Archive for maggio, 2010

mag
27

Parnassus e l'immaginario

Parnassus (Christopher Plummer), capo della compagnia teatrale “The Imaginarium”, è lo schiavo perfetto: un vecchio saggio disposto a tutto pur di coltivare l’ebbrezza del gioco. Il Diavolo (Tom Waits) altro non è che l’azzardo, abile seduttore capace di sgretolare l’immaginario umano, corroso dal piacere del rischio e dal libero arbitrio: croce e delizia dell’umana natura. I due si sfidano a suon di scommesse mettendo sul piatto il corpo e l’anima ribelle della giovane Valentina (Lily Cole), figlia dello stesso Parnassus.

Entrato nel girone infernale degli scommettitori, esseri la cui fantasia viene del tutto azzerata dal gioco, Parnassus è condannato, senza troppi successi, al più classico dei contrappassi di dantesca memoria: dar forma all’immaginazione umana tramite uno specchio magico, evidente richiamo all’opera di Carroll, in grado di proiettare le persone in mondi onirici di allucinata fantasia. Ma ecco che le budella dello spettatore cominciano a contorcersi all’apparire di un’ombra proiettata sulle acque del Tamigi: è il corpo impiccato di Tony (Heath Ledger), che fa così la sua macabra apparizione. Lo sfortunato attore ci offre un’interpretazione di straordinario livello: imbarazzante la naturalezza della sua mimica facciale e dei movimenti del corpo, avvolto in un elegante smoking bianco.

Il Joker inscenato da Gilliam aiuterà Parnassus e la sua banda di guitti itineranti a conquistare le 5 anime richieste dal Diavolo per l’ennesima scommessa. Il film è il risultato del genio indiscusso di Terry Gilliam, regista visionario in grado di superare egregiamente la prova più ardua della sua carriera: la morte reale dell’attore Heath Ledger, sostituito in corso d’opera dallo scialbo trio Deep-Law-Farrell, quest’ultimo vertice di un triangolo comunque incolore. In una sublime alternanza di tonalità fredde e calde, lo spettatore viene condotto per mano fra le strade di una Londra quanto mai cupa ed il mondo onirico oltre lo specchio incantato. In questa incredibile pellicola, Gilliam mette in scena l’essenza della natura umana costantemente in bilico tra la libertà del sogno e l’opprimente realtà minata da tentazioni e scelte obbligate.

Di Marcello Accanto

mag
27

Smashing Pumpkins – "Teargarden by Kaleidyscope"

Il decennio dei Novanta si è concluso ormai da un pezzo e questo è un dato assoldato. Eppure, anche a causa di una certa inconsistenza musicale degli anni “Zero”,  certi volti e certi suoni legati a quel periodo proprio non riusciamo a toglierceli dalla testa. Stiamo parlando del cranio lucente di Billy Corgan e delle melodie taglienti degli Smashing Pumpkins, che hanno recentemente pubblicato il brano “A song for a son”, primo assaggio del nuovo lavoro intitolato “Teargarden by Kaleidyscope”.

La band di Chicago, attiva dal 1988 al 2000 e rifondata nel 2006, ha deciso di approcciarsi al nuovo album in un modo del tutto particolare e decisamente al passo coi tempi: in programma ci sono 44 canzoni che verranno rilasciate una alla volta, gratuitamente sul sito ufficiale della band.

Seguiranno undici EP a tiratura limitata da quattro tracce ciascuno e per la gioia dei collezionisti il tutto andrà a finire, a lavoro concluso, in un unico cofanetto. Il cantante e chitarrista Billy Corgan ha spiegato di essersi trovato a disagio nel registrare dischi seguendo i tempi e le modalità imposta dalle case discografiche, considerandolo un sistema controproducente per la produzione artistica della musica. Ha dichiarato di aver bisogno di un nuovo modo di approcciarsi alla musica,  di uno stimolo particolare per registrare ogni singola canzone e di voler condividere i risultati immediati del suo lavoro con i fan. Quale mezzo migliore se non la rete per ottenere il feedback desiderato e testare questo nuovo approccio?

