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Intervista a Fulvio Abbate

Author // Redazione
Posted in // OLTRE LO SPECCHIO

Dalla tesi su “L’Apocalisse di Louis-Ferdinand Céline” alla televisione monolocale di Teledurruti, Massimo Tonietti intervista senza freni Fulvio Abbate, un’Intellettuale impertinente e cordiale, volgare ed erudito, cinico e idealista ma soprattutto “[...] tendente alla laicità”…

Massimo Tonietti: Molte persone scrivono senza essere, per contro, assidui lettori. Leggono poco, ma nonostante questo avvertono la necessità di scrivere, di comunicare. Tu lo vedi come un paradosso, uno scompenso fisiologico o un segno dei tempi?

Fulvio Abbate: Penso che per scrivere non sia necessario essere forti lettori. Si può esser semplicemente ispirati da una sollecitazione. Fra l’altro non credo che gli inviti alla lettura sortiscano mai un effetto positivo, anzi, tutt’altro: servono per togliere vigore alla popolazione dei lettori attivi. A questo punto dobbiamo definire chi sono i lettori nel nostro paese. Di fatto, leggono le professoresse, dedicandosi a libri in cui si parla di uteri asportati. Inoltre, esiste un pubblico giovanile di tendenza…

M.T.: … giovanile di tendenza? Che cosa intendi con questa definizione?

F.A.: Il pubblico giovanile di tendenza è quello che ritiene di dover leggere libri che hanno una connotazione metropolitana o qualcosa di simile. Il caso di Wu Ming è esemplare: non credo che al lettore giovane importi un cazzo di ciò che Wu Ming racconta o narra. Queste, tuttavia, sono le uniche categorie di lettori: professoresse donne, interessate a romanzi che hanno come trama uteri asportati e poi, nel caso della narrativa di tendenza giovanile, indiani d’America che lanciano frecce al curaro nel buco del culo del coprotagonista.

M.T.: Wilde s’inchinò di fronte alla tomba di Keats a Roma. Marinetti desiderava sputare sull’altare dell’arte. Qual è il tuo rapporto con i grandi scrittori del passato?

F.A.: E’ un rapporto d’uso. Di puro uso e assolutamente laico. Credo che l’eccessiva frequentazione con un autore e la sua divinizzazione porti, poi, necessariamente a odiarlo. Quindi un rapporto laico. Mi sono laureato con una tesi su Céline e possiedo la collezione pressoché completa dei Cahiers Céline editi da Gallimard. Si tratta degli inediti dell’autore che periodicamente escono nel corso degli anni. Nonostante questo, mi guarderei bene dall’entrare in un club di céliniani.

M.T.: In una passata intervista hai dichiarato che sotto L’Unità di Veltroni ti sei mascherato da comunista per continuare a scrivere. Se costretto, ti maschereresti anche da fascista per raggiungere il tuo pubblico?

F.A.: No, io non mi maschererei assolutamente, perché i mascheramenti risultano davvero penosi. Io, in realtà, ho detto un’altra cosa. Ho detto che nell’Unità di Veltroni facevano passare me per comunista mentre in realtà i veri comunisti erano gli altri… i miei colleghi.

M.T.: … che erano retribuiti anche più di te…

F.A.: Sì… che stavano praticamente nel cuore di Veltroni e che erano quindi assolutamente organici a un progetto  di egemonia culturale veltroniana, che io ho definito “Musica leggera per ceti medi. In tutto medi”. A loro conveniva far passare me da comunista, forse perché avevo scritto un romanzo che si svolgeva in una sezione del partito comunista. In realtà i veri comunisti erano loro. Infatti, come poi si è dimostrato, io ero un’altra cosa: non un anarchico, ma una persona tendente alla laicità.

M.T.: In che modo si è concluso il tuo rapporto con L’Unità?

F.A.: Gli episodi sono due: nel 1997 è arrivato Mino Fuccillo da Repubblica e tra le prime cose che fece, cancellò la mia collaborazione, senza mai darmi una virgola di motivazione. Un bel po’ di anni dopo, cioè l’anno scorso, sempre dalla Repubblica è arrivata una tale la protetta di Veltroni, alias Concita De Gregorio, che ha pensato bene di cancellare la mia collaborazione. Io posso ipotizzare che secondo me il mandante è Walter Veltroni… l’ho sempre sostenuto. Però queste persone che avrebbero dovuto spiegarmi il perché, non hanno mai aperto bocca. Perfino in un’intervista che le ha fatto Zoro (Diego Bianchi) la signora De Gregorio ha dato come spiegazione il fatto che io volessi un contratto, ma ci mancherebbe altro! In realtà aspetto ancora di conoscerne il motivo. Posso fare delle ipotesi e le ipotesi sono semplici. Intanto, io non ho nulla da spartire con la banalità di sinistra.

