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Arabeschi di Latte

Author // Redazione
Posted in // MODA e DESIGN

Il cibo è design, diceva Munari. Ben lo sanno i quattro intraprendenti architetti del collettivo Arabeschi di Latte, squisitamente tutto al femminile, che nella sperimentazione gastronomica trova la sua massima ispirazione per “disegnare esperienze” alle quali è impossibile resistere. Francesca Sarti, portavoce del gruppo, ci invita a prendere parte al loro simposio creativo…

Linda Giusti: Allora Francesca, come devo rivolgermi a te e al tuo gruppo? Come a un collettivo di “architetti”, “designer” o “ricercatrici gastronomiche”?

Francesca Sarti: Designer. In realtà siamo architetti di formazione e lavoriamo già da dieci anni con il cibo e le sue infinite modalità di fruizione, motivo per cui spesso veniamo erroneamente associate al food design, ma il termine più calzante, in riferimento alla nostra attività, è proprio designer.

L.G.: Com’è nata l’idea Arabeschi di latte?

F.S.: L’attuale formazione di Arabeschi di Latte è nata nel 2003. Da allora portiamo avanti un’incessante ricerca sul cibo e sui suoi riflessi nell’ambiente sociale, elaborando progetti articolati che coinvolgono attivamente il pubblico, stimolato, con un pizzico di fantasia e originalità, a interagire reciprocamente e a riscoprire nella genuinità di un gesto quotidiano quella socievolezza, convivialità e gioia di condivisione, cui la società moderna ci ha resi quasi indifferenti. Anche se, a esser sincera, tutto è iniziato due anni prima insieme ad altre compagne di architettura, con le quali organizzammo un piccolo evento per un locale fiorentino, ottenendo un inaspettato successo di pubblico. In quel caso non si trattò di food event, ma è grazie a quell’insolita esperienza che abbiamo scoperto la nostra vera vocazione: l’interazione. Il progetto successivo, elaborato in collaborazione con lo studio SuperFlex servì, invece, ad individuare quello che sarebbe stato il nostro unico oggetto d’amore: il cibo! Poi, con la nostra partecipazione a Pitti Immagine, sostenuta da Maria Luisa Frisa e Mario Lupano, ebbe inizio il nostro esordio professionale.

L.G.: Negli ultimi anni il food design è diventata una moda che ha conquistato tutti, imponendosi sulla scena italiana e internazionale con eating events creati apposta per ogni tipo di occasione. Secondo te, a cosa è dovuto tutto questo interesse per il cibo e la sua rivisitazione estetica? E cosa spinge un architetto a confrontarsi su questo campo?

F.S.: La tradizione culinaria vanta una cultura antichissima e fiorente, perché da sempre esercita un potere di fascinazione che non ha eguali nella storia dell’umanità. Ed è, insieme, anche uno straordinario canale di comunicazione. Da qualsivoglia lato la si osservi, emergono infinite possibilità di lettura. Per esempio, il rapporto con l’architettura è dovuto proprio al fatto che il cibo può essere interpretato anche come strumento per attivare gli spazi, definendo tempi e luoghi di incontro; attraverso il cibo si occupano realmente degli spazi, stimolando a una diversa lettura dei medesimi; che è esattamente quello che noi perseguiamo nei nostri progetti. Adesso che il termine food design è entrato di diritto nel lessico e nell’immaginario comune, anche i messaggi sottesi alle nostre proposte sono certamente più espliciti e discernibili di quanto non fosse possibile una decina di anni fa.

L.G.: Infatti i vostri eventi sono notoriamente conosciuti per il grande coinvolgimento pubblico. Ma se è vero che “l’abito non fa il monaco”, anche un piatto esteticamente ben presentato non è sufficiente a considerarsi vera creazione artistica. In che misura, allora, quel che create diventa arte?

F.S.: Inutile fingere che la componente estetica non abbia un suo peso. Del resto, i nostri lavori portano comunque un segno distinto, una traccia, uno stile che li rende unici e riconoscibili. Tuttavia, non deve diventare il fine ultimo. Il nostro unico scopo è quello di creare forme d’interazione semplici ed immediate, perfettamente espresso dai nostri concept, che stanno alla base di ogni singolo progetto…

L.G.: Guixé ha dichiarato ironicamente: “un food designer è qualcuno che lavora con il cibo, ma che non ha la minima idea di come si cucini”. Vale anche per voi?

