scultorea e dirige invece l’attenzione sul ragionamento alla base dei lavori. In questo modo è accettabile poter concepire quelle forme o immagini come qualcosa di più rispetto a quello che si vede: il tempo le rende dinamiche o se vuoi cariche di una tensione vitale.

N.C.: Pensando al vostro lavoro con le polaroid, Senza titolo (2008), o a Selfportrait (2008) non posso far a meno di notare un esplicito riferimento al complesso rapporto che gli individui, sia a livello individuale sia a livello sociale, intrattengono oggi con la memoria. Voi che relazione avete con quest’ultima?

Studio ++: Effettivamente anche la memoria è un tema legato al tempo. I due lavori di cui parli, messi a confronto, possono affrontare il grande dilemma del supporto al quale si affidano le testimonianze della nostra esistenza o per meglio dire cosa resta veramente quando tutto inizia a cambiare. Con Selfportrait, infatti, volevamo rilevare come il vero dato permanente per la nostra contemporaneità è il codice digitale. Proprio in quanto codice, quindi, non è molto diverso dagli altri sistemi organizzati di segni che ci hanno permesso di conoscere le civiltà del passato. Nella progressione di polaroid che svaniscono, invece, si svela la relatività di riportare questo codice in un’immagine che è legata ai limiti del supporto che la riproduce, quindi non duratura per definizione. Preservare la memoria è sicuramente uno dei bisogni fondamentali dell’uomo al pari del riprodursi, un’esigenza archetipica che accompagna l’individuo oltre il tempo. L’arte in un certo senso ha a che fare con la ricerca di qualcosa che possa rimanere per sempre, una specie di drammatica ricerca dell’immortalità…

N.C.: Più di rapporto con la tecnologia e i suoi vari mezzi espressivi ritengo che v’interessi più dialogare con la razionalità in senso esteso. Un altro aspetto,infatti, che più mi ha colpito nella vostra ricerca è la volontà di cimentarsi in laboriose misurazioni, riflessioni di natura tecnica o algebriche esplorazioni. Allo stesso tempo, però, tale fredda inclinazione è mitigata da interventi caratterizzati da un’alta carica poetica, come nell’installazione Senza titolo (2007) o in un’installazione coeva dove una condanna a morte permette progressivamente il progredire di un’altra vita. Come vi orientate tra questi due poli che potremmo definire opposti?

Studio ++: Noi riteniamo che la capacità di accostare elementi semplici ottenendo risultati che vanno oltre la prevedibile somma iniziale sia un importante attributo della razionalità. Partire da soggetti razionali o freddi vuol dire per noi costruire un procedimento logico di lettura del lavoro. Sono poi la contestualizzazione, le proporzioni, gli accostamenti che permettono di fare il salto che consente di arrivare al contenuto che si vuole trattare. E’ un modo di vedere il mondo basandosi sul significato delle relazioni che intervengono al suo interno. Così l’arte si propone come approfondimento della realtà.

N.C.: Che cosa significa oggi esporre l’arte?

Studio ++: Com’è sempre stato, esporre presuppone una volontà di comunicare. Fa parte di un percorso di discussione sui lavori che dal momento in cui sono stati esposti si potrebbe dire che vengono affidati al mondo con tutto quello che ne deriva in termini di critiche o di approvazioni. L’artista a quel punto deve raccoglierne i risultati e se vuole, riportarli nella sua ricerca che continua indipendentemente dalle occasioni espositive. Nella nostra esperienza l’esposizione ha sempre prodotto interessanti discussioni con curatori, altri artisti e, cosa importante, con i fruitori: tutti costruttivi punti di vista molto diversi tra loro…

N.C.: Come vedete l’odierna situazione artistica toscana?

Studio ++: Negli ultimi tempi sembra ci sia un’attenzione crescente verso l’arte contemporanea, soprattutto grazie alla presenza di punti di riferimento istituzionali. A Firenze, indubbiamente, le occasioni espositive sono limitate per gli artisti emergenti e quindi il fermento di sperimentazione tipico di tale “fascia anagrafica dell’arte”. Al di là di questo, parlare di scena artistica toscana potrebbe essere un rischio in quanto, per la qualità del confronto che il contesto propone, sarebbe più corretto e più stimolante allargare lo sguardo al panorama europeo. In quella scala Firenze mantiene pregi e difetti tutti italiani…

N.C.: Con quale galleria/e collaborate?

Studio ++: Con la Galleria 42 Contemporaneo di Modena da ormai più di un anno e da poco anche con la KaBe Contemporary di Miami.

N.C.: Come ultimo tassello del vostro curriculum artistico splende una personale al Museo Marino Marini, cosa avete in programma?

Studio ++: Siamo felici di avere avuto la possibilità di inaugurare il progetto Display del Museo Marino Marini. Pensiamo che l’idea sia un modo interessante per proporre il lavoro di giovani artisti e avvicinare l’arte contemporanea alla città. Ovviamente per noi è stato anche un momento molto gratificante. A metà marzo, poi, siamo tornati da Miami, dove abbiamo partecipato a un’esposizione collettiva sui giovani artisti italiani alla KaBe Contemporary che durerà circa un mese. Per il futuro siamo stati invitati dal Palazzo Lucarini Contemporary di Trevi a condurre un workshop didattico che si concluderà con una mostra ancora tutta  da definire…

 

Nicola Cecchelli è critico d’arte. Vive e lavora tra Milano e Firenze.

Fabio Ciaravella è nato a Palermo nel 1982, vive e lavora a Firenze.

Umberto Daina è nato a Palermo nel 1979, vive e lavora a Firenze.

Vincenzo Fiore è nato a Palermo nel 1981, vive e lavora a Firenze.

 

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