La band già nel 2000 aveva inaugurato la strada maestra del web, nella quale la musica sarebbe sgorgata nel nuovo millennio. In rotta di collisione con la loro casa discografica e in crisi dopo lo scioglimento, pubblicarono autonomamente e gratuitamente su internet l’album “Machina II/ The Enemies of Modern Music” incoraggiandone la diffusione tra gli utenti. Furono dei veri precursori di un’era. Gli Smashing Pumpkins sono capaci di guardare lontano e hanno tutta l’intenzione di salvaguardare l’integrità interiore e la qualità musicale che li hanno contraddistinti nella loro carriera.

Sono tra i pochi ad aver preso coscienza dei cambiamenti che ha vissuto e sta vivendo il mondo della musica e forse gli unici, almeno nel mondo del rock, che hanno capito di dover puntare sulla qualità e sull’affetto dei fan se vogliono continuare a cavalcare l’onda del loro ventennale successo. L’incontrastato leader Billy Corgan, dopo aver allontanato vari membri della band durante gli anni Novanta, averla sciolta nel 2000, salvo poi pentirsene e rifondarla nel 2006 ha dovuto fronteggiare anche l’uscita, lo scorso anno, del batterista storico Jimmy Chamberlin.

Per trovare un sostituto il gruppo ha indetto un appello online, visionando oltre un migliaio di batteristi che hanno spedito i link con i video delle loro performance come presentazioni. Nonostante alle audizioni dal vivo partecipassero batteristi piuttosto rinomati, la scelta è caduta sul talentuosissimo Mike Byrne, diciannovenne letteralmente cresciuto a “pane e Smashing Pumpkins”. Corgan ha raccontato di aver chiesto personalmente il permesso ai genitori di Mike prima di farlo entrare nella band, completata dal chitarrista Jeff Schroeder, dalla bassista Ginger Reyes e dalla tastierista Lisa Harriton (membri entrati nella line up dal 2006).

La figura di William Patrick Corgan appare più centrale che mai in questa nuova fase degli Smashing Pumpkins, dopo gli scarsi risultati del progetto Swan e della sua carriera solista, lo ritroviamo più maturo e più fiducioso grazie alle novità introdotte nel registrare e diffondere la propria musica. Non solo, nei primi giorni del 2010 ha annunciato l’apertura di una nuova etichetta assieme a Kerry Brown, inoltre sarebbe intenzionato a pubblicare un memoriale raccogliendo materiale dal suo blog “Everything From Here to There” a proposito di Dio e religione, argomento a cui spesso ha fatto riferimento nei testi delle sue canzoni.

Nelle prossime settimane sul sito ufficiale della band dovrebbe essere disponibile un nuovo brano, per quanto riguarda “A song for a son” si tratta di una canzone molto promettente, melodica e malinconica in perfetto stile Pumpkins, con una chitarra suggestiva e fischiante. A promettere bene sembra essere l’intero progetto musicale, la cui conclusione, nel più completo rispetto delle esigenze artistiche di Corgan e soci, non è definita nel tempo. Anche l’esito finale è tutto fuor che scontato.

La pubblicazione ad episodi di “Teargarden by Kaleidyscope” e l’arrivo del nuovo batterista non possono che far ben sperare nel futuro i numerosi fan della band statunitense; tra un altro decennio, o forse prima, sapremo dire se ancora una volta le scelte degli Smashing Pumpkins sono state anticipatrici dell’evoluzione del mercato della musica. Comunque vada difficilmente riusciremo a toglierceli dalla testa.

Di Andrea Angeloni

mag
27

35007 – “Especially For You”

Prendete una calcolatrice scientifica, accendetela e digitate i seguenti numeri:  tre, cinque, due volte zero e poi sette, ruotate lo strumento di 180° ed ecco che i caratteri stilizzati comporranno la scritta “Loose”, altro nome con cui è conosciuta la band olandese che nel  1994 ha esordito con l’album  Especially For You.

I 35007, originari di Eindhoven, sono nati alla fine degli anni Ottanta dalle ceneri  dei The Alabama Kids; originariamente erano composti da Eeuwout Baart (voce), Mark Sponselee (sintetizzatori), Bertus Fridael (chitarra), Jacco Van Rooy (batteria), Michel Boekhoudt (basso), Luk Sponselee (vj) e Pidah Kloos (tecnico del suono).