M.T.: e questo è chiaro…

F.A.: … e questo è chiaro ed è anche  nero su bianco, in quanto ho scritto un pamphlet dal titolo Sul conformismo di Sinistra (2005). Figurati se una persona come Concita De Gregorio può accettare che ci siano delle voci non gestibili: io non sono gestibile e non voglio essere gestito. Queste persone hanno cercato di cancellarmi e non ci sono riuscite. Io ho risposto loro con il mio talento, inventandomi una piattaforma dalla quale posso esprimermi liberamente, cioè Teledurruti www.teledurruti.it, che è la risposta a queste povere persone. Concita De Gregorio è una povera persona, come lo è Veltroni: poveretti privi di fantasia.

M.T.: Pensi che personaggi ai vertici del PD, come Veltroni, Franceschini, Bersani, possano essere definiti I Preservativi della Sinistra? Nel senso che esiste un fiotto pensante e propulsivo bloccato dalla loro presenza?

F.A.: Preservativi senza serbatoio, ovviamente, e credo che non esista più neppure una base. Quella che un tempo veniva chiamata base aveva il pregio di riassumere il sentimento della cosiddetta “umile Italia”, come la chiamava Pasolini, ma al contempo conteneva anche quei germi d’idiozia burocratica tipica

dei partiti di sinistra con una concezione totalizzante dell’egemonia. Oggi tutto questo non esiste più, quindi nessuno si può alzare in piedi col dito ammonitore nei confronti di chi dovesse dire “Io non vado più a votare…”. Come sottolineavo prima tutto questo è stato spazzato via con la fine del P.C.I., che ha avuto i suoi pregi ma anche l’imperdonabile limite di ritenere di avere una funzione palingenetica, quindi totalizzante, paranoica e di controllo.

M.T.: Secondo la rilevazione dell’ABC – Washington Post, il presidente Barack Obama avrebbe perso la fiducia del 60% del campione di cittadini interrogati. Un brutto scivolone per la sua popolarità. Non ti sembra che la scelta di un candidato di colore sia solo il prodotto di una politica-marketing?

F.A.: Io credo che Obama rappresenti comunque un elemento di novità culturale rispetto all’era Bush. Il problema è che la politica è mediazione. Se Obama dovesse portare a compimento il progetto della mutua per tutti, sarebbe già un risultato storico.

M.T.: Credi che, comunque sia, Obama abbia una certa libertà di manovra?

F.A.: Non ha libertà di manovra, perché deve fare i conti con le lobbies. Anche la chiusura di Guantanamo non mi sembra che sia avvenuta. Segni di grossa discontinuità con il passato non ne abbiamo ancora visti. L’unica cosa che trovo inaccettabile è che gli Stati Uniti possano pensare d’essere i gendarmi del pianeta.

M.T.: Da laureto in filosofia, quale ritieni che sia il ruolo dei filosofi contemporanei?

F.A.: Le volte in cui viene chiesto loro un consulto danno la sensazione di vivere una grande solitudine. Se pensi che il filosofo contemporaneo più citato è Bernard-Henri Lévy, che è un personaggio da rotocalco, probabilmente… andiamocene da un’altra parte! Una ventina d’anni fa, mi occupavo di critica d’arte e a un certo punto ci fu detto che i critici d’arte del futuro sarebbero stati economisti. A me sembrava un paradosso e lo trovavo inaccettabile. In realtà, se ci pensi bene, il critico d’arte del presente non è altro che un consulente economico. È colui che suggerisce al ricco  quali investimenti fare. L’artista di oggi è un cameriere della borghesia e lo è sempre più. Basta vedere il modo in cui viene accolto: è un cameriere della borghesia che non riesce a dettare le proprie condizioni.

M.T.: … e non ci riuscirà più?

F.A.: Negli anni ‘60 artisti come Mario Schifano, che venivano dalle borgate, erano in qualche modo fieri di sposare delle contesse, d’essere accolti fra casa Agnelli e l’aristocrazia nera. Però in qualche modo imponevano la loro cifra. Se penso a quei quattro artisti romani che incontro ora nelle case della Roma bene, provo un senso di raccapriccio.

M.T.: … perché?

F.A.: Perché sono solo dei camerieri in attesa di vendere il pezzo.

M.T.: Parliamo della cosiddetta arte. Mario Schifano, Yves Klein. Profonda la tua attività di critico d’arte. Come definisci lo stato attuale di tale branchia letteraria all’interno del panorama editoriale italiano e internazionale?

F.A.: Invisibile… pressoché invisibile. Intanto perché non esiste un pubblico. Prova a cercare un libro d’arte, sarà pressoché impossibile trovarlo. Le edizioni d’arte sono sotterranee. Inoltre, come dicevo prima, non c’è un pubblico. Sembrava che ci fosse stato, forse c’era, negli anni della Trans-avanguardia attraverso le edizioni legate a Flash Art. Ma era critica d’arte quella? O più una roba di supporto?

M.T.: … forse era pubblicità…

F.A.: [ride] … sì, forse era pubblicità.

M.T.: Vittorio Sgarbi curatore del Padiglione Italia alla prossima Biennale di Venezia, scelta discutibile?

