Intervista a Clet Abraham
L’arte di Clet in divieto d’accesso a Ponte alle Grazie.
Un’intervista di Massimo Tonietti al poliedrico artista franco-fiorentino…
Massimo Tonietti: Come street artist trovi Firenze un luogo pressoché vergine, immacolato. Altre città italiane (Milano in primis) vantano, al contrario, un fermento creativo di caratura europea. Hai scelto Firenze perché privo di concorrenza? Per dirla in modo più diretto, ti piace vincere facile?
Abraham Clet: La presenza a Firenze di un forte patrimonio culturale si pone comunque come un riferimento qualitativo davanti a qualsiasi altra produzione artistica… non si può oggi fare arte a Firenze senza relazionarsi a tale bagaglio. Spesso non è neanche tanto la qualità di un Brunelleschi o di un Michelangelo a creare la competizione quanto la convinzione che questa competizione è persa in partenza, sia da parte del pubblico sia da parte dell’artista stesso. L’aura della street-art ne soffre particolarmente, perché i suoi canoni classici, nati in tutt’altri ambienti e in questo caso esteticamente fuori luogo, la trovano maggiormente costretta a seguire la tendenza generale di essere relegata geograficamente in periferie considerate di serie B. La sfida in questo caso è ancora più alta: la street-art deve inventarsi dei mezzi e un estetica in grado di convivere con l’arte del rinascimento e perché no di competere portandoci nuovi meriti…
M.T.: L’occupazione artistica di spazi pubblici, comune denominatore di ogni pratica associabile alla cosiddetta street art, vanta oramai una storia decennale, tanto da perdere la carica innovativa delle prime ore e tramutarsi in una sorta di maniera. Anche considerando il fatto che oggi, per ovviare la visibilità offerta dagli spazi canonici (le gallerie d’arte), si possono sfruttare le infinite possibilità offerte dal web, quanto ha da dire ancora la street art?
C.A.: Credo che la street art avrà qualcosa da dire finché ci saranno delle “street”. Anzi, si deve vedere la sua specificità a esistere in maniera autonoma, aggirando le censure istituzionali e commerciali… tale situazione è giustamente paragonabile al ruolo di internet nel campo dell’informazione, come una vera forza popolare ancora sul nascere…
M.T.: Tra ironia e umorismo, la provocazione ha caratterizzato la produzione di molti artisti (… o pseudo tali) nel corso delle ultime decadi del secolo scorso. Oggi c’è ancora bisogno di provocare e in caso affermativo perché?
C.A.: La provocazione è un mezzo per attirare l’attenzione e in questo non c’è niente di male… se si ottiene di più con la provocazione che con il contenuto stesso delle opere la responsabilità condivisa tra il pubblico che abbocca e l’artista che ne approfitta…
M.T.: Sulla scia di Bansky anche tu hai “inquinato” una parete di Palazzo Vecchio con una tua opera, un autoritratto per la precisione. Oggi i più ritengono che al writer inglese sia stato segretamente permesso di compiere l’intervento, che si sia trattato, in sostanza, solo di un’operazione pubblicitaria attentamente pianificata. Anche nel tuo caso è successo questo?
C.A.: Non credo che Bansky abbia avuto bisogno di un permesso, i musei sono dei veri scolapasta (pieni di buchi) ed è giustissimo che sia cosi… l’arte in gabbia, sotto vetro o intoccabile è solo una necessità commerciale che non ha niente a che vedere con l’origine dell’arte stessa .
M.T.: Dai segnali stradali rivisitati nei mesi scorsi, il tuo omino ha rivendicato la terza dimensione, affacciandosi sull’Arno da Ponte alle Grazie. Un intervento che, in realtà, se si esclude l’articolo di Francesco Bonami, pubblicato domenica 23 gennaio sulle pagine del Corriere Fiorentino, non ha riscosso moltissima risonanza mediatica. Consideri, oggettivamente, l’operazione come riuscita o come un buco nell’acqua?
C.A.: Strano infatti che importanti giornali internazionali come Le Monde, il Times o altri, non abbiano seguito di più l’evento. Rimane il fatto essenziale che desideravo fortemente realizzare questo progetto: Ponte alle Grazie è un luogo sottovalutato a mio parere, probabilmente pagando per la sua architettura bastarda (non ho detto brutta), perché invece la sua posizione di apertura verso le campagne dell’Arno e Ponte Vecchio ne fanno un luogo di osservazione magico. Ho sempre pensato che sarebbe bastato dargli quel piccolo particolare un po’ speciale, le sue “grazie”, per permettere ai suoi utenti di guardarlo sotto un altro aspetto, più affettuoso come minimo… per questo ho voluto rappresentare l’uomo comune in cammino nelle avversità del quotidiano e lì sarà il tempo a rispondere. In ogni caso, questo progetto è stato orchestrato tra le sue varie componenti e va letto nel suo insieme: dal posizionarlo di notte a sorpresa, alla scelta dell’oggetto, in stretta relazione con il luogo sia nel significato e sia nello stile, come una ricerca di comunicazione popolare libera ed esigente. E infatti, a parte La Repubblica i media locali non sono mancati all’appello… poi cavolo, ci sei tu OVO, non ti sottovalutare come potenza mediatica…
Massimo Tonietti è l’ideatore di OVO. Vive e lavora a Firenze.
Clet Abraham è nato nel 1966 in Bretagna. Vive e lavora a Firenze.
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