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01

Il silenzio | intervista a Marco Paoli

Author // Redazione
Posted in // ARTE, DENTRO AL CONTEMPORANEO

Il Silenzio

Intervista a Marco Paoli

Il silenzio ha un suono, è il momento perfetto di pace interiore

in cui la comunicazione totale con il soggetto si avvera.

 

Il rumore si acquieta e il silenzio risuona.

 

Marco Paoli

 

Alessandra de Bianchi: Partirei dal Silenzio – che è anche il titolo della mostra a Ex3 e del libro ad essa correlato – come momento epifanico, che fa «risuonare» la portata semantica di un’immagine… Vuoi provare a descriverlo, paradossalmente, a parole?

Marco Paoli: Il titolo della mostra doveva essere In-A-Gadda-Da-Vida, come disse, annebbiato da droghe e alcol in un concerto del 1968, il cantante degli Iron Butterfly, al posto di “In a Garden of Eden”. La stessa espressione con cui decidemmo di intitolare, nel 1985, l’installazione dei GMM (Giovanotti Mondani Meccanici): gruppo pioniere dell’arte digitale e della computer grafica in Italia, del quale facevo parte. Un’espressione che è un po’ il senso del mio lavoro. Ma poi, seguendo anche alcuni suggerimenti, è stato Silenzio, semplicemente perché è l’emozione preponderante nelle mie immagini.

A.d.B.: Quanto le parole completano un’immagine? Oppure le si sovrappongono, aggiungendo il superfluo?

M.P.: Le domande stanno fuori dal mio lavoro. Non penso mai alle parole quando scatto. Semmai, la musica è il sottofondo. I titoli nella raccolta Ballads erano importantissimi, completavano le immagini. In Silenzio, invece, ho messo solo l’indicazione geografica e non avrei voluto mettere neanche l’anno, fosse stato per me… Anche il silenzio è musica.

A.d.B.: Ovviamente nella fotografia c’è una dialettica di entrambi, ma tu, nel tuo lavoro, prediligi il «momento sintetico» o il «momento analitico» verso ciò che vuoi ritrarre?

M.P.: Sono analitico per natura, proprio per questo vorrei tendere alla sintesi. In Silenzio c’è più analisi, in Ballads più sintesi. L’atto fotografico è un atto fisico e spirituale. Fotografare mi dà un benessere fisico, legato alla spiritualità. Sono attratto da posti poco antropomorfizzati. La mia fotografia non è istinto, le mie immagini non sono immediate, perché richiedono una forte sintonia con il soggetto, soprattutto i ritratti sono frutto di una lunga intesa.

A.d.B.: Perché il bianco e nero?

M.P.: Perché no? Senso estetico, personale, legato anche alle mie origini di fotografo. Sono diventato particolarmente bravo con il bianco e nero, con le sue ombre, le sue sfumature… Da un punto di vista puramente estetico, il nero leva i connotati specifici, astraendo le immagini, cogliendo l’essenziale che va a sfumare. Quando nelle mie opere c’è il colore, non è mai vivido, reale.

A.d.B.: Nel tuo percorso lavorativo, ti sei confrontato e impegnato in ambito teatrale e cinematografico, sfruttando anche le nuove tecnologie. Quanto e in che modo queste esperienze hanno influenzato la tua produzione fotografica?

M.P.: Tantissimo. Tutto quello che uno fa influenza la sua vita, soprattutto gli errori.

A.d.B.: In passato, ad esempio nella raccolta Ballads (2010), hai creato le tue opere attraverso una tecnica mista: sovrapposizione di immagini e di dipinti, realizzati mediante stratificazioni di cere diverse, che sono serviti come supporti per montaggi digitali. Perché, attualmente, hai deciso di ritornare all’eloquenza della «pura e semplice» immagine, se così si può dire… ?

M.P.: Dai miei 19 anni, da quando ho iniziato dalla “serie A”, da Cinecittà, mi piace tantissimo sperimentare. La pittura c’è sempre stata, ma non sono un pittore. La musica è importantissima – sono un jazzofilo, un profondo conoscitore del jazz, e mi vanto di questa cosa – in realtà non c’è contrapposizione tra i miei lavori, sono due strade parallele, che possono essere convergenti, ma mai divergenti. Sempre evoluzione e sperimentazione.

 

Alessandra de Bianchi è laureata in Filosofia Teoretica-Estetica, scrittrice, vive e lavora a Firenze.

Marco Paoli è nato nel 1959 a Tavarnelle Val di Pesa (FI), fotografo, vive e lavora a Firenze.

 

 

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