F.A.: Per me non è discutibile… questi stanno al potere, al governo. Sgarbi è il loro critico d’arte e quindi è anche giusto che lo diano a lui. A chi avrebbero dovuto darlo? A Germano Celant o ad Achille Bonito Oliva? I rapporti di forza sono questi. Bonito Oliva lo ebbe al tempo dei socialisti, in piena Tangentopoli. Celant risponde al nuovo ordine mondiale economico. Questi lo danno a Sgarbi e Sgarbi cosa farà? Porterà un quadro, una crocefissione con un Cristo piagato di un pittore del ‘600 sostenendo che si tratti di un’opera d’avanguardia. Chissenefrega… va bene così, sarà un’operazione concettuale tutta sua. I critici d’arte successivi, come cazzo si chiamano… i vari Luca Beatrice… questi qui, credo che ambiscano a riprodurre il modello manageriale che è stato fin qui rappresentato da Celant e Bonito Oliva.

M.T.: Dopo la caduta del comunismo, vedi qualche nuovo trend emergere, qualcosa che potrebbe costituire una nuova base politica per il XXI secolo?

F.A.: No… sembrava solo che ci fosse un movimento contro la globalizzazione e l’ipotesi del socialismo reale è miseramente fallita, quindi non va minimamente più citata. Il capitalismo, invece, è infame e assassino, fa schifo al cazzo perché produce quello che vediamo ogni giorno. È quindi un mostro assassino. Perfino gli economisti americani, dopo il crollo delle borse, sono stati costretti a reinventarsi dei metodi di redistribuzione del reddito di stampo socialista. Nessuno si permetta di dire che il capitalismo è una bella cosa. Tempo fa delle mezze figure del giornalismo italiano, come Antonio Polito, avevano fatto dichiarazioni del tipo “Io amo il capitalismo”. Oggi è indicibile una cosa del genere.

M.T.: Una delle principali funzionalità del WEB 2.0 è la possibilità di ricevere un feedback diretto dagli utenti. Allo stesso tempo, chi gestisce un sito ha il potere di censurare, modificare e cancellare i commenti. Il Web è dunque una piazza democratica o una dittatura degli autori?

F.A.: Per me è democratico nella misura in cui se tu ritieni che io sia una testa di cazzo, hai comunque la possibilità di aprirti un altro canale. Esistono poi delle figure che popolano e determinano le dinamiche del web, come i provocatori. In questo caso, dopo la sesta volta che mi sento dare della testa di cazzo posso anche decidere di inibire i loro commenti.

M.T.: … ti riferisci forse all’episodio di Vinicio Capossela su Teledurruti?

F.A.: In quel caso mi sono arrivate anche minacce fisiche. Il problema è che la rete contiene tutto. Uno degli insulti che mi viene rivolto più frequentemente è “Non sei nessuno, sei un fallito…”. Se io fossi un miserabile, farei valere i miei titoli come risposta. Oppure mi dicono “Non hai mai scopato in vita tua!” e in questo caso dovrei rispondere con il mio carnet di conquiste inarrestabili. Questa è la rete, non sai mai con chi hai a che fare…

M.T.: … secondo te, comunque, il Web rimane una piazza democratica?

F.A.: Assolutamente. E’ una piazza in cui chiunque può farsi una televisione, come ho fatto io…

M.T.: Fulvio, parliamo di Cinema. Noi della redazione di OVO siamo fermamente convinti che il cinema italiano sia morto a Parigi il 9 maggio 1997 con la scomparsa di Marco Ferreri. Una tua considerazione in merito?

F.A.: La considerazione è molto triste perché io amavo Marco Ferreri, perfino i suoi film indigesti come Non Toccate la Donna Bianca (1974). Le cose che io ho più amato nel cinema, oggi non avrebbero diritto di cittadinanza. Un grande film, secondo me, è quella pellicola in grado di reggere due tempi mostrando unicamente una nuca di ragazza accarezzata dal vento. Tutto questo non ha più diritto di cittadinanza in luogo di una cinematografia di merda, calligrafica, americana…

M.T.: … alludi forse a Gabriele Muccino?

F.A.: No, Muccino è un grande regista. Muccino è bravo, è assolutamente bravo. Poi io non vado mai al cinema. L’ultimo film che ho visto è Sacco e Vanzetti (1971) di Giuliano Montaldo. Che cosa avrei dovuto vedere in questi anni? Un crimine come il cinema di Francesca Archibugi, che non a caso è cinema veltroniano? Il Grande Cocomero è uno dei film più brutti in assoluto…

M.T.: Che ne pensi di Matteo Garrone e Paolo Sorrentino?

F.A.: Non li ho visti. Anzi, di Sorrentino qualcosa ho visto ed è un tentativo di rimettere al mondo un cinema straordinario che abbiamo già avuto attraverso Todo Modo (1976) di Elio Petri, che è un film assoluto. Ma oggi la complessità viene ormai negata a favore della bella calligrafia… del periodo ordinato. Questa è la mia sensazione.

M.T.: Un invito per concludere: ti andrebbe di curare una rubrica mensile sulla nostra rivista?

F.A.: Sì, molto volentieri…

Massimo Tonietti è l’ideatore di OVO. Vive e lavora a Firenze.

Fulvio Abbate è nato a Palermo nel 1956. Vive e lavora a Roma.

 

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