Werner Herzog: My son, My son, What Have Ye Done
San Diego, California. Una periferia immobile, anestetizzata ma insensatamente esotica, esplicito omaggio al produttore del film David Lynch, è il teatro di un matricidio. Brad McCullum (Shannon), un giovane attore, trafigge sua madre (Zabriskie) con una spada. Un detective (Dafoe) ricostruisce l’accaduto attraverso i racconti delle vicine di casa, della sua fidanzata (Sevigny) e dell’insegnante di recitazione (Kier). La sceneggiatura è ispirata a un fatto realmente accaduto negli anni novanta, una vicenda di cronaca che già aveva attirato l’attenzione di Werner Herzog.
Una prima stesura della sceneggiatura esisteva dunque da quindici anni, in attesa di sbocciare sullo schermo. Brad è barricato in casa con due ostaggi e urla frasi sibilline e al tempo stesso lapidarie: “Dio è qui ma non ne ho più bisogno”. Un viaggio in Perù e una tragedia greca, l’Elettra di Eschilo, appaiono come punti di non ritorno, o, forse, due momenti di un processo dialettico che non può che innescare un tragico epilogo.
La natura selvaggia del Perù è il luogo di una premonizione e di un’epifania. Interpretare il ruolo di Oreste in Elettra innesca una potente immedesimazione nel protagonista (“alcuni interpretano un ruolo, altri recitano una parte”), succube di una madre che non vuole riconoscerlo adulto. Si ha una sensazione d’ineluttabilità simile a quella, totale, della tragedia greca.
I flashback descrivono un rapporto madre figlio esasperato e simile a un’ossessione, un incatenamento, che solo a tratti è cosciente. Proprio
questo dato, da sempre presente nella vita di Brad, rende necessarie una fuga e una liberazione. Questo suggerisce una complessità maggiore nel dipanarsi degli eventi, di quella che sembrerebbe indicare il netto contrasto tra dentro e fuori, follia e normalità. Le stesse parole del cineasta convalidano tale sentore: “I miei personaggi sembrano degli outsider ma è il resto a essere outsider”.
Il protagonista di My son, my son, what have ye done è solo l’ultimo dei “folli” di Herzog, personaggi immuni a definizioni univoche, sempre in bilico su un crinale tra illuminazione e caos, quasi tutti lanciati in imprese destinate a fallire. L’uccisione della madre assume qui i contorni di una presa di coscienza tragica, dunque necessaria. “Penso che i personaggi dei miei film siano quasi degli eroi. Delle figure eroiche. Eroi nella misura in cui superano le loro condizioni, escono dal proprio schema e vanno ben oltre le loro possibilità, prima di fallire di fronte a questa enorme sfida”.
Eroismo, follia, amore materno, cecità, illuminazione appaiono come riflessi del medesimo prisma. Come l’orrore che ristagna tra le righe di una perfetta normalità apparente; un orrore sotterraneo, implicito, capillare. Molto lynchano. “Volevo realizzare un film dell’orrore senza il sangue, le seghe elettriche e le scene cruente”.
INFORMAZIONI: con Willem Dafoe, Michael Shannon, Chloë Sevigny, Brad Dourif, Loretta Devine Michael Peña, Udo Kier, Grace Zabriskie, Irma P. Hall, Candice Coke, James C. Burns, Jenn Liu, (oel Arthur, Julius Morck, Stefan Cap, Braden Lynch Drammatico, durata 93 min.; USA, Germania 2009.
Giulia Ceccanti
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