Resoconto | Pino Modica | Varie ed Eventuali | Piombino
Una collezione di graffi, buchi, incrinature e impronte… Dall’objet trouvé al signe trouvé il passo è breve e profonde le suggestioni. Pino Modica è un cacciatore di segni vari ed eventuali, testimoni dell’inarrestabile flusso dell’operare umano (artistico o meno)…
Per quanto concerne proposte di arte contemporanea, è sempre piacevole trovare la cosiddetta chicca estiva in piccole realtà periferiche come Piombino, luogo dove, peraltro, tali proposte sono del tutto carenti. In questo caso parliamo di Pino Modica (Civitavecchia, 1952) che negli spazi della sede espositiva Agorà Marina ha presentato l’esposizione Varie ed eventuali, una piccola antologica che ripercorre la sua produzione artistica degli ultimi vent’anni.
Modica, pur piombinese d’adozione, è alla sua prima esposizione a Piombino che possiamo quindi reputare come una sorta di omaggio alla città che diede il nome a un gruppo artistico oggi purtroppo poco conosciuto dai più, nonostante l’invidiabile curriculum che può vantare: parliamo del cosiddetto Gruppo di Piombino che, oltre a Modica, annoverava tra i suoi ranghi Salvatore Falci, Stefano Fontana e Cesare Pietroiusti.
L’idea dell’omaggio pare convalidata sin dall’ingresso nello spazio, dove è collocata l’installazione Bar Giuliani (1991). In quest’opera, coerentemente al suo percorso di ricerca, Modica si comporta come una sorta d’indagatore dell’effimero, alla costante ricerca di tracce insignificanti. Il piano del suddetto bar è stato prelevato insieme agli oggetti che sopra di esso erano poggiati: dalla tazza di caffè al portatovaglioli, dalla zuccheriera al bicchiere.
Tali oggetti sono stati protetti con cura da un cellophan trasparente che ne rivela le tracce del contatto da parte d’ignoti avventori. L’opera, pur algida nella sua rigorosità, rimanda ai celebri tavoli di Daniel Spoerri o ai più recenti resti dei meeting culinari di Rirkrit Tiravanija ma, rispetto agli autori citati, presenta qualcosa in più.
Tali tracce, infatti, sono state in seguito rilevate, con una procedura propria della polizia scientifica, per registrare le impronte digitali degli avventori che divengono parte integrante dell’opera essendo stampate, montate su light boxes ed esposte sopra il bancone.
L’installazione si presenta proprio come una scena del crimine che rende visibile tutti quei gesti quotidiani che noi riteniamo automatici nonché insignificanti nella loro ripetitività, ma che in realtà sono unici e irripetibili: ognuno di quei gesti non tornerà più, proprio come gli istanti di vita che si sono susseguiti per generarli, istanti costanti ma sempre vari ed eventuali.
Da tale primo tassello, comprendiamo quanto un particolare elemento sia decisivo per lo sviluppo della nostra analisi: la luce. Lo spazio espositivo non è illuminato da nient’altro che la luce proveniente dalle opere esposte. Quest’ultima rileva così l’interno delle sale cosi come rivela i segni racchiusi nelle opere.
Nella serie Piani di lavoro (1992-2004) Modica presenta delle registrazioni ottenute apponendo una lastra di plexiglas inerme nella sua trasparenza, su vari piani di lavoro di altrettanti artigiani, professionisti dell’atto concreto e non di quello poetico, poiché la poesia è la professione dell’artista anche quando, come in questo caso, non crea ex novo ma rintraccia un’opera eleggendola tale semplicemente svelandola agli altri.
Il processo dello svelamento è permesso a Modica, come abbiamo detto, proprio dalla luce. Una volta recuperate le lastre, un po’ come

Pino Modica, Officina meccanica (Piani di lavoro), legno, plexiglass, impianto luce, 10 X 50 X 126cm, 2004 (dettaglio). Courtesy l’artista.
fanno i pescatori con le reti per vedere il frutto della loro fatica, quest’ultime vengono incastonate in minimali strutture che filtrano dentro di loro un flebile fascio luminoso. È allora che i semplici segni, incisi inconsapevolmente dai suddetti artigiani, trasformano un’altrettanto banale superficie in una finestra fantastica: la luce, è proprio il caso di definirla rivelatrice, porta il racconto del lavoro quotidiano da una dimensione invisibile a una rivelata dimensione estetica.
Basta il click di un interruttore per svelare costellazioni siderali, profondità oceaniche, microcosmi infinitesimali e tutto ciò che la nostra sensibilità è in grado di elaborare durante la fruizione delle opere. L’artista, qui, non è nient’altro che un trasformatore di energia posto tra una fonte iniziale, l’operazione manuale dell’artigiano, e una foce finale, la mente del fruitore che, adesso, liberato nell’esperienza estetica completa il racconto/percorso.