F.S.: Per quanto ammirevole sia il lavoro di Marti Guixé e per quanto ironica sia l’affermazione, non possiamo confermarla, semplicemente perché non c’identifichiamo affatto in quello che è il mondo del food design. E’ lo stesso motivo per cui, fin dagli esordi, abbiamo cercato di sottolineare i nostri interventi facendo ricorso a termini equivalenti, ma con diversa sfumatura e accezione. Perseguiamo infatti un approccio diverso da quello che connota la ricerca ossessiva della forma ergonomica dell’oggetto e la concettualità tipica del project designer. Arabeschi di Latte, invece, disegna esperienze e concepisce il cibo come un mezzo, uno strumento attraverso cui sviluppare rapporti e relazioni con lo spazio esterno, con il fruitore

L.G.: Svelateci il vostro ingrediente segreto, quello che vi differenzia dai comuni studi di food design…

F.S.: “La ricerca della felicità come condizione possibile”. Una linea guida e una filosofia che abbiamo sempre cercato di perseguire e, di conseguenza, trasmettere agli altri. Questo non significa semplicemente divertirsi, ma cambiare nel profondo atteggiamento mentale e fare in modo di affrontare e comunicare con immediatezza e semplicità anche argomenti di grande spessore.

L.G.: Il 2011 inaugura il vostro decennio di attività. Un ricordo che portate volentieri con voi da questi anni passati e un desiderio che sperate di realizzare nel vostro prossimo futuro.

F.S.: Senza dubbio PicNic Notturno (2003), perché è stato il primo eating event, la prima azione performativa legata al cibo. Inaugurato per un’occasione privata presso una villa fiorentina, è diventato, nel giro di tre anni, un appuntamento cittadino che continuiamo a reiterare nel quartiere di San Niccolò lungo le rive del fiume Arno, la sera del 24 giugno per il tradizionale spettacolo pirotecnico che celebra i festeggiamenti del patrono San Giovanni. Questo episodio, forse più di ogni altro, enfatizza la funzione del cibo come catalizzatore di nuove relazioni e strumento di socialità. Invece, per quanto riguarda un desiderio che vorremmo realizzare direi la possibilità di reinterpretare locali o aree, che permettano di vivere piacevoli esperienze sensoriali, intervenendo sulle condizioni legate al funzionamento degli spazi, come già collaudato nel progetto del MIA Market (2008), un’originalissima rivisitazione del mercato, inteso in senso  classico ma calato nell’insolita alcova di un salotto romano.

L.G.: La domanda a questo punto è d’obbligo… cosa bolle in pentola per il prossimo anno?

F.S.: Innanzitutto parteciperemo anche quest’anno al Fuori Salone con il progetto Under Kitchen hidden stories about food, un’iniziativa partorita da Arabeschi di Latte e che avrà come obiettivo l’attenta ricerca e analisi di storie o aneddoti legati al prodotto gastronomico, con singolari sviluppi ludici che non vogliamo anticipare, per non disattendere la curiosità del pubblico che verrà a trovarci! Presenteremo inoltre un progetto, in condivisione con lo studio inglese Too Good, con il quale abbiamo già collaborato in passato, che prevede la realizzazione di particolari Midnight Dinner, durante le quali i presenti saranno allietati dalla degustazione di prodotti culinari unici nel loro genere. Per festeggiare, invece, il nostro decimo anniversario daremo vita ad un’iniziativa divertente: Garage Sale che riproporrà l’esposizione di tutti gli oggetti archiviati che ci hanno accompagnato in questi anni di attività professionale, ciascuno relazionato al progetto da cui proviene e opportunamente catalogato, che potrà essere liberamente acquistato dai visitatori. Sarà davvero come portarsi a casa un piccolo pezzo della nostra storia…

L.G.: In tutto questa fitta agenda d’impegni, operate sempre all’unisono o portate avanti anche progetti diversi, ciascuna al di fuori del collettivo?

