TOM WAITS | Bad as me | Anti-
Tom Waits è di nuovo fra noi. Esce per la Anti- questo Bad as me, ventesimo album in studio di una carriera straordinaria, una delle pochissime in grado di sfuggire a quei cali di creatività che spesso si additano come fisiologici. Merito della sua capacità di cambiare pelle, di reinventarsi a partire da quel Swordfishtrombone con cui fu capace di dare un volto nuovo al suo blues: al posto della brillantina arrivano dissonanze, sincopi, banjo, suoni “giocattolo”, organetti e quant’altro. L’immaginario tra beat generation e noir fumosi invece, resterà sempre lo stesso.
E questo Bad as me sembra pescare proprio da lì, da tutto quel repertorio scenografico caro a Tom Waits. Cartoline dell’America che fu (Pay Me, New Year’s Eve), sigarette e amori all’angolo di una 44esima qualunque (Kiss me), passeggiate notturne per le vie luccicanti di San Diego (Raised right men), il fascino delle grandi highways (Face to Highway), e ovviamente le sbronze al bancone di un bar di periferia, magari uno di quelli con l’insegna al neon po’ intermittente e tremolante (Talking at the same time). Il bello è che poi, come sempre, si aggiunge qualche sfumatura nuova capace di alzare l’asticella in ambito avant: ecco allora il rock-blues nero di Bad as me con la voce cingolante di Tom che si prende la scena, e la marcetta pomposa e bastarda di Hell Broke Luce, uno stomp tra chitarroni, battimani e spari tipo mitragliatrice.
Nel complesso il disco sembra raccogliere cocci dalle parti di Rain Dogs, Mule Variations ed del più recente Real Gone. Certo si potrebbe parlare anche di Back in the crowd, ballad influenzata dallo Spanish Tinge (genere di origine latinoamericano nato nei primi ’60), del jazz frenetico di Chicago o della passione hillybilly che traspare in Get Lost, ma il più è detto. Quel che più importa è che le intuizioni di Waits rimangono lucide e penetranti, merito anche dei tenori che lo accompagnano: la moglie Brennan, il fedele Ribot, e la new entry, nientemeno che Keith Richards from Rolling Stones (a cui ironicamente si rivolge con il minuto di Satisfied). Beh, quando si finiscono di ascoltare i tredici brani torna in mente una domanda, la stessa che spesso ha accompagnato i lavori di Waits: che sia il disco dell’anno?
Stefano Gaz
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