Il loro esperimento musicale, terminato nel 2005, si basava su un post rock prevalentemente strumentale influenzato da sonorità stoner e space rock, il tutto immerso in una densa atmosfera psichedelica resa palpabile dalle deliranti proiezioni che accompagnavano le esibizioni dal vivo. Proprio la cura del suono e delle immagini nei concerti li contraddistingueva da molti altri progetti a loro contemporanei.

“Zandback” è la prima traccia del loro album di debutto ed è caratterizzata da uno smodato uso di overdrive sullo sfondo di comunicazioni radiofoniche che sembrano provenire da una torre di controllo popolata da ubriachi. Chitarre hendrixiane disegnano la sognante e metropolitana “Cosmic Messenger”, nel mezzo della quale sembra di essere proiettati nell’affollato bar del più sperduto aeroporto di chissà dove.

I ritmi di “Basiculo e Cunnum” portano l’esasperante suono stoner a sconfinare nel territorio della psichedelìa sciamanica: la voce filtrata si fa sempre più inumana, a testimoniare il delirio nell’ascesa alla vetta della montagna che ci darà il sogno rivelatore. “Suave” è il risultato di questo percorso spirituale, cinque minuti di calma assoluta e introspezione cosmica gentilmente concessa dai sintetizzatori di Mark Sponselee.

“Bad Altitude” ci riporta verso suoni più torridi, una poesia lacerante è urlata alla polvere prima di finire sovrastata da fischi e ronzii di ogni genere. “The Elephant Song” è il picco dell’album, sorge inaspettata da un brusio di sottofondo e ci proietta oltre l’atmosfera terrestre,  l’ambientazione sale definitivamente di livello, dall’aeronautica all’astronautica.

“U:Mu:M’Nu:” è spiazzante (non solo per il titolo): si tratta di una composizione ruvida e con liriche piuttosto grezze, capace di accogliere al suo interno soavi vocalizzi orientaleggianti, prima di concludersi in un’orgia di assolo di chitarre crepitanti. La traccia conclusiva “Slide” è un’accattivante cavalcata grunge rock che non si risparmia nulla, dal cantato sofferente al generoso utilizzo di wha wha, fino alle percussioni che si fanno minacciose nell’interludio centrale che straripa nell’indecifrabile rumore finale.

Dimenticato niente? In effetti si, la penultima traccia “Water” costituisce un nucleo musicale del tutto autonomo, ogni strumento opera nella direzione della fluidificazione musicale e sono effettivamente percepibili le increspature delle onde marine, si ha addirittura la sensazione di osservarle da sotto il pelo dell’acqua.

Le composizioni dei 35007 sono sempre state influenzate dal concetto di liquidità del suono, tanto che la loro musica ha progressivamente perso forma dopo il secondo album (omonimo) del 1997. A partire dall’EP “Sea of Tranquillity” del 1999 la voce è sparita definitivamente e le sonorità acide e distorte sono state decisamente annacquate nelle monolitiche tracce dell’album “Liquid” del 2002.

Phase V, ultimo lavoro della band, rappresenta un capitolo a sé stante:  è ispirato alla massima del filosofo romano Boezio, secondo cui “la musica è matematica resa udibile” e si presenta come un’opera del tutto priva di immagini e parole, solo suoni e cifre. L’artwork del disco è a dir poco essenziale, tanto da essere definito “musica per ciechi”, infatti i titoli delle canzoni sono numeri e, come la copertina, sono scritti in codice braille.

Il loro website, che non viene aggiornato da anni, è costruito sulla falsariga di quello di una compagnia area (molto) low cost: grafica dozzinale e qualche immagine sfocata qua e la.  La pagina dedicata alle destinazioni ormai da cinque anni recita “No Flight Scheduled”, ma tutti sappiamo che in caso ci venisse voglia di farci un breve trasvolata musicale ci basterebbero un paio di cuffie e una calcolatrice scientifica.

Andrea Angeloni

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