Voltar Pagina | Intervista a Folco Terzani
Cesare, il protagonista dell’ultimo libro di Folco Terzani “A piedi nudi sulla terra” (Mondadori, 2011), la pagina l’ha voltata sul serio, e l’ha fatto in maniera radicale. Un giovane hippie torinese che, come tanti altri ragazzi cresciuti negli anni ‘70, finisce in India, sperimenta ogni tipo di droga e si concede ogni tipo di eccesso. Salvo poi redimersi attraverso un tormentato processo di ricerca personale che lo porta a diventare un sadhu, ovvero un asceta che rinuncia al mondo, e a costruirsi un suo ashram nella giungla indiana.
Folco, viaggiatore del mondo, prima da bambino a seguito del padre Tiziano, poi da adulto per scelta di vita, ci introduce al mondo dei sadhu, scegliendo di narrare una storia originale e del tutto inaspettata, a tratti disturbante.
Perché hai scelto di raccontare la storia di questo particolare sadhu italiano, tra i tanti che hai incontrato in India? Che cosa ti ha colpito della sua vicenda?
I sadhu indiani, spesso bellissimi da vedere e capaci di vivere lontano da ogni contesto sociale, rimangono in qualche modo sempre legati alla tradizione hindu. Però quello che più m’interessava esplorare non era la tradizione, ma la ricerca di Dio. Baba Cesare viene da una cultura e si trasferisce in un’altra, va oltre le religioni e si stacca da tutti. Come lui ama ripetere, il sole non è né italiano né indiano, è di tutti, e se il sole è di tutti, figuriamoci se non lo è Dio… Ha un estremo distacco dalla tradizione in cui è cresciuto, anche nei confronti dei suoi stessi guru, nella sua visione non c’è attaccamento a un lignaggio particolare. Non dico che lui sia più bravo degli altri, ma è una storia che mi ha colpito non solo per gli aspetti religiosi, ma per gli aspetti di libertà individuale, per l’idea di poter reclamare la possibilità di fare la propria vita in una società molto conformista.
Nel libro si narrano le sue frequenti ricadute verticali nel mondo materiale, con brevi sprazzi di illuminazione, le vicende personali sono riportate in modo molto crudo e dettagliato.
Ho voluto di proposito che il libro fosse così crudo e diretto, non volevo raccontare una storia edificante. Volevo proprio partire dal basso, o la gente vuole sentirla la storia così com’è, o, se la gente vuole sentire le ninne nanne addolcite, di quelle ce ne sono tante in libreria…
Di solito quando si parla di spiritualità si riciclano aneddoti, bellissimi, illuminanti, ma per Baba Cesare la conoscenza viene dalla sua esperienza personale e la sua esperienza è stata davvero radicale. Ha uno sguardo spietato nel guardare se stesso, la cosa più difficile è stata fargli dire cose buone sulla sua persona. Parla un linguaggio molto chiaro, se vuoi anche molto terra terra, che però arriva, colpisce.
Mi sembra che i piedi nudi e soprattutto lo spostarsi da un luogo all’altro siano i veri protagonisti del libro. Per trovare Dio bisogna dunque camminare molto?
Camminare a piedi nudi ha a che fare con la conoscenza del luogo, conosci le pietre, le spine, i sassi, se non hai le scarpe sei molto più cosciente di dove sei e della terra su cui ti muovi. Cercare Dio è la ricerca della cosa più grande che c’è, della somma del tutto, se devi andare alle cose più grandi significa che devi spostare la tua attenzione dalle piccole cose quotidiane alle cose più grandi, dalla terra al sole e dal sole all’universo. Camminare a piedi nudi significa essere connesso a tutte le cose, è lì il collegamento. Poi c’è l’aspetto del distacco, se ti muovi continuamente, ti distacchi dalle cose; per esempio, ci sono dei sadhu che non rimangono più di tre giorni nello stesso posto, è una forma di rinuncia pazzesca, non crei amicizie, non hai famiglia, non fai in tempo a costruire niente. Direi che il viaggio esteriore aiuta anche quello interno, vedi cose diverse, ti stimola a pensare…
Nell’introduzione citi il tuo incontro con Madre Teresa e un’esperienza spirituale molto forte che hai avuto in presenza di un Lama tibetano, ma sembra che il percorso dei sadhu sia quello che ti ha colpito di più. E’ il suo carattere anarchico che te lo fa preferire ad altri sentieri?
Sì esattamente, gli altri sono dentro le tradizioni, in fondo i monaci (tibetani) studiano gli stessi testi, recitano gli stessi mantra, si vestono allo stesso modo, e vivono di cultura. Madre Teresa seguiva il Cristianesimo, era favolosa nella sua capacità di dare amore e se stessa agli altri, la sua capacità di autodisciplina militare andava oltre a quella di quasi tutti i sadhu che ho incontrato, però per quanto riguarda la ricerca della verità, di cosa è Dio, lei ti ripeteva a memoria la dottrina. I sadhu non sono questo, sono liberi, è una scelta anarchica, fuori dagli schemi, e sono sempre visti un po’ come dei pazzi, devono appartarsi dalla società; questo è quello che mi piace di quella via, la totale libertà, tu parti da un certo punto ma le conclusioni non sono mai predefinite. Mi ricordo bene un sadhu a cui una volta ho chiesto se fosse shivaita, vishnuita, hanumanita; lui mi ha indicato il cielo con un dito, come a dire “è tutto uno”, con un semplice gesto mi ha liquidato…
Tu hai viaggiato molto in India e sei stato per intervalli più o meno lunghi nella giungla. Ti è mai venuta voglia di rimanerci?
Sì, ci ho pensato molte volte, ma alla fine è dura, vivere in giungla è difficilissimo, infatti pochi lo fanno, vivere senza soldi è difficilissimo, sei alla mercé della gente, se hai soldi li comandi tutti, se non ce li hai… Io faccio avanti e indietro e quando non ce la faccio più, ritorno e cerco di rielaborare, è una cosa che mi piace, che mi appartiene, ma non ho ancora scoperto la mia vocazione, non è ancora avvenuto, nonostante abbia creato le situazioni favorevoli, forse in futuro, chissà…
Folco Terzani, scrittore e documentarista, è nato nel 1969 a New York.
Simonetta Ferrini insegna materie umanistiche presso un’università americana. Si interessa in particolare di filosofie e religioni orientali. Vive e lavora a Firenze.
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