F.S.: Devo ammettere che, al di là dei nostri singoli interessi, finora abbiamo sempre lavorato per l’obiettivo comune, che è Arabeschi di Latte. Ma non escludiamo qualche cambiamento futuro, alla luce del lungo percorso che ci ha viste unite. Per il momento la concentrazione si è canalizzata sul nostro ricco pregresso con la produzione di un libro che ripercorre tutte le nostre tappe, le ricerche creative e soprattutto le numerose collaborazioni, in Italia e all’estero, che diventeranno l’incentivo principale per i prossimi sviluppi del collettivo.

L.G.: Mi ricollego, a questo proposito, alla vostra esperienza al di fuori dei confini italiani. Che differente reazione avete potuto registrare tra il pubblico italiano e quello estero di fronte alle vostre sperimentazioni culinarie? E voi, che sensazioni ne avete ricevuto?

F.S.: Devo ammettere, ahimé, che proprio fuori dai nostri confini abbiamo ricevuto le maggiori soddisfazioni. Innanzitutto perché abbiamo la sensazione che le nostre ricerche vengano accolte con curiosità, interesse, ricettività ed apertura mentale. Al Victoria and Albert Museum, per esempio, abbiamo proposto It takes two to tango (2010); il concept era molto semplice, ma richiedeva la piena disponibilità del pubblico: farsi imboccare da estranei! L’esperimento esigeva, quindi, “ingredienti sociali” imprescindibili, come la fiducia nel prossimo, l’accettazione dell’insolito, lo spirito ludico e l’abbandono degli schemi precostituiti. In Italia, al contrario, c’è un’attenzione più viscerale alle tradizioni gastronomiche e al suo consumo; per questo non ci siamo mai permesse di giocare con il cibo, al massimo ci siamo divertite a stravolgerne il codice di godimento…

L.G.: Sulla vostra pagina di Facebook campeggia una citazione che trovo veramente arguta e provocatoria: “una carota può scatenare una rivoluzione” …ovvero?

F.S.: (ride) Sì, è una frase che abbiamo sottratto a Paul Cézanne per l’inaugurazione del MIA Market: l’immagine della “carota” si presentava ai nostri occhi come play off eccellente per simboleggiare la rivincita dei prodotti locali e biologici sulla politica incalzante delle produzioni industriali, che hanno minato non solo la genuinità e la qualità della nostra tavola, ma anche la capacità d’interazione, il piacere derivante dall’esperienza diretta con la natura, il recupero di processi produttivi più trasparenti. Il cambiamento diventa una necessità quando la situazione si fa esasperante, il che, in fin dei conti, è ciò che ci aspettiamo tutti in questi anni di crisi profonda. Quindi in qualche modo sì, la carota può scatenare una rivoluzione!

L.G.: Per concludere, proponi ai nostri lettori un piatto “insolito”.

F.S.: L’uovo dei 100 giorni, una leccornia tipicamente cinese, che deriva il proprio nome dalla procedura di lavorazione del prodotto, tenuto a macerare nell’argilla per un arco temporale lungo appunto cento giorni! A dispetto delle aspettative, è un piatto molto gustoso e stimolante: se lasciamo che la nostra rigidità occidentale abbia il sopravvento, la mente si lascerà condizionare dalla meccanica che sta dietro l’elaborazione del piatto e costringerà  la nostra volontà a desistere dal saggiare un sapore nuovo, sconosciuto, alternativo e inaspettato. Un atteggiamento che, inevitabilmente, crea barriere mentali e culturali. Invece bisogna imparare ad osare, a lasciarsi andare, a oltrepassare quel muro di sospetto. Non sembra anche a voi che il cibo, un’altra volta ancora, si riveli il mezzo per sovvertire le regole ed aprirsi civilmente all’ “altro”?

Linda Giusti è critica d’arte e curatrice indipendente, vive e lavora tra Padova e Pistoia.

Arabeschi di Latte è un collettivo di designer nato nel 2001 a Firenze, è attivo in Italia e all’estero.

 

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