Pino Modica, Date perse 4, elaborazione computerizzata su light-box, 100 X 140cm, 2010. Courtesy l’artista.
In altre opere più recenti Date perse (2010) il processo di rivelazione si fa più articolato richiedendo l’utilizzo di apparecchiature più complesse, ma non per questo viene meno la semplicità intrinseca dell’operazione.
In esposizione, naturalmente, non potevano mancare le opere grazie alle quali Modica è più conosciuto che fanno parte del macro ciclo Infrangenze (1988-2008). Il materiale-musa qui è il vetro e sin da una superficiale visione delle opere si comprende il probabile omaggio implicito in esse. Più volte, infatti, parlando di questo ciclo Renato Barilli rintraccia la loro origine nel capolavoro di Marcel Duchamp La Mariée mise à nu par ses célibataires, même (La sposa messa a nudo dai suoi scapoli, anche. 1915-1923).
Riferimento perfettamente pertinente dato l’immediato impatto visivo di tali opere, essendo quest’ultime niente più che una serie di lastre di vetro infrante. Tale riflessione è avvalorata da quanto, si è detto, il caso esercita un particolare fascino su Modica: l’affascinante spaccatura sull’opera di Duchamp, infatti, è casuale, poiché originata durante il trasporto di ritorno da un’esposizione a Brooklyn. Senza dimenticare che tale opera si arricchì in un caso dell’azione del fato quando, abbandonata per lungo tempo sul pavimento del suo studio, fu immortalata da Man Ray con l’Elevage de poussière (L’allevamento di polvere 1920) che si era formato sulla sua superficie.
Altre opere del secolo passato, tuttavia, possono fornirci indizi su tali Infrangenze. Se prendiamo la serie dei Bersagli (1990), parallelepipedi di vetro a tripla lastra forati da armi da fuoco di vario calibro, il pensiero corre ai bersagli di Jasper Johns. Le opere di Johns non furono, in realtà, prese di mira e bersagliate, poiché rappresentavano esse stesse un’aggressione a mano armata nei confronti della pittura che, proprio in quegli anni, subiva attentati un po’ da tutti; aggressione finalizzata, si sa, non certo a distruggere tale pratica ma ad annullare i preconcetti che dopo secoli di storia della disciplina toglievano linfa vitale alla nostra percezione di altri orizzonti, di altri bersagli da centrare in ambito artistico.

Pino Modica, Varie ed eventuali veduta dell’allestimento, 2010. Courtesy l’artista e Associazione Culturale Agorà, Piombino (Li). Fotografia di Manuela Innocenti.
Proprio come Modica che, ancora grazie alla luce, trasfigura le tracce di un’azione violenta per riscattare la superficie trasparente da mero oggetto inutilizzabile, poiché infranto, a contenitore di bellezza. Pensiamo a Chris Burden che in una performance si fece sparare per riacquistare radicalmente la percezione e il possesso del proprio corpo, al fine di riscattarlo dal giogo di una società sempre più totalizzante nel controllo dell’individuo. Lì la violenza era esplicitamente presentata, qui, non solo nei Bersagli ma anche nelle altre Infrangenze, l’aggressività lascia solo una traccia di se stessa, affinché un diverso punto di vista trasfiguri la violenza implicita in meravigliosi arabeschi intessuti di riflessi.
Da quest’antologia di opere scelte, comprendiamo quanto Modica, pur essendo un artista squisitamente concettuale, consideri la valenza estetica dell’opera non un semplice vezzo decorativo, ma uno stato imprescindibile per rivelare sia la riflessione iniziale che ha generato l’opera sia il processo grazie al quale si snoda l’intera operazione.
Nicola Cecchelli
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